29 aprile 2014

San Giovanni XXIII: un Papa con la tiara (prima parte)

di Federico Catani
A poco più di cinquant’anni dalla morte, Papa Giovanni XXIII (1958-1963) è diventato santo. Di Angelo Giuseppe Roncalli si è arrivati a costruire un’immagine mitica, quasi abbia rappresentato l’inizio di una nuova Chiesa, più vera e più evangelica. La figura di Papa Giovanni è diventata, grazie a storici “cattolici” ultra-progressisti come Alberto Melloni, il simbolo di un papato rivoluzionario, opposto a secoli e secoli di Tradizione. Senza entrare nel merito della canonizzazione, che ormai è cosa fatta, in questa sede vogliamo svelare alcuni lati sottaciuti di Roncalli. In tal modo, si avrà un ritratto più completo del nuovo santo. 

Senza dubbio Giovanni XXIII ha inaugurato un nuovo modo di vivere e percepire il papato. Non si possono negare le sue aperture e il suo riformismo, sia nello stile, sia nel linguaggio, sia nell’atteggiamento da tenere nei confronti delle grandi questioni ecclesiali. E, fermo restando il rispetto e la venerazione per un Papa santo, ci permettiamo di far notare che molte ingenuità  e molti romanticismi (se così li vogliamo considerare) di Roncalli non hanno per nulla giovato alla Chiesa. L’ottimismo verso il futuro, il clima di dialogo inaugurato, l’apertura del Concilio Vaticano II, la predilezione per la “medicina della misericordia” non hanno prodotto gli effetti sperati. Eppure non sembra fossero queste le intenzioni di Giovanni XXIII. Papa Roncalli, infatti, eccettuate aperture opinabili, si potrebbe classificare come un Pontefice che ha scelto la via della sana riforma. La Chiesa infatti non è un fossile e non può fermarsi per ogni aspetto a un dato momento storico, altrimenti dovremmo stare ancora nelle catacombe.

Giovanni XXIII ha approvato documenti e compiuto gesti che Melloni e soci tentano in ogni modo di nascondere e che la gente comune ignora bellamente. Innanzitutto “il Papa Buono” nutrì sempre stima e venerazione per il suo immediato predecessore Pio XII, il Papa più citato nei documenti del Vaticano II. Una vera e propria devozione, poi, Giovanni XXIII l’aveva per Pio IX, l’ultimo Papa Re, il simbolo della lotta al liberalismo e della difesa del potere temporale della Chiesa, di cui sperava di celebrare la solenne beatificazione a conclusione del Concilio Vaticano II, che peraltro nei suoi piani sarebbe dovuto durare qualche mese. Nell’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, tenuta l’11 ottobre 1962 ad apertura dei lavori conciliari, oltre a punti discutibili come l’attacco ai cosiddetti “profeti di sventura” e l’esortazione a usare la “medicina della misericordia” (data la situazione odierna, si può tranquillamente affermare che il Pontefice prese una cantonata colossale), Giovanni XXIII disse che “il ventunesimo Concilio Ecumenico (…) vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica. (…) Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli”. E poi, ancora: “Occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione”. Si può e si deve discutere sulla validità e sull’efficacia della nuova stretegia pastorale adottata dalla Chiesa (i risultati sono magrissimi e spesso orribili), ma di certo Papa Giovanni non intendeva cambiare la dottrina cattolica. Bisogna poi aggiungere che, vista la piega che stava prendendo l’assise conciliare, sul letto di morte Giovanni XXIII invitò a chiudere presto il Concilio, confidando nel card. Giuseppe Siri. Lo hanno attestato l’arcivescovo di Londra Heenan e varie altre sicure testimonianze private, non viziate dall’ideologia “vaticanosecondista”.

Al contempo, nonostante un nuovo discutibile approccio, Giovanni XXIII non mutò la posizione della Chiesa nei confronti del comunismo. Già da cardinale, Roncalli aveva annotato nel suo diario (28 ottobre 1947): “Fra Carlo Marx e Gesù Cristo l’accordo è impossibile”. Inoltre, il 4 aprile 1959, il Sant’Uffizio, con approvazione del Papa, ebbe a precisare che non era lecito “ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano”. A questa posizione, stemperata purtroppo da fattive e mediatiche aperture a sinistra, che destano serie perplessità, si deve aggiungere che Roncalli già da vescovo, lodò il Concordato del 1929 ed ebbe parole di elogio, seppur equilibrato, per il Duce, ribadendo che, nonostante tutto, “il gran bene da lui fatto all’Italia resta”. Nel 1954, in pieno clima antifascista, ribadì la gratitudine verso Mussolini per aver portato a conclusione i Patti Lateranensi ed esortò ad affidare la sua anima “al mistero della misericordia del Signore, che nella realizzazione dei suoi disegni suole scegliere i vasi più acconci all’uopo, e a opera compiuta li spezza, come se non fossero stati preparati che per questo. (…) Rispettiamo anche i pezzi del vaso infranto e rendiamo utili per noi gli insegnamenti che di là ci provengono”. Il 25 aprile 1955, poi, alla faccia di chi ancora oggi cavalca il mito della Resistenza, Roncalli, allora Patriarca di Venezia, invitò a pregare per tutte le vittime della guerra, “a propiziazione di tutte queste anime che si sono sacrificate da una parte e dall’altra della barricata”. Oltre a ciò, il nuovo santo era un estimatore di Giovannino Guareschi, giornalista non certo progressista e il cui anti-comunismo era radicale: ebbene, non soltanto leggeva le sue opere, ma le regalava pure e addirittura gli propose di redigere un Catechismo. Offerta che il padre di don Camillo respinse, non sentendosi all’altezza.

Infine, bisogna ricordare la posizione di Giovanni XXIII sullo Stato di Israele. Nel 1943, rivolgendosi alla Segreteria di Stato, così scriveva: “Confesso che questo convogliare, proprio la Santa Sede, gli ebrei verso la Palestina, quasi alla ricostruzione del regno ebraico, incominciando dal farli uscire d’Italia, mi suscita qualche incertezza nello spirito. Che ciò facciano i loro connazionali ed i loro amici politici lo si comprende. Ma non mi pare di buon gusto che proprio l’esercizio semplice ed elevato della carità della Santa Sede possa offrire l’occasione o la parvenza a che si riconosca in esso una tal quale cooperazione, almeno iniziale e indiretta, alla realizzazione del sogno messianico. Tutto questo però non è forse che uno scrupolo mio personale che basta aver confessato perché sia disperso. Tanto e tanto è ben certo che la ricostruzione del regno di Giuda e di Israele non è che un’utopia”. Queste le parole del santo Pontefice.
 

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