21 febbraio 2014

Intervista sul maschicidio

di Giuliano Guzzo
L’opinione pubblica si concentra sul cosiddetto femminicidio e lei, sfidando la corrente, invita a guardare altrove e a considerare che esiste – nascosta, spesso non considerata e dimenticata – anche un’altra violenza: quella contro gli uomini. Di più: per Glenda Mancini, classe 1989, una laurea in scienze delle investigazioni e il desiderio di specializzarsi presto in psicologia criminale, la geografia della violenza, rispetto a come ce la raccontano, è diversa al punto che si può affermare «in molti casi le donne sono le carnefici e gli uomini le vittime». Ne è talmente convinta che all’argomento ha dedidato un intero libro pubblicato da poco – L’uomo vittima di una donna carnefice (Booksprint) – e che è destinato a far discutere. L’abbiamo avvicinata per saperne di più sul suo punto di vista e sulle sue ricerche.

Dottoressa Mancini, direi di partire dal suo libro. Già il titolo è, come si suol dire, un programma: L’uomo vittima di una donna carneficeCom’è nata l’idea e perché la scelta di un titolo così provocatorio? «L’idea nasce dopo aver avuto la fortuna di imbattermi in alcuni studi internazionali nella quale la violenza domestica sembra essere agita in percentuali maggiori da donne sugli uomini piuttosto che il contrario. Il titolo originale della tesi era “o qualcuno è uomo o qualcuno è vittima” affermazione di Lenz, per rendere il contenuto più facile da comprendere a partire dal titolo ho deciso di cambiarlo per l’occasione del libro».
In effetti, della violenza contro gli uomini sappiamo poco. Che dimensione ha il fenomeno e, soprattutto, in che misura questa violenza è agita da donne? «In realtà che dimensioni abbia effettivamente non possiamo dirlo in quanto non ci sono studi ufficiali sul fenomeno, ma da quelli non ufficiali, di studi, sicuramente si può pensare che la dimensione sia più vasta di come si immagina e soprattutto sconosciuta in molte delle sue forme».
Qual è – per quel che ha potuto appurare nelle sue ricerche – la prima causa della violenza femminile contro l’uomo? «Queste sono valutazioni che dovrebbe farle uno psicologo, mi limito a raccontare e a mettere per iscritto quello che i dati ci comunicano. Quello che posso dire è qual è la forma di violenza più agita ed è sicuramente quella psicologica che può prendere la forma poi, nei casi di separazioni e divorzi, del mobbing giudiziario».
Posto che i mass media ne parlano raramente, sembra che violenza delle donne – a differenza di quella maschile – sugli uomini non solo non sia oggetto di riprovazione sociale, ma venga spesso giustificata come meramente “difensiva”. Concorda? «Viene sostenuto abbia origine difensiva, ma questa tesi è del tutto speculativa, per diverse ragioni, in primo luogo non esiste nessuno studio che metta in correlazione peso ed altezza della vittima e del carnefice e se pur è ragionevole come ipotesi, in realtà dimentica la possibilità di armarsi o utilizzare strumenti più fini e subdoli come la violenza psicologica sotto forma di minaccia e ricatto, soprattutto quando si serve dei figli. Al di là della differenza di genere, entrambi i sessi tendono a rispondere con i medesimi istinti di lotta o di fuga».
Dunque esiste, secondo lei, il rischio di una polarizzazione culturale tale per cui l’uomo è riconosciuto sempre e solo come carnefice e la donna sempre è solo come vittima? Se sì, come uscirne? «Certo che esiste, e l’unico modo per uscirne è incominciare per lo meno ad interessarsi al tema della violenza in un’altra prospettiva quella, cioè, che vede vittima l’uomo. Sono temi paralleli che devono essere trattati insieme perché si toccano e, spesso, dall’uno dipende l’altro».
Ho letto che ha dichiarato sbagliati i dati femminicidio in Italia. A che dati allude precisamente, e perché questa critica? «Non sono errati i dati del femminicidio, è l’uso che se ne fa a non essere corretto nel momento in cui si dichiara che il femminicidio rappresenta la prima causa di morte in Italia o che l’Italia si il paese più pericoloso per le donne, non è assolutamente così: al contrario, è uno dei più sicuri».
La sensazione è che il suo libro – e le tue tesi, peraltro fondate e convincenti – le potrebbero procurare più critiche che elogi. Pronta a difendersi? «Sinceramente quello che ora mi preme è che si parli del fenomeno della violenza sugli uomini, le critiche se costruttive sono sempre ben accette e certo gli elogi non mi danno fastidio».

http://giulianoguzzo.wordpress.com/2013/12/22/intervista-sul-maschicidio/  

7 commenti :

  1. che carini, intervistate una neo dottoressa che si auto pubblicata la tesi...

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  2. Glenda Mancini è parente del Mancini di Campari e De Maistre?

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  3. Esiste davvero una laurea in scienze delle investigazioni?

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    1. Boh, sembra di sì!
      Io ho fatto informatica ( NON ingegneria informatica, che è altra cosa ) ma ho sentito che ci sono delle facoltà con delle lauree incomprensibili ( tipo Management del turismo ). Un giorno faranno la laurea in Ingegneria dei bulloni o Fisica quantistica dei fili.
      Penso che scienze delle investigazioni sia psicologia con psichiatria e della statistica.
      Penso.

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  4. Se studia psicologia criminale avrà una buona competenza sull'argomento! Io ero sempre rimasto scettico da chi affermava tesi come queste: ma adesso se l'argomento viene affrontato da una scienziata potrebbero esserci dei buoni motivi per ricredersi.
    Speriamo che possa fare delle ricerche se questo è il suo campo d'interesse! Auguri!

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  5. Sentite: a me, 'ste espressioni "femminicidio", "maschicidio" ecc. paiono delle gran str...Da che mondo è mondo, si sono sempre uccisi o maltrattati, in quantità industriali, sia uomini che donne. I termini per indicare tali corbellerie sono sempre, giustamente, stati: omicidio, cioè uccisione di un essere umano indipendentemente dal sesso, stupro, violenza ecc.
    O forse qualcuno vorrebbe farci credere chè è ultimamente cambiato l'andazzo sempre perpetuatosi per migliaia d'anni?
    Tommaso Pellegrino - Torino

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