09 febbraio 2014

Eluana cinque anni dopo: i fatti e le bugie

di Giuliano Guzzo
Cinque anni fa, il 9 febbraio, dov’eravate? Sarebbe importante ricordarlo perché quel giorno, il 9 febbraio 2009, l’Italia veniva scossa da un evento che ancora oggi, cinque anni dopo, non cessa di dividere e far discutere: la morte di Eluana Englaro (1970 – 2009), la donna che versava in stato vegetativo da diciassette anni. Per alcuni fu il trionfale compimento di una battaglia civile, per altri il drammatico epilogo di una guerra perduta. Per tutti, in ogni caso, quel 9 febbraio rappresenta una data storica benché ancora recente, una frattura come non si registrava da tempo, a livello di opinione pubblica. Ebbene, nonostante questi cinque anni già trascorsi rimagono ancora poco noti aspetti diversi fondamentali di quello che, in termini giornalistici, è stato ribattezzato come il “caso Englaro”. Nelle righe a seguire cercheremo di rivisitarne alcuni nella speranza di offrire a tutti la possibilità, ripensando a quel 9 febbraio 2009,  di farsi un’idea meno parziale e condizionata da resoconti non sempre attendibili che però circolano ancora oggi.

Come stava Eluana?
Cominciamo dall’aspetto forse più importante, e cioè le effettive condizioni di salutenelle quali versava Eluana. E’ opinione comune che la donna, dopo essere stata visitata da fior di medici, fosse stata  riconosciuta da tutti – rispetto allo stato vegetativo in cui si trovava – come impossibilitata ad una anche minima ripresa. Ecco già in questa frase, verosimilmente riassuntiva del pensiero di molti, si condensano clamorose imprecisioni. Infatti non solo non è vero che la donna venne visitata da molti medici (basta leggersi le sentenze per accorgersi della presenza, ripetuta, di una sola perizia: quella del professor Carlo Alberto Defanti, incaricato dal padre di Eluana), ma non è vero neppure che coloro che la visitarono concordarono nelle conclusioni. La riprova ci viene dalla notevole divergenza tra il parere espresso dal già citato Defanti – e tenuto in assoluto ed esclusivo rilievo nel corso dei processi – rispetto a quello, per esempio, di uno specialista come il dottor Giuliano Dolce, il quale, anch’egli per mandato del padre, aveva seguito Eluana per qualche tempo registrando come lei, oltre ad aver ripreso, dopo diverso tempo, un regolare ciclo mestruale, fosse in grado di deglutire autonomamente, di variare il ritmo respiratorio a seconda degli argomenti trattati vicino a lei. Tutti elementi puntualmente trascurati dai pronunciamenti giudiziari, nei quali, come detto, compare invece la sola (e datata) perizia di Defanti, presa sempre per buona, anzi: come oro colato. Un capitolo a parte meritano le effettive condizioni di Eluana prima della morte. Ricordiamo come cinque anni fa circolarono, a tal proposito, i resoconti più scabrosi. Lo scrittore Roberto Saviano, per dire, sulle colonne di El Pais arrivò a sostenere che Eluana aveva il «viso deformato, le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli» [1]. Descrizione impressionante epperò frutto di pura fantasia dal momento che – da quanto si sa – l’intellettuale partenopeo non visitò mai la donna. La vide invece – e per due volte – Lucia Bellaspiga, che fra l’altro fu anche l’ultima giornalista a farle visita prima della morte. E la descrisse così: «Eluana è invecchiata poco, è rimasta ragazza davvero, anche nella realtà, non solo in quella congelata dalle foto […] i lineamenti sono poco diversi da prima, non peggiori o migliori, diversi[...] dal suo sguardo capisci che è una disabile, a occhi chiusi potrebbe essere la persona più sana del mondo […] il volto è rilassato, pieno, normale, non abbruttito» [2]. Altro che orecchie callose, bava che cola e tutto il resto. Nota bene: né l’Autore di Gomorra, né altri si sono a tutt’oggi scusati per le loro gratuite e discutibilissime opere di fantasia.
La (non) vittoria del diritto
Particolarmente curioso, di quella vicenda, fu anche il dato giuridico. Si è detto che nessuno, una volta avviata la sospensione del nutrimento che avrebbe cagionato la morte di Eluana, avrebbe potuto fare nulla dal momento che, sulla vicenda, da parte della Corte d’Appello di Milano, era stata pronunciata una «sentenza passata in giudicato». Sbagliato: nessuna sentenza passò «in giudicato»; fu invece emesso un decreto di tribunale che, come tale, non era suscettibile di «passare in giudicato» ex art. 2909 c.c., perché provvedimento di «volontaria giurisdizione». Non solo: c’erano sentenze, anche precedenti, che avevano già ribadito come i decreti dei tribunali «non sono idonei ad acquisire autorità di giudicato, nemmeno “rebus sic stantibus”, in quanto sono modificabili e revocabili non solo “ex nunc”, per nuovi elementi sopravvenuti, ma anche “ex tunc”, per un riesame (di merito o di legittimità) delle ordinarie risultanze»[3]. A ben vedere anche chi ha affermato che si è trattato di una battaglia vinta sul piano del diritto non la conta giusta visto che è stato proprio il diritto, in più occasioni, a dare torto alle tesi del padre ricorrente [4]. Per bene sei volte, infatti, i magistrati – antecedentemente alla «rivoluzionaria» [5] sentenza della Cassazione del 16/10/2007 – negarono al tutore di Eluana il permesso di anticiparne la morte. Forse quei giudici erano tutti quanti all’oscuro