27 agosto 2014

4 mesi fa 2 Papi canonizzati e 2 Papi concelebranti

di Fabrizio Cannone

E’ stato già detto di tutto, e anche troppo, sul fatto inedito della canonizzazione di due Sommi Pontefici, avvenuta ad opera di Papa Bergoglio, a Roma il 27 aprile 2014, con la presenza in veste di con-celebrante dell’emerito Papa Ratzinger.


Giovanni XXIII (1958-1963), Giovanni Paolo II (1978-2005), Benedetto XVI (2005-2013), Francesco I (2013-2014): 4 Papi diversi per storia, cultura, origine e sensibilità teologica. Ma tutti e quattro Vicari di Cristo; tutti pertanto, benché uomini non impeccabili e non esenti da limiti, da conoscere e da amare. Tutti da rispettare e da riverire come si conviene alla somma autorità ecclesiastica. Altrimenti si finisce, anche se non lo si dice, nel cosiddetto sedevacantismo, la tesi teologica secondo cui, a partire dal 1965 e dalla promulgazione dei documenti del Concilio Vaticano II, la Sede Apostolica sarebbe vacante, e gli ultimi Papi sarebbero tali sono di nome e non realmente davanti a Dio. Questa tesi, sostenuta in ambienti marginali del cattolicesimo, è stata giudicata da un teologo equilibrato come don Pietro Cantoni come una tesi di scuola non assurda in astratto, qualora appunto fosse verificata la presenza di eresie all’interno del Concilio e nei documenti successivi della Chiesa (cf. Novus Ordo Missae e fede cattolica, Quadrivium, Genova, 1988). Ma questo è il punto: i documenti del Concilio contengono eresie? Se non è il caso, come a noi pare dopo studio e meditazione anche sui passi più problematici dello stesso, allora cade quella tesi teologica, pur formulata con tutte le sfumature e l’acribia scientifica di teologi del calibro del domenicano francese p. Guérard des Lauriers (1898-1988).
Che cosa si può aggiungere dunque ai fiumi d’inchiostro che si sono riversati sulla stampa italiana, europea e mondiale, dando un’immagine più agiografica che storica delle due notevoli figure di cattolici e di pontefici del Novecento? Forse ciò che è mancato nei giornali e in tv, o che almeno è restato un po’ di nicchia, è una presentazione diversa dei due Pontefici, alternativa a quella mass-mediatica e di comodo. Sembra quasi che i due Vicari di Cristo siano stati soltanto e unicamente i due Papi del Concilio, uno per averlo convocato e l’altro per avervi partecipato attivamente e averlo messo in pratica anni dopo. E questa, a vedere la biografia di entrambi, è già una palese contro verità. Roncalli è nato nel 1881 e Wojtyla nel 1920: per entrambi è esistita una vita precedente al Concilio che non casualmente è stata messa da parte, o peggio riletta agiograficamente alla luce del poi.

