08 marzo 2014

Altro che mimose: per l'8 marzo le donne vogliono poltrone garantite

di Marco Mancini

Oggi è l’8 marzo. E il fatto che il mio compleanno passi in secondo piano rispetto alla Giornata della donna mi infastidisce molto. Per questo approfitto dell’occasione per intervenire su una questione che in questi giorni ha riempito le prime pagine dei giornali, come se non avessimo problemi abbastanza seri a cui dedicarci: la questione della parità di genere nelle liste elettorali.

Come è noto, l’Italicum, cioè il nuovo modello di legge elettorale nato dall’accordo tra Renzi e Berlusconi, è in discussione in Parlamento. Il progetto prevede ancora liste bloccate, per quanto più corte rispetto al Porcellum, e una quota del 50% di donne in ogni lista. La controversia sorge su come distribuire questo 50%: a discrezione dei segretari di partito, con il “rischio” che le donne finiscano tutte in coda e non vengano quindi elette, o secondo un criterio di alternanza tra i generi, il quale farebbe salire la percentuale di donne in Parlamento molto vicino alla metà?

La Boldrini, tutte le parlamentari, “Repubblica” e la Corte dei miracoli del politicamente corretto sono per la seconda ipotesi; molti parlamentari uomini, invece, propendono per la prima (più che il maschilismo, è un più concreto istinto di sopravvivenza a farla da padrone). E siccome gli uomini sono ancora la maggioranza nelle aule parlamentari, l’esito della partita non è affatto scontato. Da qui le patetiche “riunioni” organizzate dalla Boldrini, gli accorati appelli di “Se non ora quando?”, gli hashtag rilanciati su Twitter: insomma, la mobilitazione di massa (si fa per dire) allo scopo di mettere pressione sul Parlamento e ottenere le tanto agognate quote. Insomma, per l'8 marzo non si chiedono più mimose, ma poltrone sicure.

“La metà della popolazione è costituita da donne”, piange la sconsolante Boldrini. Ma questo personaggio conosce il significato dell’espressione “rappresentanza politica”? Sa che la concezione moderna di rappresentanza è ben diversa da quella, corporativa e “privatistica”, tipica del Medioevo? Forse la Boldrini vuole istituire una Camera dei generi, sulla falsa riga della Camera dei Fasci e delle Corporazioni? Ma poi, perché fermarsi al sesso, dandogli tutta questa importanza? E le quote per i dipendenti pubblici? E per gli operai? Trasformiamo il Parlamento in una riproduzione statistica perfettamente fedele del Paese?

Ma poi, non ci avevate detto che maschile e femminile non esistono più? E le quote per i transessuali e gli altri generi intermedi? Le contraddizioni interne dell’ideologia del gender: 50 ai maschi e 50 alle femmine, però in realtà i generi sono 7 o 8, ma la somma fa sempre 100. Poche idee ma confuse.

Andiamo avanti. Il punto è che, se metà della popolazione è donna, di sicuro non valo lo stesso per chi è impegnato in politica. Come politologi e sociologi sanno bene, i processi di socializzazione politica coinvolgono molto di più gli uomini che le donne: ne discende una differenza chiara nel tasso di partecipazione politica, come dimostra qualsiasi dato sul numero degli iscritti ai partiti. Se (relativamente) poche sono le donne che partecipano attivamente alla politica e che si fanno strada nei partiti, non si capisce per quale motivo debbano essere inserite a forza nelle liste elettorali. Il rischio è quello di ripetere esperienze imbarazzanti come quelle del PD veltroniano, che alle politiche del 2008 riempì le bozze provvisorie delle liste siciliane con generiche “Donna DS" e “Donna Margherita” (pochi se lo ricordano, ma accadde veramente). Insomma, gente inserita a caso nelle liste elettorali sulla base della doppia appartenenza di genere e di partito.

Dove esistono le preferenze, per la verità, la realtà torna di tanto in tanto a prendersi la rivincita sull’ideologia. Alle ultime elezioni regionali sarde, per esempio, la legge elettorale imponeva che almeno 1/3 dei candidati di ogni lista appartenesse a uno dei due generi. Nella circoscrizione di Cagliari, ad esempio, 7 dei 20 candidati del PD erano donne. Eppure, scorrendo l’elenco dei più votati, per trovare la prima donna bisogna arrivare all’undicesimo posto. Nel complesso, su 60 consiglieri eletti figurano appena quattro donne. E’ un bene? Un male? E’ la realtà, peraltro frutto anche delle scelte dell’elettorato femminile.