della Costituzione e del citatissimo articolo 32 sul rifiuto delle terapie? Varrebbe la pena chiederselo. Senza considerare che molti sono i punti poco convincenti di quella sentenza della Cassazione del 2006. Anzitutto perché diede per certi elementi che tali non erano, come l’irreversibilità dello stato vegetativo, condizione con nette differenze cliniche da quella del coma [6], non è più considerata una condizione irreversibile dalla letteratura scientifica [7], dalla quale stanno invece emergendo prospettive interessanti in ordine ai possibili gradi di “consapevolezza” delle persone che versano in questa condizione [8]; per non parlare degli ormai molteplici casi di “risvegli” [9] alcuni dei quali clamorosi, come quello di Terry Wallis, avvenuto dopo 19 anni [10]. In secondo luogo perché la Suprema Corte diede valore ad una ricostruzione “indiretta” della volontà terapeutiche di Eluana attraverso il suo «stile di vita», si collocò in netto contrasto con altri pronunciamenti coevi della Suprema Corte. Che, quanto alla manifestazione del “non consenso” a un trattamento sanitario, in ben due sentenze – la 4211/2007 [11] e la n 23676/2008 [12] – sottolineò, mostrandosi decisamente più rigida [13], la necessità di «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».
E’ stata Eluana a chiedere di morire?
Alla luce di quanto ha detto e ribadito la Suprema Corte ci si può legittimamente chiedere: ci fu effettivamente, da parte di Eluana, una «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa» sulla sua volontà di non vivere a certe condizioni? «Se non posso essere quello che sono adesso, preferisco morire» – secondo il padre – furono le parole della giovane donna un anno prima del tragico incidente [14]. Non ci sono elementi per dubitare aprioristicamente che queste parole Eluana le abbia dette, anche se rimangono degli interrogativi: quando e dove sono state pronunciate? Riflettevano appieno il suo pensiero oppure un suo personale stato d’animo, magari generato dalla notizia di uno stato di coma da parte di altri? Perché in quel caso dovremmo concludere che il pensiero di Eluana – sia pure rafforzato da quel «preferisco morire», peraltro così frequente nel lessico giovanile – fosse quello di tutti dal momento che nessuno sano di mente si augurerebbe di ritrovarsi in coma o in stato vegetativo. Come andarono dunque le cose? Non è chiaro. L’unico dato certo – anche se, guarda caso, poco ricordato – è che la stessa Corte d’Appello di Milano ha messo nero su bianco come sia stato il Beppino Englaro, e non Eluana, a richiedere la sua morte: «La. S.C. non ha ritenuto che fosse indispensabile la diretta ricostruzione di una sorta di testamento biologico effettuale di Eluana, contenente le sue precise dichiarazioni di trattamento […] ma che fosse necessario e sufficiente accertare che la richiesta di interruzione di trattamento formulata dal padre in veste di tutore riflettesse gli orientamenti di vita della figlia». Parole che demoliscono un’altra leggenda metropolitana: quella secondo cui il tutore, in questo caso, abbia agito «”con” l’incapace» [15] e che, quindi, sia stata lei, Eluana, a chiedere di non essere tenuta in vita a certe condizioni. Falso. Quella richiesta non è mai stata formulata. Non da lei, almeno: e scusate se è poco.
La morte di una donna
Queste poche righe non hanno, naturalmente, la pretesa – né potrebbero averla – di dissipare tutte le numerose ambiguità di un caso che ha fatto e continuerà a far discutere. E’ bene però che d’ora in poi tutti, quanto meno, tengano presenti i tre elementi – ce ne sarebbero molti altri, ma lo spazio, si sa, è tiranno – che abbiamo qui voluto mettere a fuoco:
1.Eluana Englaro, in seguito ad «eutanasia passiva» [16], è morta, ma sarebbe potuta tranquillamente vivere, perché, pur versando in condizioni di evidente e gravissima disabilità, la sua salute non era affatto in pericolo;
2. Si poteva anche giuridicamente impedire la sua morte dal momento che il decreto della Corte d’Appello di Milano a cui sono seguiti il ricovero ad Udine ed il decesso della donna era revocabile in qualsiasi momento alla luce, se non altro, delle decine di esposti fioccati tanto alla Procura di Milano, tanto a quella di Udine da parte di associazioni e privati cittadini e mai, di fatto, esaminati nel merito;
3. Eluana Englaro non ha mai è espresso la volontà di morire, qualora si fosse trovata a vivere in condizione di stato vegetativo. E se lo ha fatto, la giustizia italiana non è stata – nonostante i numerosi dibattimenti e le numerose sentenze emesse sulla vicenda – in grado di accertarlo.
Riepilogando, il 9 febbraio 2009 una donna innocente e gravemente disabile, in Italia, è deceduta in solitudine [17] in seguito a disposizioni per le quali non aveva mai reso «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa», morendo – secondo quanto paventato in un appello sottoscritto da 25 fra docenti universitari e direttori di reparti di neurologia – «attraverso una lenta devastazione di tutto l’organismo» [18]. Anche se quindi sono ormai trascorsi cinque anni, anche se il tempo passa e tutto quello che volete, sinceramente: crediamo davvero che su quanto accaduto si debba tacere? Crediamo che la verità di un delitto, dopo un po’, debba essere taciuta? Crediamo veramente che nascondere la vergogna sotto il tappeto serva a non provarla più, a stare meglio? Oppure pensiamo che sì, quel che è accaduto ad Eluana debba essere ricordato minuto per minuto, come un dramma comune, come una pagina dolorosa, come l’occasione perduta e che dobbiamo riconquistare per dire che siamo tutti uguali non solo a parole, e che se sei il più debole, in una comunità, sei non l’ultimo bensì il primo a cui tutti debbono pensare, e il primo da proteggere? A voi, cari lettori, l’ardua sentenza.