In due ottimi pezzi, pubblicati su questo blog, il giornalista Federico Catani ha già offerto una lettura“non progressista” della vita e del pensiero di san Giovanni XXIII, un Papa assai fiero della Tiara pontificia dei Vescovi di Roma. Rimando il lettore più interessato a una rilettura attenta dei due pezzi e se si volesse ampliare il discorso rinvio ad un mio breve saggio pubblicato alcuni anni fa sulla rivista Nova Historica (F. Cannone, Pio IX nel pensiero di Giovanni XXIII, in Nova Historica, n. 26, 2008, pp. 110-141) in cui si dimostra la stima di Giovanni XXIII per l’ultimo Papa-Re e attraverso di essa la consonanza di Papa Giovanni con i valori tradizionali rappresentati dal Mastai Ferretti. Anzi rispetto a ciò che ha scritto l’amico Federico, si potrebbero notare altre cose sulle idee sul cosiddetto Papa buono. L’istituto per le scienze religiose di Bologna, tra non pochi aspetti negativi (sintetizzati proprio nella loro visione filo modernista e filo protestante del cattolicesimo), ha vari meriti dal punto di vista storiografico e documentale. Tra di essi spicca la coraggiosa pubblicazione dei Diari e delle Agende che tenne per oltre mezzo secolo Papa Giovanni; un materiale vasto che occupa molti volumi e che offre, una volta per tutte, un’immagine molto diversa del pontefice bergamasco rispetto a quella creata ad arte già durante il suo pontificato e poi soprattutto al tempo del Concilio. Oltre al notissimo Giornale dell’anima, già pubblicato, i bolognesi hanno reso disponibile le carte giovannee di altre fasi della vita di Giovanni XXIII, da quando era Delegato Apostolico in Oriente, agli anni della Nunziatura a Parigi, fino alle agende del lustro del pontificato.
Non ho lo spazio per citare tutti i brani, numerosissimi, in cui Roncalli appare all’opposto del “papa buono” inteso nel senso del progressismo. Le note simpatie “premoderne” di Papa Giovanni e la sua predilezione per la liturgia in latino vi trovano riscontro come anche l’elogio per la Chiesa della Controriforma, per le figure di Pio IX e di Pio X, per l’uso della talare, la sintonia con il “maschilismo” cattolico, l’antipatia per le riforme liturgiche degli anni ’50, per le “nuove chiese” e la nuova sensibilità artistiche e culturali. Tra altre cose, Roncalli critica la massoneria, il risorgimento, il comunismo, l’antifascismo (fino a commuoversi per l’uccisione dei gerarchi del regime…), esprime stima per i conservatori, i patrioti, etc.
Anche la lettura di san Giovanni Paolo II è stata tutta all’insegna del conformismo e dell’unanimismo. Ciò è avvenuto sia nei mass media laici che in quelli cattolici. Qualche giornalista laico ha avuto almeno il coraggio di ribadire che le posizioni del Papa polacco erano antitetiche a quelle della modernità laica e progressista; ma nessun grande organo di sentore cattolico ha fatto lo stesso. Sarebbe stato bene ricordare invece le forti opposizioni che ebbe Papa Wojtyla fin dall’elezione e poi nei momenti forti del suo governo, specie quando da Roma si enunciavano delle verità dogmatiche ed etiche giudicate come superate dall’ala marciante del cattolicesimo europeo e americano. Vogliamo citare le varie petizioni di teologi “cattolici” contro il Papa quando questi ribadì la dottrina del sacerdozio unicamente maschile? E cosa accadde quando Wojtyla promulgò la Dominus Jesus, siglata da Ratzinger? Tutta questa esaltazione mediatica per un Pontefice che in vita, in un periodo di acceleratissima secolarizzazione (1978-2005), si scagliò contro il marxismo e il liberalismo, l’usura e il primato dell’economia sulla politica, l’aborto e il divorzio, gli anticoncezionali e le nozze gay, appare ancor più superficiale e anzi del tutto strumentale. Si veda, sempre a titolo di esempio, e sempre sul tema spinoso delle differenze e delle somiglianze tra i Papi, un saggetto in cui si dimostra la stima di Papa Wojtyla per san Pio X ed anche per il suo anti-modernismo (cf. F. Cannone, San Pio X visto da Giovanni Paolo II, nell’attuale dibattito sul modernismo, in Nova Historica, n. 34-35, 2010, pp. 83-97).
