01 luglio 2014

Rosario Coco e la differenza

di  don Mauro
Il 15 maggio scorso a Roma si è tenuta una giornata di studi e approfondimenti sul tema “L’Italia LGBT oggi”, «un appuntamento che si è inserito nel calendario della “rainbow week” promossa dal comune di Roma in onore della giornata mondiale contro l’omofobia del 17 maggio». Per quanto non abbia seguito l’evento nel suo complesso, vorrei svolgere alcune riflessioni a partire da un breve estratto della relazione di Rosario Coco, cercando così di contribuire nel mio piccolo a rendere più trasparente il confronto con le militanze gay. Rosario Coco è presidente di Gaynet Roma, sezione della “Italia Gay Network”, un’associazione di informazione, comunicazione e cultura Lgbt, accreditata presso l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri), nonché editrice del giornale online gaynet.it.

Il passaggio preso in analisi, e disponibile nel video sottostante, risulta limpido e interessante a prescindere dal contesto da cui è tratto: il Presidente di Gaynet Roma vuole operare una chiarificazione concettuale e terminologica volta a vincere alcuni pregiudizi insiti nella «strategia di controinformazione» adoperata dalla «propaganda omofoba». Purtroppo, come si vedrà, la pezza risulta peggiore dello strappo.

L’esordio del pensiero sembra interessante: «il gender non c’entra niente con i gay», perché il gender nasce con gli studi di genere e «gli studi di genere non fanno altro che affermare… [che] i generi maschili e femminili… non sono legati al sesso biologico», la qual cosa di per sé non concerne l’omosessualità. Quest’ultima in effetti è legata alla stabilità di genere, risultando piuttosto indulgente rispetto all’orientamento sessuale. Purtroppo nello sviluppo del suo argomento Coco, anziché prendere le distanze dalla gender theory e dagli sviluppi transessualisti della medesima, finisce de facto con lo sposarne il peggior assunto. Andiamo per gradi.

Coco accusa di subire una caricatura dalla «propaganda omofoba», la quale vedrebbe nel movimento gay «una minoranza che impone un modello», ritenendo peraltro la medesima impegnata nell’obiettivo di far «diventare qualcosa di totalitario» il movimento stesso. Ma le cose non stanno così, assicura il relatore, perché «se c’è una donna barbuta, non è che tutte le donne diventano barbute», se cioè noi, gay, ammettiamo nuovi stili sessuali – e qui provo a interpretare l’intentio profundior di quello che ritengo il nodo della questione – non vogliamo con ciò operare affinché tali stili si diffondano sistematicamente. Tollerare una donna barbuta non significa agire perché nella società si moltiplichino casi di donne barbute, né prevedere un futuro di sole donne barbute. Tollerare i gay e i trans non significa operare perché la società divenga gay o trans, etc. Sì, penso che questo potrebbe essere il rincuoramento che Gaynet offre agli avversari culturali. Lo assumo per veritiero, anche se le proposte di educazione al gender introdotte in asili e scuole primarie prestano il fianco proprio a questo tipo di manipolazione sociale, ma subito preciso che in fondo non sta nemmeno qui la principale preoccupazione e obiezione che il fronte “omofobo/cattolico” (Coco tende a identificare i due insiemi) nutre verso il movimento gay. Paradossalmente, immediatamente dopo le dichiarazioni precedenti, è lo stesso Presidente di Gaynet Roma a toccare il vero nervo del dibattito: «Stiamo contribuendo ad un avanzamento culturale che riguarda tutti, cioè un avanzamento per cui le identità sessuali di tutti assumono un aspetto plurale. Siamo in un momento in cui si valorizzano le sfumature, i comportamenti sessuali. Siamo in un momento in cui sta cambiando il modo di vivere la propria identità. E questo i cattolici lo devono capire, perché… gli studi di genere non è che annullano le differenze, le moltiplicano. E questo bisogna dire: noi non annulliamo le differenze, le moltiplichiamo, le moltiplichiamo». Eccoci al dunque. La conclusione dell’argomentazione di Coco è fortemente allarmante per chiunque condivida una visione realista della realtà. Se sono infatti temibili le iniziative di plagio del sociale (rispetto alle quali Coco ci ha comunque rasserenato), molto più temibile è il supporto anche generico e meramente intellettuale dato a teorie ideologiche in sé minacciose e corrosive. Ora, la teoria di genere e la sua esaltazione della Differenza è tra le più radicali e preoccupanti tra le ideologie del nichilismo contemporaneo. Coco ci avrebbe consolato maggiormente, dichiarando di voler operare per incentivare statisticamente l’opzione gay, ma ripudiando l’ideologia della Differenza.

Quale dunque l’errore di Coco? Rispondo in breve, scomodando due filosofi di diversa portata: Xavier Lacroix e Jacques Derrida. Lacroix, docente all’Università di Lione, in un testo tradotto e pubblicato da Vita & Pensiero nel 2006, afferma l’insuperabilità e radicalità della differenza maschio-femmina nella loro vocazione all’amore generativo. Per tale ragione, seppur un po’ audacemente, l’edizione italiana del testo titola In principio la differenza: beninteso, all’origine si trova una e una sola differenziazione, secondo la prospettiva qui difesa, e cioè appunto la differenza tra maschile e femminile in quanto poli complementari, né più né meno. Coco presumibilmente voleva intercettare l’omofobo/cattolico su questo punto. Ma è proprio qui che bisogna guardarsi da confusioni, perché la parola differenza, per fare il verso a Tommaso, dupliciter dicitur (si afferma secondo due significati). E con ciò si chiarisce da sé perché ritengo che la titolazione italiana sia stata audace, è infatti merito del famoso pensatore Derrida l’aver teorizzato e diffuso negli ultimi cinquant’anni la difesa della Differenza, esattamente al modo affermato da Coco. Per Derrida, esponente del post-strutturalismo (corrente con cui gli studi di genere vanno a braccetto),  la moltiplicazione di differenze ha direttamente a che fare con la negazione di qualsiasi identità, struttura, metafisica, essenza, natura, norma, divinità. Lo spiega bene anche Vattimo, il massimo portavoce in Italia del Pensiero Debole: «per Derrida pensiero della differenza significa proprio, anzitutto, riconoscere che non c'è mai stata e non ci sarà mai una parola unica perché la differenza è prima di tutto».[1]

Concludendo, Coco ci lascia in definitiva con un’unica sicurezza: il concetto di differenza per i gay non si riconduce a Lacroix ma a Derrida. Siamo costretti allora a precisare a Coco, ma privi di alcuna paura o livore, che questa moltiplicazione di differenza, questo «avanzamento culturale che riguarda tutti» è precisamente ciò che riteniamo un «qualcosa di totalitario» cui opporci.

video




[1] Gianni Vattimo,  Le avventure della differenza, Garzanti, Milano, 2001, p. 153
 

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