Per concludere, possiamo farci guidare nella riflessione dalla poesia, che spesso aiuta a estrarre dai pensieri verità più grandi di quelle che le parole, da sole, sembrano in grado di contenere. Sono alcuni versi di un bel monologo di Davide Rondoni:
«Il totem, lo spettrale dio
dell’autodeterminazione è l’idolo
più falso che ci sia. Più astratto,
e inutile di fatto.
Non autodeterminiamo in quasi niente
- nemmneno nel colore dgli occhi
o se passare o no al semaforo
se avere o no un cuore matto –
e vogliono farci credere che valga per nascere
e morire.
La libertà di un uomo solitario,
illusorio. Un uomo astratto.
Senza pietà intorno, senza luce
del giorno nella disperazione.
La libertà non è fare una scelta
ma aderire con mille e mille
scelte alla vita che ci è data
e servire non da soli la sua rosa,
la fioritura che sia più viva
là dove la terra è più segnata» [19].
Note: [1] Saviano R. Pidan perdón a Beppino Englaro. «El País», 11/2/2009; [2] L. Bellaspiga – P. Ciociola, Eluana. I fatti. Ancora, Milano 2009, p. 8; [3] Cass. civ., sez. Unite 17-12-2003, n.19391; Cass. civ., sez. II 29-12-2004, n. 24140; Cass. civ., sez. II 21-02-2001, n. 2517; Cass. civ., sez. II 23-02-1999, n. 1493; Cass. civ., sez. I 29-07-1993, n. 8455; [4] Particolarmente interessanti sono le motivazioni con le quali il 16 dicembre 2006 la Corte d’Appello di Milano, pur ritenendo ammissibile il ricorso di Beppino Englaro, non lo accolse perché «Eluana è viva» e sottrarle (come poi è stato fatto) alimentazione ed idratazione avrebbe configurato – hanno scritto i giudici – una pratica di «eutanasia omissiva, nonostante gli sforzi argomentativi dei reclamanti di scindere l’ipotesi in esame da quella dell’eutanasia»; [5] Dragone M. Le violazioni del diritto dell’autodeterminazione in Cendon P. (a cura di) La prova e il quantum nel risarcimento del danno non patrimoniale. Danno biologico, esistenziale e morale. Volume I, Utet Giuridica, 2008, p. 841; [6] Cfr. The vegetative state: guidance on diagnosis and management - The Royal College of Physicians – «Clinical Medicine», 2003; Vol. 3(3):249-54; [7] In tal senso, all’indomani della sentenza n. 21748 (Relatore A. Giusti) della Corte di Cassazione, Vincenzo Carpino, presidente dell’A.a.r.o.i. acronimo che sta perAssociazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani -, si trovò costretto a precisare che in realtà «non esistono criteri precisi per accertare con sicurezza uno stato vegetativo permanente. Mancano parametri scientifici e quindi protocolli di riferimento» (“Corriere della Sera”, 17/10/07, p.3); [8] Cfr. Cruse D. – Chennu S. – Fernández-Espejo D. – Payne W.L. – Young G.B. (2012)Detecting Awareness in the Vegetative State: Electroencephalographic Evidence for Attempted Movementst Command.«PLoSONE»(11):e49933;[9] Amy Pickard, Christa Lily Smith, Patricia White Bull, Donald Herbert, Jan Grzebsky, Jesse Ramirez, Sarah Scantlin. Sette nomi che non dicono nulla, che non abbiamo sentito prima d’ora e che, verosimilmente, non sentiremo più. Ma sono sette nomi importanti, perché si tratta di persone che, per anni – qualcuno addirittura per due decenni – sono vissute ferme, inchiodate ad un letto o ad una carrozzella; fino a che, come per miracolo, si son “risvegliate”, offrendo inaspettati segnali di reazione; [10] Cfr. Eelco F. M. – Wijdicks M.D. (2006) Minimally Conscious State vs Persistent Vegetative State: The Case of Terry (Wallis) vs the Case of Terri (Schiavo). «Mayo Clinic Proceedings»; Vol. 81(9): 1155-1158; [11] Cfr. Cassazione Sezione III Civile, sentenza n. 4211/2007, Presidente Varrone – Relatore Amatucci; [12] Cfr. Cassazione Sezione III Civile, sentenza n. 23676/2008, Presidente Preden -  Relatore Travaglino; [13] Cfr. Beltrani S. – Blaiotta R. – Carcano D. – Cerase M. – Di Salvo E. – Eroina O. – Iacoviello F.M. Codice Penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrinaVol. II, Il reato consumato e tentato, Libro I. Artt. 39-58 bis,Giuffré Editore, Milano 2010, p. 777; [14] Englaro B. – Nave E., Eluana. La libertà e la vita, Rizzoli, Milano 2009; [15] Pizzetti F. G. Alle frontiere della vita: il testamento biologico tra valori costituzionali e promozione della persona, Giuffrè Editore, Milano 2008, p. 322; [16] Pavone I. R. La convenzione europea sulla biomedicina, Giuffrè Editore, Milano 2009, p. 55; [17] Quando Eluana morì, era sola. Non c’era nessuno in quella stanza: il padre Beppino Englaro era a Lecco, come pure la madre. Non c’era un infermiere, un medico, nessuno di quelli che avrebbero dovuto “accompagnarla al riposo con presenza costante ed attenta”, com’è stato scritto da qualcuno; [18] «Procuratore, blocchi la condanna a morte», “Avvenire” 17/7/2008, p. 11; [19] Rondoni D. Passare la mano delicatamente (per E. e per tutti) in Pandolfi M. (a cura di) Eluana e noi, Ares, Milano 2009, p. 25.

