30 aprile 2014

San Giovanni XXIII: un Papa con la tiara (seconda parte)


prima parte qui
 
di Federico Catani
Venendo agli aspetti spirituali e di Magistero di s. Giovanni XXIII, egli firmò un’Enciclica che non viene mai menzionata (guarda caso!), la Grata Recordatio (26 settembre 1959), tutta dedicata al Santo Rosario, preghiera che il Papa amava molto e raccomandava, confidando che recitava le tre corone quotidianamente. Un vero e proprio colpo mortale per chi pensa che la preghiera del Rosario sia superata o adatta solo a vecchiette bigotte. Non bisogna poi dimenticare la Lettera apostolica Inde a primis (30 giugno 1960), con la quale Giovanni XXIII promuoveva e rilanciava il culto al Preziosissimo Sangue di Gesù (culto che nel giro di dieci anni praticamente scomparì, venendo meno anche la festa liturgica). C’è poi uno dei testi meno noti di Papa Roncalli, un documento scomodo, approvato pochi mesi prima dell’apertura del Concilio, il 22 febbraio 1962: la Costituzione apostolica Veterum Sapientia. Si tratta del documento che riafferma con forza l’uso del latino come lingua immutabile della Chiesa, lingua da studiare nei seminari, da impiegare nei documenti e negli atti ecclesiastici e, soprattutto, nella liturgia. Anche in questo caso, in meno di dieci anni tutto fu stravolto e l’apertura alla lingua volgare nella Messa si trasformò, di fatto, in completa abolizione del latino. Ma tale non era la volontà di Papa Giovanni.

A tal proposito, circa lo stravolgimento che ha subìto la liturgia dopo il Concilio, occorre notare che è proprio di Giovanni XXIII l’ultima edizione del Messale Romano “tridentino” (1962), che ancora oggi, grazie al Motu proprio Summorum Pontificum, i fedeli e i sacerdoti legati alla Messa antica possono usare. Se Roncalli avesse avuto in mente di rivoluzionare la celebrazione della Messa, non avrebbe pubblicato quel Messale, in cui peraltro fece aggiungere il nome di San Giuseppe nel Canone (anche questa scelta fu senza dubbio di orientamento tradizionale). Con Giovanni XXIII, pertanto, non vi furono strappi liturgici e quel che fu modificato (già a partire dalla riforma della Settimana Santa di Pio XII) rientrava nell’ottica di una giusta riforma nella continuità: maggior spazio (peraltro già prima del Concilio) al vernacolo, incentivazione della Messa dialogata, soppressione di ottave  ridondanti, e così via. Si dovrebbe domandare a certi tradizionalisti che storcono il naso anche di fronte al Messale del 1962 a cosa vorrebbero ritornare. Al Messale di Pio IX? A quello di Innocenzo III? A quello di Gregorio Magno? Oppure direttamente a san Pietro? Un conto è avere riserve sul Novus Ordo, che effettivamente, pur valido, è stato uno stravolgimento della liturgia cattolica e che andrebbe corretto quanto prima, altro è non accontentarsi mai e sognare l’immobilismo liturgico, che nella storia della Chiesa non c’è mai stato. Ecco perché non sarebbe un sacrilegio proporre di tornare al Messale “provvisorio” del 1965, frutto del Concilio, accettato, fin quando non cadde nel dimenticatoio, persino da mons. Marcel Lefebvre. Altra nota da considerare è che sì, Papa Giovanni tolse l’aggettivo perfidis riferito ai Giudei nella preghiera del Venerdì Santo, ma continuò a pregare per la loro conversione a Cristo senza ambiguità e senza che nessuno né oggi né allora protestasse, sia tra gli ebrei sia tra i cattolici. Tra l’altro, in difesa di Papa Roncalli e per ribadire che la riforma del 1970 è andata oltre quanto egli stesso pensava, va detto che quando era nunzio apostolico a Parigi, guardando gli altari di alcune chiese francesi girati per permettere al sacerdote di celebrare rivolto ai fedeli, disse che si trattava di “innovazioni liturgiche che poco mi piacciono”, ideate da “teste ardenti e un po’ bislacche”. Nella IV Domenica di Quaresima del 1963, a Ostia, ebbe ad esclamare: “sono molto contento di essere arrivato fin qua ma se mi debbo esprimere con un desiderio, vorrei che in chiesa non ridiate, non battiate le mani e non salutiate neanche il Papa”. E ancora, in tempi, come i nostri, in cui si esalta la povertà e la semplicità (in realtà trattasi di misero pauperismo) specie nel culto (che è dovuto a Dio e dunque dovrebbe prevedere la massima cura), nessuno sembra voler rammentare che Giovanni XXIII ha sempre usato la sedia gestatoria, i flabelli, il baldacchino, mitrie e paramenti preziosi, ricche croci pettorali, le pantofole rosse papali, la mozzetta bordata di ermellino, la tiara e persino il camauro! Se fosse stato così avanguardista come sostengono Melloni e compagnia cantante, avrebbe gettato tutto via (come purtroppo avvenne in seguito). E invece no. Anzi, non abolì nemmeno la Guardia nobile!

