12 agosto 2014

Le balle degli "intraprendenti" liberali pro-euro

di Marco Mancini

Tra i fenomeni che ci capita di osservare nella variegata fauna del mondo politico-culturale, quello dei liberali pro-euro è sicuramente uno dei più stravaganti. Si tratta di quella categoria umana che, ossessionata dal terrore che lo Stato “stampi moneta” per finanziare la demoniaca “spesa pubblica improduttiva” e convinta da Milton Friedman che tutto questo possa generare la terribile e pericolosa “inflazione”, preferisce non solo affidare le chiavi della politica monetaria ai burocrati di Francoforte piuttosto che ai propri rappresentanti eletti, ma soprattutto accetta di buon grado che il prezzo della moneta, che come tutti i prezzi dovrebbe liberamente rispondere alla legge della domanda e dell’offerta, sia invece “amministrato” e fissato per decreto in pieno stile sovietico. Insomma, per difendere il portafoglio si può anche rinunciare ai principi del liberalismo. Chiaro però che, quando da “liberali” ci si trova a difendere l’irresponsabilità del potere di un cervellone burocratico decisamente lontano dai cittadini e un sistema di prezzi amministrati, si incorra in qualche contraddizione, che i “libberali de noantri”, volenti o nolenti, sono costretti a superare nel più classico dei modi, ovvero attraverso la menzogna e la disinformazione.

Ora, si dà il caso che la Lega Nord, nella sua festa provinciale di Monza e Brianza, abbia consentito a tutti gli avventori di pagare il conto della cena con le care, vecchie lire: un’iniziativa dal chiaro sapore propagandistico, volta a rafforzare il profilo anti-euro del movimento. La svolta lepenista del partito di Salvini può piacere o meno, ma sarebbe il caso di sostenerla, o criticarla, con onestà intellettuale e solidi argomenti. Non certo con i soliti, menzogneri luoghi comuni riportati giorni fa su “L’Intraprendente”, testata on line di orientamento liberale e nordista seguita anche da tanti buoni cattolici, da tale Nicolò Petrali. Una vera e propria galleria degli orrori, che di seguito andremo brevemente a commentare.

Scrive dunque Petrali, con l’aria di chi la sa lunga e ci mette in guardia dalle pericolose scorciatoie populiste: “una moneta è semplicemente una moneta, un mezzo per scambiare beni sul mercato. Dunque l’euro, non è assolutamente il responsabile del declino della nostra economia”. Qualsiasi individuo normodotato potrà rendersi conto del fatto che questa è una sesquipedale idiozia: il tasso di cambio, che non è altro che il prezzo di una moneta espresso in termini di un’altra, influisce eccome – tanto per fare l’esempio più banale – sulla determinazione del prezzo effettivo dei beni che noi importiamo o esportiamo, in ultima analisi sul nostro grado di competitività e sulla bilancia dei pagamenti. Ma la cosa più sconcertante è che, nello stesso rigo, il buon Petrali si contraddice in maniera imbarazzante, affermando che “nel nostro caso l’euro rappresenta addirittura un vantaggio”. Ma come? La moneta non era neutrale e irrilevante? Mistero. Ma poi, quale sarebbe questo vantaggio?

La moneta, spiega il nostro “intraprendente”, è “lo specchio economico e politico di un paese, il “saldo” tra i suoi punti di forza e debolezza”. Giustissimo. Ma allora, caro Nicolò, se la moneta è lo specchio di un Paese, perché continui a pensare che dare la stessa valuta a Italia e Germania sia una buona idea? Poche idee ma confuse, si direbbe. Sia come sia, a giudizio del Nostro l’euro “funziona come un termometro che ci sta fatalmente avvisando che qualcosa non va”: non è dunque la causa del male, ma lo segnalerebbe soltanto. A me pare che le cose stiano esattamente al contrario: non è stata la liretta delle presunte “svalutazioni competitive” a nascondere la polvere sotto il tappeto, ma è stato l’euro in tutti questi anni a essere una disastrosa fonte di moral hazard. Donando ai Paesi della “periferia”, Italia compresa, la credibilità monetaria della Bundesbank, ha concesso loro di indebitarsi a tassi bassissimi – il dividendo dell’euro tanto celebrato da Giannino&co. – grazie ai prestiti irresponsabilmente erogati dalle banche del “centro”, fino a far esplodere il debito estero (estero, non pubblico), con la crisi che ne è seguita e che paghiamo ancora sulla nostra pelle. Eh sì, l’euro è stato un termometro davvero efficace, non vi pare?