 

32 commenti :

  1. Va ricordato anche il tentativo fatto dal governo in carica di un decreto lampo e della sua preannunciata irricevibilità da parte del pdr. Seguirono le manifestazioni in difesa della Costituzione (sic):

    http://www.romatoday.it/politica/manifestazione-contro-decreto-eluana-piazza-ss-apostoli-roma.html

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    1. La storia del tentativo fatto dal governo Berlusconi per salvare la vita di E.E., è una delle più spudorate menzogne mai partorite.

      Il caso (giudiziario) E.E. inizia nel 1999 e si conclude nel 2009: in questi dieci anni Berlusconi governa dal 2001 al 2006 e poi ancora dal 2008: è in carica quando la vicenda di E.E. arriva alla conclusione.

      Ebbene: il mattino del 6 febbraio 2009 viene annunciata la riduzione dell'alimentazione e alle 14 il consiglio dei ministri approva un decreto legge per impedire la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione dei pazienti.

      Domanda: cosa ha fatto Berlusconi, in tutti gli anni in cui, mentre era al governo con una saldissima maggioranza, si svolgeva la vicenda di E.E.?

      Perché, se veramente al premier fossero state a cuore la vita e il destino di quella ragazza, egli non vi provvide per tempo, con legge ordinaria, anziché utilizzare l’escamotage – molto probabilmente illegittimo – del decreto legge? Perché, se veramente fosse convinto della bontà dei suoi convincimenti in tema di vita e di morte, non usò la sua solidissima maggioranza parlamentare per approvare la legge sul testamento biologico e affrontare così al fondo la questione che tanto (a chiacchiere) lo angustiava?

      Ricordo che nel giugno 2008, sentendosi in pericolo per via del processo Mills, Berlusconi fece approvare dal Parlamento compatto il lodo Alfano, e in meno di un mese: ciò vuol dire che quando una cosa gli stava a cuore, Berlusconi si sapeva muovere con la rapidità della folgore. Perché nel caso di E.E., invece, attese che fosse quasi staccato il sondino, per intervenire in modo così scomposto, inutile e sospetto? Per salvare la propria pelle (politica) col lodo Alfano, l'onorevole Berlusconi il tempo lo trovò, e ampiamente: perché, se veramente sentiva impellente su di sé la responsabilità per una persona in pericolo di vita, non dedicò a questa vicenda il tempo che essa meritava, senza mettere in pericolo la legalità costituzionale, la sensibilità istituzionale e i principi fondanti dello stato di diritto? [PARTE PRIMA]

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    2. [PARTE SECONDA]

      Nell’attesa di una risposta ai quesiti che ho posto, mi permetto di proporne una io. A Berlusconi, di E.E. non importava nulla: anzi, men che nulla. Quello che gli interessava era garantirsi il potere, sempre più assoluto e sciolto da controlli: e la vicenda di E.E. era una buona occasione per cercare di travolgere chi – in primis Presidente della Repubblica e magistratura – poteva mettere a rischio le sue mire napoleoniche.

      In secondo luogo, dalla catasta di miliardi sui quali era ed è, per lo meno finora, felicemente assiso, Berlusconi poteva e può permettersi di osservare con sguardo annoiato e distratto le miserevoli questioni che travagliano la gente comune: lui avrà sempre e in ogni caso un paradiso – fiscale o sanitario che sia – precluso ai semplici sudditi e dove le regole fissate per quei sudditi non valgono.

      Infine, tenderei ad escludere che un uomo come Berlusconi possa provare un sussulto etico, nemmeno di quelli rilevabili solo dai sismografi più sensibili e precisi: un uomo che ha prodotto e distribuito la melma mediatica che, da decenni, inonda e ricopre irrimediabilmente il Paese, trasformato ormai in una cloaca mefitica e putrida, se sente un sommovimento interiore, state pur tranquilli che è solo la peristalsi: magari per un whisky di troppo al night.

      Cosa si può pretendere, del resto, da un uomo che ha esibito sulle sue reti televisive un’ex Presidente della Camera con busto sadomaso in latex e bisturi in mano? Per Berlusconi, E.E. è stato solo lo specchietto per le allodole a beneficio dei pro-life più creduloni; al massimo, solo lo spunto per il prossimo reality show da trasmettere in fascia protetta, o un siparietto melodrammatico durante le evacuazioni emotive in pubblico di Amici & co.

      Ci vogliono veramente una totale ignoranza storica e un'ignavia giuridica da quinto mondo, per spacciare la frottola di Berlusconi che tenta di salvare la vita a E.E.

      Manlio Pittori

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    3. Ok. Quando avrai messo da parte il tuo odio ossessivo-compulsivo per B., torneremo a discuterne seriamente, ok?

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    4. Mancini,

      ho riportato fatti, date, nomi e circostanze che, a mio parere, dimostrano in maniera chiara e puntuale il totale disinteresse del governo Berlusconi nei confronti della vicenda di E.E. e la completa falsità della vulgata secondo la quale Berlusconi "avrebbe cercato di salvare la vita di E.E.".

      Mi sembrano, le mie, argomentazioni serie e per il momento non contestate: ci vuoi provare tu, Marco Mancini?

      Quando, ovviamente, avrai messo da parte i paraocchi che ti portano a leggere, in una ricostruzione storica accurata, solo quello che ti interessa ("l'odio ossessivo-compulsivo": ma quando mai, Mancini? Io non odio nessuno: provo invece indignazione verso certe persone e certe bugie).

      Io ho iniziato a discutere seriamente: attendo il tuo turno, adesso.

      Grazie.

      Manlio Pittori

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    5. La prima parte del mio intervento contiene fatti, date, nomi di persone e avvenimenti che sono suscettibili di confutazione: in quella prima parte non c'è traccia di odio, ci sono solo fatti concreti.

      Ma nessuno si misura coi fatti, qui: è più facile ignorarli.

      La seconda parte del mio intervento non contiene, a mio parere, nessuna forma di odio: mi limito a esprimere una possibile spiegazione del totale disinteresse di Berlusconi nei confronti della vicenda di E.E.

      Posizione personale, quindi discutibilissima e opinabilissima.

      Quel che è certo è che la (a mio parere) bufala del Berlusconi defensor vitae non è sostenuta da alcun dato di fatto, ma spacciata solo con motivazioni ideologoche: nessuno che voglia o possa controbattere nel merito.

      Se poi si aggiunge che C&dM se la prendono comoda, nel pubblicare gli interventi, rendendo impossibile una discussione già difficile per mancanza di confronto, il quadro è chiaro: le menzogne trionfano.

      Peccato, ma c'est la vie.

      Manlio Pittori

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    6. L'unico fatto degno di nota che tu riporti è che il Governo presentò un decreto-legge per impedire la sospensione di alimentazione e idratazione e che il tentativo non andò a buon fine per l'opposizione del Presidente Napolitano.
      Il fatto che non ci si fosse pensato prima non elimina questo fatto cruciale, dal quale è dipeso il destino della povera Eluana. Evidentemente si pensava che il quadro normativo fosse tale da mettere al sicuro da pronunce giudiziarie di quel tipo. Non a caso, a seguito del caso Englaro è iniziato l'iter per l'approvazione di un disegno di legge sul c.d. fine vita, con tutti i problemi bioetici che sappiamo, che fanno preferire ad alcuni l'opzione zero.