Certo Giovanni Paolo II fu anche il Papa di Assisi (1986), delle GMG, dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Ma non si può mettere sulla bilancia una prassi pastorale, come tale contingente e non dogmatica (in quanto prassi), con la dottrina definitiva e universale ribadita da Roma ex cathedra. Si può, a titolo di esempio, trovare non esente da rischi la riunione interreligiosa di Assisi o la prassi dei colloqui alla pari con le chiese separate, ma non è lecito mettere in dubbio il magistero del Pontefice fondato sul costante, universale e sicuro insegnamento cattolico, come quello espresso dalle grandi encicliche del Pontificato (Evangelium vitae, Veritatis splendor, Fides et ratio).
Mi voglio limitare ad un solo punto della dottrina tipica di san Giovanni Paolo II per fare delle considerazioni non svolte dai grandi mezzi di comunicazione: la dottrina del Pontefice sulla democrazia. L’ho approfondita in un libretto a cui rinvio il lettore più interessato (F. Cannone, La democrazia in GiovanniPaolo II, Fede & Cultura, 2008). Il paradosso, almeno in apparenza, è il seguente: nessun Pontefice ha tanto parlato di democrazia quanto Giovanni Paolo II ma la sua visione della democrazia è antitetica e incompatibile con quella delle Costituzioni laiche e moderne. Il termine, di per sé ambiguo e poco chiaro, di democrazia, compare infatti letteralmente migliaia di volte nei tomi che raccolgono il suo corposo insegnamento (cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, LEV, 1979-2006). Ma ad un’analisi più attenta si vede bene che il concetto di democrazia che aveva il Pontefice venuto dall’Est era così lontano dalla sua comune accezione, da esserne una contraddizione perfetta. Il sottoscritto ha coniato un’espressione, forse poco felice, ma almeno chiara: il papa era per una “democrazia antidemocratica”. Espressione discutibile ma verissima, sia secondo vari studiosi di sentore cattolico come il sottoscritto, sia soprattutto (e questo è un merito di obiettività) secondo l’analisi scientifica di vari politologi del campo avverso (come Gustavo Zagrebelsky e Paolo Flores d’Arcais).
La democrazia, che Giovanni Paolo II auspica e difende, è la partecipazione dei cittadini ad un ordine già dato, ad una realtà sociale e politica che nelle sue linee di fondo è stabilita una volta per tutte dal Creatore dell’universo; non ammette dunque nessuna sperimentazione di ingegneria sociale di taglio democratico-totalitario, liberale o progressista. L’uomo non può decidere, secondo il magistero di Wojtyla, che cosa sia il matrimonio o la famiglia o l’educazione o la libertà o il bene comune poiché questi concetti basilari sono già decisi pro semper dalla Rivelazione cristiana. Lo sforzo dello Stato allora starà tutto nel realizzare quanto già noto per via della Rivelazione divina (per le società cristiane) o attraverso le vie più impervie della ragione (per le società extra cristiane, pre-cristiane o post-cristiane come la nostra). Giovanni Paolo II ha dichiarato tante volte, per esempio nell’Evangelium vitae, che una legge contraria alla legge naturale non soltanto è erronea: questo potrebbe essere visto come una opinione “democratica” accanto ad altre opinioni pari e contrarie; ma è del tutto priva di valore giuridico. Dunque, la teoria della teocrazia cattolica, nel senso dell’autorità che deriva dall’alto e limita il potere umano, per il Papa è ancora in vigore e lo sarà sempre. Stanti questi postulati teorici quale democrazia aveva in mente il Pontefice? Una democrazia nei limiti della ragione e della Rivelazione. Si inverte così il dogma laico-moderno della “religione nei limiti della ragione” (Kant) e della “Chiesa nei limiti dello Stato” (Cavour, Lamennais). E’ la religione che limita e stabilisce e non il contrario. E’ la legge civile a dover obbedire alla legge naturale (proposta dalla Chiesa).

Abbiamo fatto solo alcuni brevissimi esempi per dimostrare l’abissale distanza tra il magistero dei Pontefici canonizzati quest’anno e la loro presentazione comune. Questa distanza reale, ma non apparente a prima vista, ci dice molto circa la crisi della fede che tutti denunciano, ma che nessuno pare in grado di risolvere.

Concludo con una citazione del cardinal Dziwisz, storico segretario di Giovanni Paolo II e ora arcivescovo di Cracovia: “Il giorno in cui beatificò Giovanni XXIII e Pio IX, papa Wojtyla fece osservare che la santità si vive nella storia e che dunque i santi non sono preservati dai limiti e dai condizionamenti propri all’umanità del loro tempo. E’ una considerazione che vale anche per lui [e per Giovanni XXIII]”.

 

1 commento :

  1. Grazie. Molto interessante Luca da Torino. Sempre nel cuore la gmg 2000.

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