Anche la visione giovannea del sacerdozio era pienamente tradizionale. Nel Sinodo romano che si tenne nel 1960 furono stabilite rigide norme per il clero. I preti erano obbligati a portare sempre non solo la talare, ma anche il soprabito o almeno il ferraiolo e il cappello, non dovevano mai comparire in pubblico alla guida di un’automobile con a bordo una donna, fosse pure una parente, né andare al teatro, al cinema o allo stadio. Norme, come ognuno può vedere, assai rigide, ma assai significative se si pensa all’immensa dignità del sacerdozio e alla sua sacralità. Non è un caso che modello di Giovanni XXIII fu sempre il santo Curato d'Ars. D’altronde, che Roncalli concepisse il sacerdozio in maniera cattolica (e non simil-protestante come avviene oggi) lo si evince anche da come affrontò alcune questioni spinose. Sui preti operai fu, è vero, troppo cauto, nonostante avesse approvato il 3 luglio 1959 un decreto del Sant’Uffizio in cui tale esperienza veniva considerata incompatibile con la visione tradizionale del sacerdozio, ordinandone una graduale conclusione. In effetti, Papa Roncalli non condivise mai del tutto simili iniziative. Da nunzio a Parigi, scrisse sulla sua agenda, il 24 marzo 1952, che questi fenomeni erano “segno evidente di un difetto di sollecitudine nei Seminari: manca l’applicazione agli antichi princìpi di disciplina ecclesiastica”. 

Giovanni XXIII si occupò anche di don Lorenzo Milani, idolo ancora oggi di tutti i progressisti. Ebbene, nel 1958 il libro del sacerdote fiorentino Esperienze pastorali venne censurato dal Sant’Uffizio. Del resto, Roncalli, da cardinale ebbe a scrivere, circa don Milani e il suo testo: “L’autore del libro deve essere un povero pazzerello scappato dal manicomio. Guai se si incontra con qualche confratello della sua specie! (…) Ab insidiis diaboli libera nos, Domine!”. Ci fu poi il caso Teilhard de Chardin. La condanna delle sue opere risale al 1962, sette anni dopo la sua morte. I motivi del monito del Sant’Uffizio andavano trovati nell’evoluzionismo filosofico e teologico di Teilhard de Chardin. Un altro duro colpo, quindi, al pensiero progressista e modernista.


Insomma, senza negare alcuni punti deboli, Giovanni XXIII è stato tutt’altro che il Papa rivoluzionario e progressista descritto dall'informazione mainstream. San Giovanni XXIII è stato sì il Papa del Concilio, ma con la tiara e la Messa tridentina.  
 

3 commenti :

  1. Le due parti dell'articolo sono eccezionali. Grazie Federico

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  2. Caro Catani,
    che Giovanni XIII sia stato un personaggio più complesso di quanto lo dipingano esegeti e detrattori, nulla questio. Probabilmente non gli fu aliena persino una certa "sensibilità" conservatrice. Ma che commise tragici errori, purtroppo destinati a ripercuotersi nei decenni successivi, fino ai sventurati giorni nostri, è indubbio.
    E questo fu ben chiaro, a chi amava la Chiesa, durante e dopo il suo Pontificato, ancora prima della chiusura del Concilio e di poter verificare i suoi disastrosi esiti.
    Ho di fronte a me un introvabile testo del "Lo svizzero" pseudonimo sotto cui si celava un vaticanista del settimanale "Il Borghese". Scrive, nel 1963 poco tempo dopo la sua morte:
    "L'eredità di Giovanni XIII risulta (...) più pesante del previsto, ci sono molti punti oscuri, mentre esitazioni ed incertezze paiono denunciare una vera e propria crisi religiosa".
    E, ancora, riferendosi alla sua (di Giovanni) fede nel mondo moderno e delle sue ideologie:
    "...una buona fede che, se non fosse stata candita e realmente disarmante, avrebbe dovuto essere catalogata tra i fenomeni più incredibili di ingenuità politica registrati negli Anni Sessanta".
    Il testo è: Lo svizzero; La Chiesa dopo Giovanni; Edizioni del Borghese, Milano, 1963. Libro, purtroppo introvabile, è di un'attualità profetica.
    L'autore non è un "cattivissimo" sedevacantista di oggi ma, come dicevo, un illustre vaticanista contemporaneo di Giovanni. Che cita anche le fortissime perplessità dei Cardinali Tardini e Ottaviani riguardo all'indizione del Concilio, di cui prefigurarono i tragici esiti. Per non parlare dell'ordine dato al concilio: "Nihil de comunismo" (e il concilio, colpevolmente, tacque).
    Non mi pronuncio sulla sua santificazione. Ma mi sento vicino, molto vicino, alle perplessità del Professor de Mattei.


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