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    7. "Evidentemente si pensava che il quadro normativo fosse tale da mettere al sicuro da pronunce giudiziarie di quel tipo".

      Il quadro normativo, molto semplicemente, non esisteva e non esiste: c'era e c'è solo l'art. 32 della Costituzione, secondo il quale "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge".

      Nessuna legge imponeva il trattamento sanitario che teneva in vita E.E.: quindi i giudici hanno applicato l'art. 32 della Costituzione.

      Il decreto legge del governo (quello che prevedeva il divieto di sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione dei pazienti) fu presentato alle 14 dello stesso giorno in cui era già stata annunciata la sospensione dell'idratazione di E.E.; e quando già si sapeva che il Presidente della repubblica avrebbe rifiutato la firma del decreto, ritenendolo incostituzionale.

      Non per niente il governo, la sera stessa, presentò un disegno di legge - di analogo contenuto - per superare le obiezioni di incostituzionalità.

      Si sapeva, da anni, che il padre di E.E. tentava di ottenere una sentenza per far rispettare quella che, a suo dire, era la volontà della figlia: eppure in tutti quegli anni il governo Berlusconi (saldissimamente al governo a far approvare lodi Alfani in quantità) non è stato in grado di far approvare una banalissima legge ordinaria che stabilisse il divieto di sospendere i trattamenti medici alla persone incoscienti: sarebbe bastata una legge di un solo articolo, e E.E. sarebbe viva come la vorresti tu.

      Il governo Berlusconi, che ha avuto anni per fare quella legge semplicissima, non ha fatto nulla, salvo intervenire fuori tempo massimo con un decreto legge incostituzionale.

      Ma tu arrivi a sostenere che "non ci si era pensato prima": come no, erano solo 10 anni che la vicenda di E.E. era nelle mani dei giudici (in un quadro di totale vuoto normativo).

      Scusami se te lo dico, Mancini: e tu saresti quello che discute seriamente? Dimostri solo di non conoscere non solo la vicenda di E.E., ma anche il quadro di riferimento giuridico all'interno del quale quella vicenda si è svolta.

      Certo, si può discutere ignorando la realtà, i fatti e gli accadimenti concreti: ma non la definirei, personalmente, una discussione seria.

      Manlio Pittori

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  2. Manlio Pittori9 febbraio 2014 18:15

    Giuliano Guzzo dimentica un paio di particolari decisivi.

    Il primo: i giudici hanno deciso sulla base dell'art. 32 della Costituzione, secondo il quale "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge". Dal momento che nessuna legge obbligava E.E. a subire il trattamento sanitario del sondino naso-gastrico, la conclusione è stata inevitabile: accertata la volontà di non essere sottoposta a quel trattamento sanitario, il giudice ne ha disposto la rimozione. Semplice e lineare.

    Il secondo. Guzzo dimentica la totale inerzia del governo Berlusconi, troppo impegnato a farsi gli affari del suo dominus. Sarebbe bastata una semplicissima legge in tema di trattamenti salvavita (e quel governo ha avuto un'amplissima maggioranza e un sacco di tempo per farlo) e nessuno avrebbe potuto staccare quel sondino a E.E.

    Il resto son chiacchiere, sentimentalismo da fotoromanzo, approssimazioni pseudogiuridiche.

    Per fortuna in Italia ci sono i giudici e per fortuna il diritto ha una logica che i pro-life alla Ferrara (e alla Guzzo) non riescono a comprendere.

    Manlio Pittori

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    1. Ma com'è che altri giudici, praticamente tutti quelli prima della sentenza della Cassazione del 2007, decisero in altro modo? Anch'essi ignari della logica del diritto?
      La volontà può essere anche non circostanziata, cioè essere espressa in tutt'altre situazioni ed essere trasferita meccanicamente in una situazione ipotetica? Una volontà ipotetica (se... vorrei..) può avere una valore reale, in una situazione concreta? Come avverrebbe tale passaggio da ipotesi a realtà?
      Mi chiedo ad esempio se un tentato suicida, nell'atto di porre fine alla propria vita, agisca maldestramente riportando gravi feriti ma non riuscendo ad uccidersi. In tal caso, la volontà suicida non è solo presunta, ma si è tramutata in azione. Che si fa? Seguendo il ragionamento dei pro-autodeterminazione andrebbe lasciato morire senza porre in atto alcun trattamento sanitario salva-vita perché la sua volontà è espressamente contraria.

      Michele

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    2. Manlio dimentica un particolare decisivo, ossia che cibo e acqua NON SONO TRATTAMENTI MEDICI.

      "Il resto son chiacchiere, sentimentalismo da fotoromanzo, approssimazioni pseudogiuridiche", appunto.

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    3. Quello che è un TRATTAMENTO MEDICO, come scrivi - insolentemente - tu, lo stabiliscono i rappresentanti politici in Parlamento o i Giudici in Cassazione: purtroppo non appartieni a nessuna delle summenzionate categorie; nelle Scritture sei libera di leggere qualsiasi imperativo ti piaccia ma non tutti siamo cattolici o cristiani o monoteisti o religiosi o più semplicemente pisaiani: però per corroborare le tue opinioni potresti diventare fonte di diritto, anche se non so proprio come; buon lavoro

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    4. Quindi, poiché lo decidono gli altri (parlamentari e giudici), vietato discuterne? Anche nel caso i suddetti decidano "à la Caligola"?

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    5. Lei è un personaggio straordinario. Accusa gli altri di non misurarsi sui fatti ma è il primo a ignorarli, confidando che il resto del mondo faccia altrettanto.

      Nel suo primo intervento ha voluto rimarcare "la totale inerzia del governo Berlusconi" - aggiungendo - "Sarebbe bastata una semplicissima legge in tema di trattamenti salvavita (e quel governo ha avuto un'amplissima maggioranza e un sacco di tempo per farlo) e nessuno avrebbe potuto staccare quel sondino a E.E."

