06 agosto 2014

La tratta degli utero-schiavi

di Alessio Calò
Pensavo di passare un'estate quieta (e quest'anno magicamente fresca), lontano dalle brutture dei mesi lavorativi. E invece no, niente da fare, dall'emisfero australe ci giunge fresca fresca una notizia raccapricciante. Un'aberrazione totale.



In poche parole (per una versione più completa e commentata consiglio l'articolo di Mario Adinolfi), una coppia australiana ha commissionato per 16 mila dollari un bambino (giocattolo) ad una donna thailandese (una schiava sfruttata per fame), la quale inaspettatamente si ritrova in grembo un maschio ed una femmina (il contratto era a quel punto diventato un 2X1), con il primo però affetto da sindrome di down (sai com'è, la natura non è dominabile). Una volta chiesto l'aborto (selettivo, ovvero eugenetico) per il bambino, aborto non concesso per motivi religiosi ('sti fanatici!!!), la coppia si porta a casa la sorella sana (e separata a forza da madre e fratello), lasciando il pargolo "difettoso" (che tra l'altro ha anche altri problemi di salute) alla madre biologica. Sì, biologica, perché adesso la specializzazione riproduttiva prevede una serie di ruoli materni ben definiti: c'è la madre biologica (con relativa sotto-specializzazione in base al dna nucleico o mitocondriale "donato"), la madre gestante (l'incubatrice) e la madre spirituale (quella che love-is-love).
Ho letto vari articoli e commenti sul web. I più cretini sono quelli che gridano alla "brutalità", pur avendo fatto del radicalismo militante la propria linea editoriale. I radicali e i lgbt invece stanno zitti (in un sussulto di dignità). Poi si comincia a ragionare contestando il diritto al figlio (che in quanto tale è un diritto contro il figlio, che diventa pura merce), c'è chi parla di cosificazione dell'uomo, come fa Adinolfi nell'articolo succitato, condannando anche aborto, eutanasia, pedofilia, turismo sessuale, fecondazione eterologa, neoeugenetica. Secondo me il punto nodale sta in quella mentalità individualista che "lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie", distruggendo la natura relazionale della persona umana, ormai ridotta ad un essere solo, dal cuore atrofizzato, dedito solo al solletichìo del proprio ego (aggiungo quindi all'elenco fatto da Adinolfi anche il divorzio). Siamo sempre allo stesso punto: attentare alla natura dell'uomo significa farsi del male. Fino a quando non lo capiremo?

Comunque, per i difensori delle porcherie procreative, che si fanno scudo con le sofferenze di una genitorialità negata, contro i cattivoni cattolici oscurantisti e fascisti, segnalo un articolo di Francesco Agnoli, che ricorda altri aspetti da prendere in considerazione per capire le priorità della "scienza" e della "bioetica" dominanti.
Per prima cosa, un business da paura: "nel 2001 negli Usa circa 6.000 bambini sono nati grazie alla vendita di ovuli; 600 si sono sviluppati in uteri di madri surrogate, con contratti di surrogazione al costo di 59.000 dollari l’uno. Gli ovuli di prima qualità costano mediamente 4.500 dollari, ma possono arrivare sino a 50.000, mentre il seme maschile viene venduto a prezzi che variano da 300 a 3.000 dollari. Ci sono coppie che spendono sino a 100.000 dollari, altre che ipotecano la casa, altre che per un figlio high tech sono disposte alle sperimentazioni più assurde e pericolose. [...] Accanto al mercato del seme c’è quello degli ormoni, in cui è leader la Ares-Serono, una società svizzera che ha comercializzato la prima terapia ormonale per l’infertilità. “Nel 2004 la Ares-Serono è arrivata a guadagnare in tutto il mondo 2,5 miliardi di dollari”. Ancora più interessante è il mercato di ovuli, che comporta una procedura complessa cui la donna deve essere sottoposta: iniezioni giornaliere per sollecitare le ovaie, prelievi del sangue, esami agli ultrasuoni per vedere se gli ovuli maturati a forza sono “buoni” o meno (almeno per quanto siamo in grado di capire oggi). Le “conseguenze a lungo termine” sulle donne che subiscono queste pratiche, ricorda la Spar, “sono sconosciute”. Ciononostante studentesse universitarie, giovani donne e aspiranti attrici, per un po’ di soldi, si sottopongono ad ogni diavoleria."

In secondo luogo, un disinteresse totale per la salute del concepito (se non viene eliminato prima perché indegno della perfezione dei propri genitori-proprietari) e delle varie donne sfruttate nel processo procreativo: "“recenti studi dimostrano [che] i bambini concepiti con la Fiv potrebbero avere un rischio più alto di difetti congeniti”, di “difetti urologici e un maggior rischio di sviluppare il cancro nella prima infanzia”? Che la Fiv produce anche una percentuale molto più elevata di parti gemellari, il 37% secondo uno studio recente, che a loro volta producono gravidanze molto più complicate e maggiori probabilità di nascite premature o sottopeso? Ipotizziamo il caso [...] di una donna di nome Sally che abbia il desiderio di un figlio che non arriva [...] Quando si tratta di terapie per la fertilità sono pochi gli incentivi a interrompere la cura. Sally è decisa a continuare, lo Stato non ha una normativa al riguardo, e il lato affaristico del dottor Welby (nome d’invenzione, ndr) sarebbe folle a dire no. L’unica limitazione è il prezzo…”. E se Sally vuole continuare, la terapia sarà sempre più “aggressiva”, con sempre maggiori pericoli per lei e per l’eventuale bambino, perché le tecniche in vitro hanno “scarse probabilità di successo e un potenziale dannoso ancora sconosciuto.”"

Del resto, di cosa ci si lamenta? Se esistono alcune legislazioni che permettono la produzione su misura di esseri umani (e la legge 40/2004 non fa eccezione), come poi stracciarsi le vesti se il prodotto di tali tecniche viene trattato appunto come un prodotto, compravenduto in un vero e proprio mercato? Dovrebbe preoccupare il fatto che non vi siano sindacati o associazioni di consumatori che tutelino i lavoratori, gli imprenditori, i clienti, per evitare gli spiacevoli effetti collaterali del caso australiano. Della vittima principale invece pare che non se ne preoccupi nessuno.
 

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