06 luglio 2014

La memoria negata. Un libro di Pucci Cipriani

di Enrico Maria Romano
L’intellettuale tradizionalista toscano Giuseppe (Pucci) Cipriani (Borgo San Lorenzo, 1944) offre, probabilmente per la prima volta, uno spaccato ben articolato e documentato degli ambienti, certamente variegati e non conformisti, del tradizionalismo cattolico italiano nel suo "La memoria negata. Appunti per una storia della tradizione cattolica in Italia" (Solfanelli, Chieti 2013, pp. 440, € 25). Il titolo dunque, quando parla della “tradizione cattolica”, fa riferimento al tradizionalismo cattolico italico, soprattutto toscano, e non alla ben più importante, universale e dogmatica Tradizione, intesa nel dogma quale fonte della Rivelazione divina accanto alla Sacra Scrittura. Se il titolo è quindi parzialmente equivoco, il contenuto è assai più vasto, interessante e vivace, riflettendo ad ogni pagina le impressioni dell’Autore, il quale ha vissuto in prima persona e dall’interno la nascita e lo sviluppo del cosiddetto tradizionalismo. Tale tradizionalismo va inteso sia a livello culturale che socio-politico come un ambiente che coniuga la difesa della fede cattolica integrale (e non annacquata) con la simpatia per le forme politiche e sociali dell’ancien régime, qui soprattutto nel senso degli Stati pre-unitari italiani e più in generale identifica la simpatia per tutte le battaglie di opposizione ai “progressi” della modernità occidentale (come il divorzio, l’aborto, la rivoluzione sessuale, la droga libera, l’abolizione delle case chiuse, etc. etc.).

Tra le battaglie maggiormente sentite dall’Autore spicca quella in difesa della tradizione liturgica contro le tendenze eretizzanti e desacralizzanti sorte in Europa già prima del Concilio, ma certamente esplose dopo la Riforma liturgica del ’69-’70, sino alla nascita e alla capillare diffusione di messe-show “al limite del sopportabile” (Ratzinger). In tale contesto di opposizione allo status quo, molto belle sono le figure laicali e sacerdotali rievocate, e spesso personalmente conosciute e frequentate dal Cipriani, le quali nella bufera del post-Concilio hanno mantenuto la fiaccola della tradizione liturgica e attraverso di essa l’integralità del patrimonio culturale cristiano. Tra di esse, degli interi capitoli sono dedicati ad Attilio Mordini, Tito Casini, don Umberto Lenzini, don Luigi Migliorini, don Rino Bresci, mons. Luigi Stefani, il card. Domenico Bartolucci, don Mario Faggi, don Ivo Biondi, etc. Anime belle e combattive unite dalla professione sine glossa della fede evangelica, dallo zelo per la tradizione liturgica e da una certa toscanità, che è un po’ il pallino, la fierezza e forse il limite dell’Autore (che a tratti pare dispiacersi, contro il parere dei Pontefici, che l’Italia sia unita…). Uno di questi combattenti rievocati, ex penitenziere nel Duomo di Firenze, è mons. Giuseppe Vignini, il quale compose molti articoli e poesie al servizio della Buona Causa. Pucci Cipriani pubblica una poesiola gagliarda e tosta (pp. 31-33) con il titolo emblematico di Aggiornamento. Basta ascoltar la prima strofa, per coglierne l’acume e la vis poetica: “Quando Papa Giovanni nel Concilio/ disse che lui facea l’aggiornamento/ l’assemblea andò tutta in visibilio/ ed il mondo fu messo in gran fermento./ L’aggiornamento allora proclamato/ prese l’abbrivo e non fu più fermato”…

Belli e anche commoventi sono i vari documenti che l’Autore ha tirato fuori dal suo personale archivio in modo da permetterne una più vasta fruizione. Ad esempio le lettere che si è scambiato con don Ivo Biondi (1911-1993) negli anni ’70 e ’80 (cf. pp. 228-241). Il sacerdote, insegnante e cugino di Tito Casini, restò fedele fino alla morte alla messa della sua ordinazione: per questo e per il suo spirito anti-conformista, fu definito fascista dai suoi avversari, mentre durante la guerra civile italiana aveva perfino celebrato per i partigiani della brigata Rosselli. In una corrispondenza del 1977, don Biondi si descrive così, dandoci un tratto tipico del sacerdote tradizionalista che nel post-Concilio si sente un po’ esule in patria: “Il mio vero male, che non esclude quelli tipici della mia età, è un altro. E ne soffre anche lei. Si chiama antiprogressismo: un terribile male che ci tormenta da più di un decennio. E va aggravandosi di giorno in giorno, rendendoci più insopportabile la vita. Ero un tipo estroverso, amante della compagnia, specialmente di quella dei miei colleghi […]. Sono diventato misantropo […]. Ci sono giorni in cui non esco. Dico la mia Messa Tridentina a poche vecchiette, faccio nel silenzio della mia chiesetta che mi ricorda tanto la cappellina del mio Seminario, quelle cosette di cui ho parlato sopra in preparazione della desiata morte […]: studio un po’ il piano, mangio un boccone, poi, con un sonnellino, mi preparo alla fatica pomeridiana: lezioni dalle tre fin alle otto; salto sempre la cena; dalle nove alle undici sbrigo la corrispondenza ascoltando, alla Radio, della buona musica (non posseggo la TV); quando celebro fuori parrocchia, la mattina, a buio, mi reco in bicicletta al vicino paese, evito gli incontri (che, nel passato, degeneravano sempre in furiosi scontri) con i miei confratelli” (pp. 230-231). Si tratta della personale descrizione della vita, abbastanza scontata e banale, di un prete di campagna o un manifesto del sacerdote cattolico che voglia mantenersi fedele? Un po’ l’una e l’altra cosa. In ogni caso le anime che ha avuto la fortuna di conoscere e amare l’Autore furono anime d’elite, modelli di vita cristiana a cui Dio bastava. Non cercavano altro, se non in quanto potessero fare del bene, con l’apostolato e la carità; ma Dio bastava loro come basterà sempre alle anime innamorate di Lui. Che abisso con certi figuri odierni di preti da salotto, tutti presi da attivismo, passionalità incontrollate, necessità di comparire in pubblico e sui media…