      Poi si accorge che ciò è esattamente quello che è avvenuto, dal momento che cita il decreto lampo, e allora corre ai ripari pensando di rimediare con due paginate di retorica e ipocrisia, la stessa che da 20 anni viene riversata su Berlusconi senza ottenere il minimo risultato.

      Ma la retorica resterà al più negli annali dell'avanspettacolo , mentre per un politico faranno fede gli atti pubblici. Il nome di chi ha rischiato il conflitto istituzionale per salvare Eluana resterà quello di Berlusconi , così come il nome di chi ha firmato la legge sull'aborto resterà quello di illustri politici democristiani.

      Secondo. Dire che una legge poteva essere fatta in dieci anni significa ribaltare la prospettiva giuridica. Infatti nessuno aveva ed ha il bisogno di legiferare sul fine vita. Coloro che invocano una nuova legge lo fanno solo allo scopo di scardinare il diritto e introdurre l'eutanasia.

      E' la strategia (vincente senza dubbio) che il partito radicale ha portato avanti per decenni. Partire dal caso pietoso per modificare l'ordinamento. E' stato così per divorzio, aborto , legge 40 e ora eutanasia. La conferma sta nel fatto che inizialmente il caso Eluana non avrebbe mai assunto la dimensione giuridica per dichiarata volontà dello stesso Englaro. Finirà poi invece nelle liste radicali. Questi sono i fatti , caro Pittori

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    6. Angheran70,

      ribadisco che la legge che avrebbe "salvato" E.E. non c'è e non c'è mai stata: i giudici hanno accolto la tesi del padre di E.E. proprio perché e solo perché non c'era una legge che stabilisse il divieto di sospendere l'alimentazione e l'idratazione ai pazienti incoscienti.

      E' proprio perché e solo perché quella legge mancava (e manca), che i giudici hanno dovuto applicare l'art. 32 della Costituzione, che subordina l'obbligatorietà di un trattamento medico all'esistenza di una legge che lo preveda.

      Ad esempio, il TSO per i malati di mente si può imporre perché una legge che lo prevede (legge Basaglia); la vaccinazione contro l'epatite B è obbligatoria solo perché esiste la legge 27 maggio 1991, n. 165 (Obbligatorietà della vaccinazione contro l'epatite virale B).

      Il sondino naso-gastrico, trattamento medico, non è previsto come obbligatorio da nessuna legge: quindi, si applica l'art. 32 Cost.

      E.E. è morta solo perché (e solamente perché) mancava una legge: e chi avrebbe dovuto fare quella legge era il governo Berlusconi. Quindi, secondo diritto, logica e ragione, E.E. è morta per l'inerzia del governo Berlusconi.

      Secondo. Il padre di E.E. ha iniziato la sua battaglia legale per "fare morire" sua figlia nel 1999: quindi almeno dal 1999 si sapeva che era necessario legiferare sul fine vita, se non si voleva che - approfittando del vuoto normativo e dell'art. 32 Cost. - si arrivasse a decisioni come quella che ha portato alla morte di E.E.

      Non è vero per nulla che "nessuno aveva ed ha il bisogno di legiferare sul fine vita": i casi Nuvoli, Welby e E.E. dimostrano il contrario.

      Se si vuole evitare di introdurre l'eutanasia è necessario legiferare sul fine vita: ed è proprio quello che il governo Berlusconi non ha fatto.

      Questi sono i fatti, gentile Angheran70: però ci vuole un minimo di preparazione giuridica per capirli, altrimenti sono solo chiacchiere al vento, come - senza offesa, la prego di credere - le sue.

      Grazie per l'attenzione, con immutata stima.

      Manlio Pittori

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    7. @ Ilaria Pisa

      Cibo e acqua non sono trattamenti medici finché si tratta di una birretta con pane e mortadella; invece per posizionare un sondino naso-gastrico ci vuole la prescrizione medica.

      Provi lei, a collocarlo senza prescrizione: si chiama esercizio abusivo della professione medica ed è un reato.

      Inoltre, senza il suo consenso non le possono dare neanche un'aspirina: figuriamoci un sondino.

      Dopo, per quel che mi riguarda, se avete i voti in Parlamento, potete anche rendere obbligatoria la fistulectomia: ma ci vuole una legge.

      Lo so che per voi cristiani il diritto è solo una complicazione (Juristen, böse Christen): ma finché non riuscirete a instaurare una teocrazia, dovete seguire anche voi le regole, come tutti.

      Poi, se domani riuscirete a imitare i talebani e i wahabiti, buon per voi: ma domani è domani, oggi è oggi.

      Cordialità.

      Manlio Pittori

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    8. Perché scrive che per evitare l'eutanasia è necessario legiferare sul fine vita? Esiste già nel c.p. l'omicidio del consenziente. Oltretutto è un'illusione che una legge tolga d'impiccio i cavilli giurisprudenziali.
      Perché poi citare come paradigmatica della concezione cristiana del diritto una frase di derivazione oltretutto luterana, che stigmatizzava la disponibilità degli avvocati a difendere qualsiasi causa? Per vis polemica?

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    9. Gentile Anonimo 19 febbraio 2014 23:19,

      (noto con rammarico che pochi si firmano, sia pure con un nick, e quindi bisogna rivolgersi ad anonimi indistinguibili)

      la c.d. "legge sul fine vita" ha poco a che fare con l'omicidio del consenziante: si tratta invece di disciplinare i casi nei quali un malato decide di non volersi più sottoporre a un trattamento medico che lo mantiene in vita.

      Si ricorda la signora che rifiutò l'amputazione della gamba che, a detta dei medici, era l'unico modo per salvarle la vita (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2004/02_Febbraio/19/malata.shtml)? La signora morì anche a causa della mancata operazione.

