19 marzo 2014

Amici liberisti, ecco perché sono contrario ai licenziamenti dei dipendenti pubblici

di Alessandro Rico
Dai tempi tristissimi del governo Monti si fa gran parlare di spending review, anglicismo che da subito è sembrato una copertura per la volontà di lasciare intatto il calderone della spesa pubblica. Finché Carlo Cottarelli, ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale e ora commissario alla spending review, è partito in quarta: esuberi per 85.000 dipendenti statali. Non lasciamoci intimidire dai sermoni keynesiani della CGIL, ma evitiamo anche di gongolare di fanatismo liberista. Anzi, poiché gli statolatri del sindacato si stanno facendo il vuoto intorno, urge soprattutto placare i bollenti spiriti dei fan del mercato. E cercare di capire cosa c’è di buono e cosa c’è di cattivo nel progetto del Cottarelli.

Si segnala, innanzitutto, il proposito serio di intervenire incisivamente sulla pubblica amministrazione, chiudendo la stagione del posto statale come ammortizzare sociale. Lodevole è anche l’obiettivo di bissare gli obblighi di rigore assunti in sede europea, risparmiando, nel 2016, 34 miliardi contro gli 8,9 necessari. Tuttavia, pur partendo da un punto di vista liberista, ho qualche dubbio sull’opportunità di intervenire draconianamente sui dipendenti statali. È certo che Cottarelli non ha in mente licenziamenti di massa; fatto sta che tra blocco totale dei turn over, pre-pensionamenti e mobilità, sono a rischio circa 85.000 lavoratori del settore pubblico. Veniamo allora ai liberisti indiavolati. Molti di loro invocano un consistente sfoltimento della pubblica amministrazione, fino al 50% del totale dei dipendenti dello stato. Il mantra è che, come accadde in Inghilterra e negli USA nell’era Thatcher e Reagan, si imprimerebbe uno scossone all’economia e si avvierebbe un processo di riallocazione delle risorse dal settore pubblico a quello privato. Francamente, mi sembra una follia. Capisco il livore degli imprenditori vessati dal fisco, ma sforziamoci di essere realisti: semplicemente, non siamo l’Inghilterra e gli Stati Uniti di fine anni ’70. Non scordiamoci, ad esempio, le conseguenze sociali delle misure della Thatcher contro i minatori, peraltro sacrosante; un’Italia che esce da tre anni di sacrifici e in cui Grillo prende il 20%, è una polveriera. D’altronde, non è il pareggio di bilancio a stimolare gli investimenti privati. Ci vuole un consistente taglio delle tasse, lo stesso che permise all’America reaganiana di spiccare il volo, non senza due anni di crisi fisiologica e un costante incremento del debito pubblico, ingrossato dall’iniziale diminuzione delle entrate e dal corrispettivo aumento della spesa militare, in piena guerra fredda. Che ne direbbe l’Europa, se ingrandissimo lo stock di debito e il suo rapporto con il PIL, considerato che mentre l’aumento del primo sarebbe immediato, quello del secondo sarebbe sicuramente più lento? Non abbiamo neppure l’extrema ratio della leva monetaria, controllata dalla BCE, mentre USA e Inghilterra avevano le loro banche nazionali – fermo restando che la Thatcher esordì con misure deflazionistiche. Per non parlare delle condizioni della domanda interna, falcidiata dalla crisi e sulla quale una strage di lavoratori del pubblico impiego avrebbe effetti devastanti, anche di natura meramente psicologica. Sarebbe difficile giocarsi tutta la partita sull’export, in un sistema in cui la Germania è andata incontro a una procedura d’infrazione per eccessivo surplus sulla bilancia commerciale.

Insomma, ben venga una riorganizzazione della pubblica amministrazione, ben venga il suo sfoltimento, purché graduale e anche ispirato a criteri di equità: perché a mio avviso, se un ufficio non funziona, la parte di colpa più grande spetta a chi ha responsabilità e stipendio più alti. Fuggiamo ogni antistorico arroccamento su posizioni assistenzialistiche, favoriamo la formazione di una classe di produttori contro una casta di burocrati, ma allontaniamo pure il liberismo utopistico. È invidia sociale pure questa, mica solo quella di Landini. Io tifo per il mercato perché voglio la gente più ricca, non i lavoratori in mezzo a una strada. 
 

4 commenti :

  1. Ce una soluzione, pagali in contanti fino al 70% dello stipendio medio statale in contanti ed il resto in BOT serie speciale da riscattare con il superavit dello stato.

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  2. Sono d'accordo al 90%!

    Davvero un bell'articolo. Il liberismo "totale" è un'utopia (e pure poco redditivo per una società ed uno stato).
    Però l'assistenzialismo... per me non è fonte di spreco ma una forma di carità verso il prossimo.
    Non vedo nulla di male nelle pensioni sociali nè negli aiuti per i poveri.

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  3. 85.000? Ma non manca almeno uno zero?

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  4. Due osservazioni:
    1) tutte le proposte delle scuole di economisti più liberisti (Chicago ed austriaci), in Italia, sono sempre state più temperate che altrove. Intendo dire che dalla Tatcher a Craxi ci sono anche delle vie intermedie. Oscar Giannino (per quanto criticabile, anche dal punto di vista delle proposte etiche) con la sua lista percorreva esattamente questa strada: liberista ma moderato.
    2) una volta che la storia e la realtà ci richiamano con i piedi per terra e palesano la follia di uno stato che si occupa di tutto e che è eccessivamente invasivo, direi che sia la volta buona di approfittarne per ridimensionarlo.
    Gli snobbismi verso il "normale", verso quello seduto a fianco che tutto sommato la pensa simile a me, mi danno sui nervi.
    Se vi piace la burocrazia, se vi piace pagare più della metà dello stipendio in tasse, e perché no?, l'educazione gender della scuola pubblica e gli spettacoli contro la Chiesa nei teatri pagati dal comune... bé allora continuate a proporre di aumentare la spesa per sostenere la domanda.

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