Ma gli strafalcioni non terminano qui. “Non ho voluto annoiarvi con le solite nozioni economiche”, ci rassicura Nicolò. E qui tiriamo un bel sospiro di sollievo, anche perché quanto contenuto nelle righe successive ci sembra già abbastanza. “Se date un’occhiata ai cambi storici della lira italiana – ci svela Petrali – scoprite che è negli anni ’80 che la nostra valuta ha perso tantissimo terreno nei confronti delle altre. Proprio nella stagione dell’esplosione del debito pubblico, quando abbiamo banchettato ben oltre le nostre possibilità e giocato con la moneta”. Lasciamo per un attimo da parte la balla sul ritmo particolarmente accelerato della svalutazione negli anni '80 e concentriamoci su quello che è davvero uno degli evergreen del luogocomunismo all'italiana, quello per il quale proprio nel decennio della "Milano da bere", come si dice dalle mie parti, “ci semo magnati tutto”. E’ vero che proprio in quel decennio il nostro debito pubblico è quasi raddoppiato rispetto al PIL, ma vi consiglio di osservare questo bel grafico (tratto dal libro di Alberto Bagnai Il tramonto dell’euro, 2012, p. 190):


Decifriamolo insieme: per tutti gli anni ’80 il rapporto deficit/PIL al netto degli interessi sul debito pubblico (linea puntinata) decresce, fino a raggiungere addirittura, intorno al 1990, una situazione di avanzo primario (lo Stato incassava più di ciò che spendeva). Cos’è che determina allora l’aumento del fabbisogno totale (linea continua), con conseguente esplosione del debito pubblico? Eh sì, proprio la linea tratteggiata, vale a dire la spesa per interessi sul debito. E cos’è che, nel corso degli anni ’80, ha contribuito a far schizzare in alto i tassi d’interesse pagati dal Tesoro sui titoli di Stato? Un trend mondiale più generale, certo, ma soprattutto un evento occorso nel 1981 e delle cui ripercussioni oggi pochi hanno contezza: il famoso divorzio, cioè la fine dell’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli di debito emessi dal Tesoro, con conseguente necessità per quest’ultimo di finanziarsi a tassi molto più alti sul mercato. Una misura frutto del clima monetarista in auge in quegli anni (moneta = inflazione), che non solo determinò la nascita di un quarto potere – quello monetario – sconosciuto a qualsiasi teoria costituzionale, sottraendo alla politica uno dei suoi storici e fondamentali attributi, ma ha provocato anche le conseguenze appena esposte. Altro che vacche grasse e aumento della spesa pubblica improduttiva: il debito esplose per colpa del divorzio, disastroso in ambito economico come in ambito familiare! Con il pretesto di domare l’inflazione, si è accelerato in tal modo il fenomeno di “crisi fiscale dello Stato” (O’Connor), ponendo le premesse per un drastico arretramento del suo ruolo in ambito economico. Non stupisce dunque l’emergere, proprio in quegli anni, del fenomeno leghista e in generale della “questione settentrionale”: a fronte di un forte prelievo, legale (tasse) e illegale (tangenti), e di forti trasferimenti fiscali verso il Mezzogiorno, lo Stato non era più in grado di garantire lo stimolo alla domanda che aveva garantito in passato, quando infatti non erano esistiti motivi di particolare scontento del Nord nei confronti dei partiti di governo, almeno a giudicare – ad esempio – dal consenso plebiscitario tributato alla DC in Veneto durante tutti gli anni della Prima Repubblica.