      Come vede, senza il consenso nessuno ci può toccare, anche se è certo che senza quel trattamento medico si morirà; invece, una volta che il trattamento medico è stato effettuato (ad esempio, il respiratore artificiale), il paziente non ne può chiedere la rimozione.

      In altre parole: il malato può rifiutare che gli mettano il respiratore artificiale, anche se senza di esso è condannato a morte certa; ma una volta accettato il respiratore artificiale, non può più revocare il consenso, nemmeno se la sua vita sia diventata una sofferenza insopportabile.

      E, infatti, Giovanni Nuvoli, che non voleva più il respiratore artificiale, per poter morire fu costretto alla sciopero della fame e a morire di consunzione.

      Come vede, l'eutanasia non c'entra, o c'entra poco: c'entra la libera volontà delle persone che, una volta entrate nel dominio pieno e incontrollato della tecnologia medica, non se ne possono più liberare.

      E infine: tecnicamente, quello della donna di cui sopra è un suicidio ed è una situazione paragonabile a quella di Welby e a quella di Nuvoli o di E.E.: eppure in quel caso non ho visto cattolici invocare la difesa della vita dal concepimento alla fine naturale; non ho visto Giuliani Ferrara dar di matto.

      L'hanno lasciata morire in pace, come chiedevano Welby e Nuvoli, che invece non sono stati lasciati in pace.

      Lo stesso peso, ma due misure diversissime.

      Grazie.

      Manlio Pittori

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    10. Gentile Anonimo 19 febbraio 2014 23:19.

      il "Juristen, böse Christen" non l'ho scritto per vis polemica nè ignorandone la fonte: più semplicemente, ho usato quell'espressione (non nel suo senso proprio e non nella sua accezione storica) solo per significare che sono fermamente convinto (ma pronto a ricredermi) che i cattolici, specie i tradizionalisti, non hanno ben chiara la distinzione tra diritto e morale; sono fermamente convinto che invidiano i musulmani della sharia; e sono convinto pure che non ne sappiano molto, di diritto.

      Lo spazio qui concesso indice inevitabilmente alle generalizzazioni, agli stereotipi e alle tautologie: ma, parlando in generale, questa è la mia netta convinzione.

      Manlio Pittori

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    11. Scusate, ho dimenticato una cosa, per Anonimo 19 febbraio 2014 23:19.

      Che il "Juristen, böse Christen" si applichi anche a lei lo dimostrano le sue stesse parole:

      "Oltretutto è un'illusione che una legge tolga d'impiccio i cavilli giurisprudenziali."

      La constatazione è talmente ovvia e banale da rendere evidente che lei considera il diritto un fastidio e un male.

      Ogni legge lascia spazio all'intepretazione e ai "cavilli", ma questo non significa che non si debba legiferare: anche la legge sullo stalking consentirà a chi lo vuole di cavillare, ma ciò non significa che la legge sullo stalking non sia indispensabile.

      A meno che a lei non preferisca semplicemente vietare tutto quello che non le garba: a chi abortisce, a chi divorzia, a chi s'inchiappetta, a chi si feconda artificialmente e a chi rifiuta il sondino, da 3 a 333 anni di galera.

      E' una scelta: certo, non garantisce che il Ghedini di turno non riesca a cavillare, ma di sicuro la cavillazione sarà minore.

      In ogni caso, considerare le drammatiche questioni che possono verificarsi attorno al "fine vita" come dei "cavilli giurisprudenziali che impiacciano", dimostra solo che lei, come i luterani, considera gli Juristen dei böse Christen.

      Cordialmente,

      Manlio Pittori

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    12. Rispondo per punti seguendo la cronologia dei suoi commenti:

      1) Il fatto che 3 dei casi da lei citati siano stati risolti senza l’intervento dei tribunali (eccetto E.E.) dimostra come sia “urgente” una disciplina del “fine vita”. Se vale una prova fattuale, si può ricordare come nel 2009-2010 si parlava di legge sul “fine vita” solo in relazione al biotestamento, cioè ad una dichiarazione “ora per allora”, mentre non si prendeva in considerazione la volontà attuale espressa nella situazione concreta di infermità.
      Se uno è cosciente può già rifiutare tutti i trattamenti, anche quelli salvavita; se uno è incosciente, bisognerebbe spiegare come una volontà ipotetica, formulata in tutt’altro contesto, possa trasformarsi in reale e come avvenga questo passaggio: se è ipotetica, può essere validata solo nell’esperienza, ed il terreno di questa validazione non può essere il contesto in cui è stata formulata, pena la caduta in un’aporia. Nel caso di E.E. cosa è accaduto? Da uno stile di vita, desideri, ecc. si è preteso di risalire alla volontà presunta del paziente se si fosse trovato in una situazione simile e si è cercato conferma di tale presunta volontà… nello stile di vita stesso! Ed il discorso vale anche per il testamento biologico, poiché va spiegata quale sia la logica che assimila una volontà attuale, la quale per forza di cose non può che esplicarsi nel caso concreto, ad una ipotetica e presunta, assunta in tutt’altra situazione, postulando, senza prove, di sapere esattamente quali decisioni verrebbero prese in una situazione di malattia.
      Per quanto riguarda il caso della donna che lei assimila al suicidio, per un giudizio etico va valutata l’intenzione che l’ha portata a ciò, mentre lei si sofferma solo sull’aspetto esteriore e fattuale. A me risulta che non desiderasse morire, ma si opponeva ad una pratica che per le sue convinzioni era moralmente inaccettabile, come i tdg che rifiutano le trasfusioni senza per questo esprimere volontà di morte.

      2) Per quanto riguarda morale e diritto penso sia semplicemente impossibile assimilarli, anche per il musulmano fondamentalista. L’unica possibile identificazione di verificherebbe nel considerare moralmente sbagliato solo il comportamento esprimentesi in fatti o parole: allora potrebbe realizzarsi, forse. Nella morale cristiana, si pecca anche con il pensiero: questo, da solo, rende tecnicamente impossibile l’identificazione, per l’impossibilità pratica di perseguirlo penalmente: chieda pure a De Mattei o a don Curzio Nitoglia per conferma.
      Piuttosto una certa identificazione di morale e diritto è ben presente nel pensiero laico, dove l’etica pubblica coincide con la conformità alle decisioni del sovrano, cioè la legalità (la morale privata, invece, non è altro che la decisione posta di volta in volta dalla coscienza del singolo).