Se questa è la realtà, avrà pensato qualcuna, occorre non solo che le donne siano inserite in lista in gran numero, ma anche che abbiano l’elezione garantita in Parlamento: si proceda a liste alternate per genere, dunque! Un’assurdità logica e politica, un clamoroso vulnus al tanto sbandierato principio della meritocrazia, ma anche e soprattutto alla libertà di scelta non tanto degli elettori, già frustrata dalle liste bloccate, quanto dei partiti, i quali saranno costretti a (non) selezionare la propria classe dirigente quasi esclusivamente attraverso il criterio di genere. Un’idiozia che dovrebbe offendere in primis tutte quelle donne che intendono farsi largo con le loro capacità, anche all’interno della gerarchia dei partiti, e non essere catapultate in Parlamento grazie a corsie preferenziali. Una scempiaggine di proporzioni gigantesche, ma – come sempre – nessuno ha il coraggio di alzarsi in piedi e proclamarlo apertis verbis: in questa orwelliana dittatura del politicamente corretto, l’accusa di maschilismo e, perché no, femminicidio, è sempre dietro l’angolo. Tocca, dunque, sperare nel voto segreto dei parlamentari che vogliono salvare la poltrona.

Del resto, dobbiamo effettivamente riconoscere che le donne sono sfavorite e faticano ad emergere per colpa di un diffuso pregiudizio maschilista. Se ci pensate bene, quasi mai è capitato di vedere donne che facessero carriera solo per la loro vicinanza, diciamo così, al potente di turno. Le Brambilla, le Biancofiore, le Carfagna, le Maria Rosaria Rossi ed altri fulgidi esempi di statiste, per esempio, non rientrano certo in questa categoria, ed è quindi sacrosanto che si battano in prima persona, come fanno, per un giusto riconoscimento delle pari opportunità. Come in politica, tutto questo non accade mai neanche nel mondo del lavoro, o in quello accademico, men che meno a scuola, figuriamoci. Né si sottovaluti il bisogno di figure istituzionali come le Consigliere di parità, che i più superficiali potrebbero giudicare inutili carrozzoni mantenuti col denaro dei contribuenti, simili a tanti altri che servono a foraggiare associazioni femministe e fancazzisti vari ed eventuali. Si tratta invece di figure estremamente opportune e nominate secondo criteri davvero meritocratici, come insegna per esempio il caso abruzzese.

Fuor d’ironia, esistono campi in cui le donne eccellono e prevalgono sugli uomini: è il caso, per esempio, dei concorsi pubblici. Ma allora ci chiediamo: perché non inserire una bella quota del 50% pure qui? Noi maschietti non vorremmo ritrovarci a essere nel giro di qualche anno un’infima minoranza, costretti in una specie di riserva indiana. Vogliamo “pari opportunità” anche nella pubblica amministrazione, perbacco.

Tutto sommato, però, non sarebbe giusto. Rassegniamoci, il tempo degli uomini è finito: siamo, come scrivono i rotocalchi alla moda, i perdenti della società post-industriale. La speranza è che sotto la ginecocrazia prossima ventura le future generazioni di maschi possano trovarsi bene: magari gli epigoni dell’ex sesso forte riusciranno a sfruttare il vantaggio di avere tante donne ai posti di comando per ritagliarsi qualche strapuntino. Saranno loro i nuovi Brambilla e Carfagna. E’ già una consolazione.
 

1 commento :

  1. Sostanzialmente d'accordo con l'articolo. Tuttavia trovo discutibile l'affermazione: "la concezione moderna di rappresentanza è ben diversa da quella, corporativa e “privatistica”, tipica del Medioevo" Se l'osservazione è puramente posta sul dato di fatto politologico, d'accordo. Se è un giudizio di valore, negativo, sulle modalità di rappresentanza vigenti in alcune realtà istituzionali e in alcuni periodi del cosiddetto medio-evo, molto male. Poi: poco apprezzabile l'ironia (ma è ironia?) sulla "Camera dei Fasci e delle Corporazioni". Fu un esperimento interessante e generoso, anche se reso quasi ininfluente dalle contingenze storiche, politiche e istituzionali. E persino pallidamente evocato nelle istituzioni "repubblicane" con il CNEL.
    A prescindere da ciò, i miei migliori auguri di buon compleanno al bravo Mancini e la mia solidarietà per l'infausta coincidenza. Gli auguro che nessuno si sogni di regalargli delle mimose.

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