Chiudiamo in bellezza. Lo spauracchio dell’inflazione, come detto, è uno dei cavalli di battaglia dei “libbberali” di ogni lido: brutta sporca e cattiva, una vera e propria tassa nascosta e per questo ancora più odiosa, pronta ad aggredire i risparmi dei poveri lavoratori. Un ritorno alla lira, ammonisce dunque Petrali, con la svalutazione del cambio e l’aumento dell’inflazione “danneggerebbe i più giovani e le fasce più deboli della società”. Quanto una tale affermazione sia falsa, lo dimostrano gli argomenti che seguono. Anzitutto, come è ovvio, l’inflazione tende ad avvantaggiare i debitori, riducendo l’onere reale del debito: primo segno che, più che i “giovani”, che generalmente non sono tutti dei rentier, sono i “signori dell’oro” (per dirla con la Compagnia dell’Anello) ad averne un certo timore. Quanto un certo grado – non eccessivo – di inflazione possa risultare vantaggioso per i ceti più deboli, peraltro, lo chiarisce la ben nota curva di Philips, che afferma l'esistenza di un trade-off tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione, il quale si dimostra ancora piuttosto robusto, nonostante i tentativi di confutazione dei monetaristi: nel Paese della deflazione e della disoccupazione giovanile al 50%, andate a chiedere ai “giovani” se preferiscono avere un po’ meno potere d’acquisto, oppure 0 (zero) potere d’acquisto. Peraltro, è tutto da dimostrare che una moderata inflazione determini un calo del potere d’acquisto dei lavoratori, specie in presenza di un qualche meccanismo di indicizzazione: quanto più diminuisce la disoccupazione, infatti, tanto più i salari tenderanno ad aumentare, in ossequio alla celebre legge della domanda e dell’offerta che, di tanto in tanto, i nostri “liberali all’amatriciana” tendono a dimenticare. Del resto in Italia, nei decenni di più alta inflazione, abbiamo assistito a una crescita del salario reale dei lavoratori e della quota salari nel suo complesso, che è invece poi progressivamente andata decrescendo proprio a partire dagli anni '80. 

Capito ora perché i sedicenti liberali sono a favore dell’euro? La questione della moneta unica è la cartina di tornasole per cogliere la vera natura della filosofia liberale tanto sbandierata dal nostro establishment: essa si applica per i nemici e si interpreta per gli amici, come dimostrano per esempio i salvataggi bancari effettuati con i quattrini dei piccoli contribuenti. Nella difesa da parte “liberale” della moneta unica non v’è alcun principio in ballo, come dimostrato all’inizio e nel prosieguo di questo post: esiste semplicemente la tutela degli interessi dei grandi, in particolare dei grandi gruppi industriali e finanziari, contro quelli dei piccoli, in particolare – come direbbe il nostro Nicolò – “i giovani e le fasce più deboli della società”. Compreso questo, d’ora in avanti sarà più facile non solo convincere i nostri amici liberali, quelli onesti, a non difendere più un’unione monetaria senza alcuna logica economica, ma anche accogliere con una sonora pernacchia i falsi argomenti dei finti liberali.
 

15 commenti :

  1. Capito niente caro Mancini,...
    il lato positivo dell'euro è che fa esplodere la cialtroneria si questo stupido paese senza portarlo all'agonia che avremmo con la liretta svalutabile.
    la lega con il no euro vuole tornare a coprire i cialtroni, sono al muro e si salverebbero solo con la lira.
    l'euro li costringe a tagliare le spese o a fallire subito, la lira porta alla desertificazione graduale schiavizzando chi crea valore..

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    1. Ecco un altro luogocomunista da quattro soldi, che vomita slogan ma non argomenti. L'euro non ci costringe a "tagliare le spese o a fallire subito", ci costringe a fallire tagliando le spese (o aumentando le tasse, fate voi).

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    2. Domanda: chi intende per cialtroni con le spalle al muro? La classe politica suppongo. Bene, mi spiega perché allora tutta la classe politica, con pochissime eccezioni, ha sostenuto e continua a sostenere l'€?