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    13. 3) La mia frase significa soltanto che è illusorio pensare che una legge, che per definizione è generale e astratta, possa risolvere il problema del “fine vita” nelle sue mille sfaccettature, ignorando come l’esperienza concreta non possa essere “ingabbiata” nelle maglie preconfezionate della legge. Lei stesso riconosce come l’interpretazione del dettato normativo da parte del giudice sia eliminabile.
      La visione del diritto come un fastidio e un male, come dice lei, o come un “male necessario”, come dico io sulla scorta di Hanna Arendt, è propria più della concezione moderna (e quindi laica) che di quella classica. Non starò a tediarla con i classici della filosofia moderna, ma le ricordo solo come tutti loro, da Hobbes in poi, abbiano visto nello stato, e quindi nel diritto, un ostacolo alla libertà individuale, piena e perfetta solo nell’ipotetico stato di natura, necessario solo per evitare l’incertezza, appunto, dello stato di natura. La stessa frase della Arendt, “la politica come male necessario”, sta ad indicare la contrapposizione tra la libertà, intesa come autodeterminazione volontaristica, vera “natura” dell’uomo, ed il diritto, male perché limita per forza di cose la libertà ma necessario per evitare l’anarchia. Ce ne sarebbe quindi da dire su chi tra noi considera il diritto “come un fastidio o un male”! Sono gli stessi maestri del pensiero laico a parlare.
      Quindi, no, non considero i giuristi come cattivi cristiani, almeno non tutti. Certo non scoppio di simpatia per i giuristi (tanti) che, come mi pare faccia lei in suo commento precedente, sostengono positivisticamente che una legge vada bene a prescindere dal contenuto, basta che si abbiano i numeri: in ciò non riesco a vedere altro che una eco della frase del Trasimaco di platonica memoria: “il giusto è l’utile del più forte”. Il diritto nient’altro che come risultato della volontà di chi, di volta in volta, è in grado di imporsi, in parlamento o altrove, poco importa, aperto a qualsiasi prospettiva, anche la più contradditoria, ed il giurista nient’altro che enzima del potere, il cui scopo è di far digerire al cittadino la volontà di colui che al momento è sovrano. Che cosa rimanga del diritto in un siffatto scenario, non so!

      Saluti

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  3. Dovresti lasciare a Lui il giudizio su mister Englaro, giully dolcissima;
    1) perché non puoi fare altrimenti: non verrai consultata sul merito, giudiziale o religioso, dell'Englaro né come giurisperita, né come blogghista, né come cattolica;
    2) perché anche se Lui volesse ascoltarti, tu mostri d'aver ben poca esperienza di dolore mentre Lui L'ha visto appeso, L'ha sentito pregare e Lo ha visto morire: credo che non abbia bisogno del tuo contributo di riflessione, giuridica o filosofica, circa la figura di un padre che lascia morire un figlio; né sui motivi che possano spingere a farlo;
    per il resto, buono studio, giovane giurista cattolica: avrai sicuramente maggior successo che come apologeta.

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    1. nessun cattolico giudica l'anima di Englaro. casomai è lui che ha "giudicato" su sua figlia.

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  4. Un fatto è certo: sono passati cinque anni, e in Italia non c'è più stato un altro "caso Englaro", ovvero una famiglia che ha chiesto di far morire un parente in coma vegetativo. Eppure di pazienti di questo tipo in Italia ce ne sono diverse centinaia. Insomma è stato un caso del tutto isolato e abnorme, che si vorrebbe far diventare esemplare.

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    1. Magri Lucio
      Lizzani Carlo
      Monicelli Mario
      chi in Svizzera, chi a Roma
      chi con un'iniezione di barbiturici, chi con la tromba delle scale
      Anonimo dovresti leggere più spesso i quotidiani

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    2. Che cavolo dici? i tuoi esempi non sono omicidi ma suicidi. Nessuno ha staccato la spina a questi

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    3. Tesoro,
      questa è gente che si è terminata in maniera cruenta perché non c'era e non c'è una norma legale che consenta una morte dignitosa, nel sonno, per quelli che non ce la fanno più; per quelli che, invece, non vogliono, o non capiscono, c'è sempre il Suo, o il tuo, amore: temo, però, che proprio le due cose siano molto diverse; ciao, ermeneuta degno di Gadamer.

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    4. Il caso di Eluana Englaro non ha nulla a che vedere con quello di Lucio Magri, il quale era in grado di prendere decisioni ed eseguirle assumendosene ovviamente tutte le responsabilità. Io comunque preferisco una società che alle persona che stanno male e meditano il suicidio non manda l'infermiere con l'iniezione letale ma manda lo psicologo che li aiuti.

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    5. Stella,

      e se lo psicologo non riesce a convincerlo? che si fa? se ne manda un altro? e poi un altro? e poi un altro? ...

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    6. Caro mio ben,
      credimi almen!
      Se gli mandiamo l'angelo della buona morte non ne convinceremo di certo nessuno. E nessuno ti ha mai detto che il suicidio è un atto che induce all'imitazione? Uno Stato che dice ai poveracci stanchi di vivere "prego ammazzatevi, qui c'è l'iniezione" automaticamente induce a farlo altri poveracci che magari manco ci pensavano.

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  5. Questo video prima della sua morte
    http://www.youtube.com/watch?v=GtaQVmDwTZo&eurl

    allora ancora non sapevo che il 12 febbraio del 2009 sarebbe ricorso il 2° centenario della nascita di Darwin

    quest'altro dopo
    http://www.youtube.com/watch?v=5qm98sSvnkk&eurl=http%3A%2F%2

    a conferma che Eluana fu immolata sull'altare massonico del darwinismo sociale, in quanto "peso morto di rifiuto umano", una "palla di piombo" ai piedi della società

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