04 giugno 2014

Don Benzi e la Comunità Papa Giovanni XXIII

di Marco Crevani
Sarà ancora Giovanni Ramonda, 54 anni, piemontese, a guidare la Comunità Papa Giovanni XXIII per altri 6 anni. Lo ha deciso  l’assemblea dell’Associazione con un’ampia convergenza: 88,2% delle preferenze espresse dai responsabili di zona e delegati provenienti alle 33 zone in cui è presente la Comunità nei cinque continenti. «Accetto con il sostegno di mia moglie e della mia famiglia, con l’aiuto della comunità e della grazia di Dio» ha  dichiarato Ramonda subito dopo la nomina.
 
«In questi sei anni il carisma suscitato da don Oreste non si è affievolito ma anzi ha trovato nuove espressioni – dichiara Ramonda –. Abbiamo aperto nuove presenze di condivisione con i poveri in vari Paesi del mondo e dato nuove forme di risposta ai poveri». Negli ultimi 6 anni le strutture di accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII sono passate da 304 a 346, 446 se si considerano anche quelle attive all’esteroCresciuta anche la presenza nel mondo: si è passati da 25 a 32 Stati, sparsi nei cinque continenti.

Una comunità che ha dunque già riscelto per la seconda volta il successore del fondatore, Don Oreste Benzi, del quale è in corso la causa di beatificazione presso la Diocesi di Rimini. Un prete dalla "tonaca lisa", solo una volta l'ho visto senza, quando nella calda estate australe cilena indossava  un modesto clergyman chiaro. Un prete che ha attraversato la Chiesa da prima a dopo il Concilio, ha vissuto in prima persona e coi suoi ragazzi e parrocchiani riminesi tutte le inquietudini dell'epoca, ma mai perdendo di vista che si è dei poveri se si è di Dio, e si è di Dio se si è dei poveri.

Lo Statuto dell'Associazione, riconosciuta in via definitiva nel 2004 come Associazione Privata di Fedeli di Diritto Pontificio, recita infatti: "La vocazione della Comunità consiste nel conformare la propria vita a Gesù povero, servo, sofferente, che espia il peccato del mondo (Specifico interiore della vocazione) e nel condividere (per Gesù con Gesù in Gesù) la vita degli ultimi (specifico visibile)".
Al centro di questa avventura c'è stato dunque un prete, un sacerdote della Diocesi di Rimini, nato nel 1925 e morto nel 2007, un prete che ha sempre avuto ben chiaro il suo compito, senza camuffamenti "alla moda", senza compromessi, in nome di Dio e dei poveri. E i poveri hanno sempre capito al volo che li prendeva sul serio perché, parafrasando San Pietro "non aveva argento né oro", ma quello che aveva lo dava volentieri: nel nome di Gesù Cristo li faceva alzare e camminare! Che fossero bambini senza più una famiglia, handicappati, carcerati, tossicodipendenti, prostitute o madri in difficoltà, vittime di conflitti o nomadi, a ciascuno si chinava a curare le piaghe senza sconti sulla dottrina, ma riempiendo di vita la risposta, affidandoli a vere famiglie che li "rigenerano nell'amore". Ma niente è improvvisato, ci sono percorsi precisi di recupero, anche in pronte accoglienze o comunità terapeutiche, quando necessario, ma sempre vissute come famiglie e spesso sotto la responsabilità di una vera coppia genitoriale. Non bastava l'assistenzialismo, a don Oreste, non era pietismo il suo andare fra i disperati occupanti abusivi di case che la burocrazia non assegnava o marciare con i "turisti in carrozzella" che alcuni alberghi discriminavano. La marcia portava a ripristinare un diritto, ma anche a vivere ogni volta che fosse possibile un dovere, come le cooperative di lavoro tutt'ora testimoniano. Confermando un progetto cileno  per diffondere la tecnologia solare grazie al centro di lavoro di una comunità terapeutica, raccomandava: "Coinvolgete anche i malati psichici, il lavoro con un senso vissuto nella condivisione è terapeutico anche per chi altrimenti 'dà di matto'!"

Con la stessa passione decise che non si poteva star zitti mentre si sterminano gli innocenti, e fu tra i primi, in Italia, a presidiare col Rosario in mano l'ingresso delle cliniche degli aborti. Ai carabinieri che gli chiedevano i documenti faceva notare: "Guardate che però gli assassini sono lì dentro!". C'era tutta la spinta educativa di don Bosco, la letizia di San Francesco, ma anche la spiritualità teresiana in don Benzi, che passava lunghe ore a tu per tu col Santissimo, e desiderava che ogni realtà, anche familiare, lo avesse in una cappellina: "Prima di ogni incontro, cerco il Santissimo e passo un po' di tempo in ginocchio, altrimenti vado a fare l'incontro, ma non porto il Signore, porto solo il mio orgoglio!" Il mio primo incontro con questo prete non è stato in un'occasione pubblica, ma in una cappellina africana, all'alba: lui, un missionario della Comunità, io e mia moglie. Una messa feriale, celebrata  con un'intensità e una serietà che non sapevi se eri lì o a San Pietro alla Messa di Pasqua.

Davanti a un prete "che ci crede" cadono i dubbi, e non ti stupisci se lo rivedi lungo una statale circondato da giovani prostitute scosciate che istintivamente cercano di coprirsi davanti a quell'uomo dalla lunga tonaca nera e il colbacco che offre loro un rosario e una via d'uscita: "My name is father Oreste, I love Jesus, and you ?"
 

1 commento :

  1. Articolo bellissimo. Don Benzi, sacerdote esemplare, prega per noi! Aldo

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