La terza parte dell’opera, intitolata Le nostre radici, offre un’articolata sintesi di alcuni episodi della storia moderna che si configurerebbero come le premesse e gli emblemi di quello spirito cattolico-tradizionale che intende portare avanti il Cipriani. Vengono percorse, con dovizia di particolari, specie se attinenti alla storia locale del centro-Italia, le insorgenze popolari antinapoleoniche, i Viva Maria e la storia, soprattutto ottocentesca, del Granducato di Toscana: tutti riletti e rivissuti alla luce delle varie commemorazioni storiche messe in atto dall’Autore e dai sui sodali. Anche Pucci Cipriani, che da sempre predilige il tradizionalismo neo-borbonico o neo-granducale al nazionalismo italiano, iniziò la sua militanza con la Giovane Italia e il Msi-Destra Nazionale, dove negli anni ’50-’60 incrociò figure come Franco Cardini, Alfio Krancic, Attilio Mordini, Nino Tripodi, e i “grandi Michelini, Ezio Maria Gray, Lando Ferretti, Nicola Romeo, Ernesto de Martino”. L’inno del Msi, che lo esaltava nei comizi, “parlava di un’Italia romantica e sconfitta” (p. 338). Quell’Italia, unita e fiera dei suoi indiscussi primati civili e morali, artistici e spirituali,  sarebbe quasi stata rinnegata dall’Autore per i fatti, pur tristi e criticabilissimi, con cui fu compiuta l’Unità. Ma l’Italia, caro Pucci, precede di secoli il Risorgimento e se Garibaldi, Mazzini e Cavour non sono più nulla se non un brutto ricordo, l’Italia è sempre e sempre sarà quel faro luminoso che ha illuminato la storia e la civiltà umana con infinite opere di bene (da Benedetto da Norcia a Tommaso d’Aquino, da Dante a Padre Pio, da Giotto a Maria Gaetana Agnesi, da don Giuseppe Mercalli a Guglielmo Marconi). Dimenticarlo oggi, con la dittatura europea (nichilista e federalista) sempre più alle calcagna, sarebbe fatale e favorirebbe un crollo storico inaudito.
 

5 commenti :

  1. Grazie Mancio! Lottiamo insieme e uniti, senza mai farci indebolire dai sofismi del sistema o dal possibile scoraggiamento per la realtà ormai in balia del caos e della dittatura del relativismo. Restiamo aperti di cuore verso le sfumature che ci possono essere tra noi militanti e davvero cerchiamo di unire questi due grandi motti: "Dieu premier servi" e "Tutto per la patria". Né la Chiesa né l'Italia possono morire poiché come diceva la pasionaria d'Avila, "Dios no muere"!

    EMR

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  2. C'è anche chi si interessa di liturgia e di dottrina cattoliche tradizionali senza nessuna implicazione politica.

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  3. Che l'europa sia federalista mi sembra proprio una cavolata! è proprio il contrario: "siamo tutti europei, tutti uguali, non ci sono differenze" . Non riconoscere le differenze significa non rispettarle e non rispettare le tradizioni di ogni popolo. quando ad un popolo togli la sua tradizione ti rimane solo una massa di individui belli e pronti a diventate definitivamente ciò che lo stato ti vuol far diventare

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    1. Nella letteratura filosofica, giuridica e politologica classica, per federalismo si intende innanzitutto l'unione (federazione) tra Stati diversi, che creano una costituzione e un livello di governo superiore, il quale diviene in ultima istanza detentore della sovranità. In questo senso, il federalismo europeo è quello che vorrebbe creare la Federazione europea degli "Stati Uniti d'Europa", cancellando la sovranità dei singoli Stati (a questo si riferisce EMR).
      Nel dibattito politico italiano (e in parte della letteratura più recente, attenta agli aspetti dinamici dei processi di "federalizzazione"), invece, il termine "federalismo" sta invece ad indicare un processo di decentramento dei poteri dallo Stato centrale agli enti territoriali inferiori.

      MM

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