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  2. Caro Mancini,
    ottimo articolo: concordo su - quasi - tutto. Su un particolare sono in disaccordo: che una, sia pur "moderata", inflazione sia accettabile. A mio parere, non è così. L'inflazione, moderata o no, è sempre un sintomo di disequilibrio tra massa monetaria e beni e servizi disponibili per l'acquisto. Lo dimostra l'inflazione "double digit" degli anni settanta, che servì a finanziare la nascente e poi crescente invasività di uno "stato sociale" (necessario e buono, ma entro certi limiti) e di un apparato pubblico ipertrofico e sprecone che sottrae, ieri come oggi, risorse a investimenti pubblici e privati più produttivi. Pessima ricetta keynesiana. Si finanziò con l'inflazione quella stessa spesa pubblica che oggi viene finanziata con l'indebitamento, non potendo fare altro. Poi, che le variazioni salariali possano consentire un "recupero" sull'inflazione è vero solo in parte e solo sul lungo periodo. Sarebbe vero in un mercato del lavoro libero dai condizionamenti normativi e dall'iper-contrattualizzazione. Non dimentichiamoci poi dei salari pubblici e delle pensioni, che sono relativamente "inelastici" rispetto all'inflazione, essendo sottratti al mercato.
    Ma l'inflazione è anche contraria all'etica, perché è un vulnus al principio del "pacta sunt servanda". L'aveva ben capito la tarda Scolastica.
    Oggi sembra che il nemico sia la deflazione. Non è necessariamente così. La deflazione può essere, e di fatto lo è, un pessimo sintomo di riduzione della domanda, ma è anche un fisiologico adeguarsi dei prezzi alla riduzione della domanda stessa. I danni, "ceteris paribus", di una temporanea deflazione sono inferiori a quelli dell'inflazione, che in genere è prolungata e strutturale (altrimenti è solo un temporaneo rialzo dei prezzi, dovuto spesso a "shock" esterni). Poi, occorre "guardarci dentro": credo che la deflazione odierna sia determinata, almeno in parte, dalla riduzione del costo dell'energia (almeno fino a quando non provocheremo troppo la Russia...) dalla diminuzione dei prezzi dell'elettronica di consumo e della telefonia.
    Poi, occorrerebbe forse "alzare lo sguardo" e chiedersi cosa sia la moneta e chi debbano essere i suoi proprietari. E arrivare ad Ezra Pound. Ma questo, direbbe qualcuno, è un'altra storia.
    Comunque grazie per l'articolo, come dicevo in gran parte condivisibile.

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    1. Caro Silente,
      il tema dell'inflazione è ovviamente uno dei più "divisivi" in assoluto. Ovviamente ciascuna scuola economica (keynesiani, monetaristi, etc.) tira acqua al suo mulino. A me non interessava tanto difendere opzioni di politica economica, quanto mostrare la completa vacuità di certi argomenti euristi. Posso tutt'al più segnalarti questo post del solito Bagnai, che affronta il tema da una prospettiva keynesiana, traendo ovviamente conclusioni diverse dalle tue: http://goofynomics.blogspot.it/2013/02/moneta-e-prezzi-dal-fruttarolo.html. Al di là di tutto, vorrei che fosse chiaro che gli argomenti monetaristi sono stati proprio il grimaldello ideologico per il processo che in Italia ha coerentemente condotto dal "divorzio" alla moneta unica: in questo senso forse bisognerebbe svolgere qualche riflessione. Quanto all'inflazione degli anni '70, ad esempio, bisogna anche tenere conto degli shock petroliferi del 1973 e del 1979, che rispettivamente quadruplicarono e triplicarono il prezzo del greggio (succedesse oggi, immagino che qualche effetto inflazionistico lo subiremmo...).
      Riguardo alla deflazione odierna, io credo che dipenda semplicemente dal fatto che siamo nel bel mezzo di una crisi da carenza di domanda e che ci siamo avvitati in una spirale recessiva dalla quale sarà molto complicato uscire. I danni, in termini di distruzione dei redditi e della base produttiva, mi sembrano molto ingenti.

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    2. Caro Mancini,
      nessuna difesa della politiche monetariste, in parte accettabili, in parte no. Sostengo due cose:
      1) che l'inflazione sia un male di per sé, anche, ma non solo, per motivi etici. La Grande Inflazione degli anni '70 su solo in parte causata dagli shock petrolifici. Uno shock determina un aumento dei prezzi, anche drammatico, non un'inflazione continuata e duratura. E' quello che avvenne, e la causa fu che lo Stato finanziò, attraverso la stampa di cartamoneta, il nascente stato sociale. Oggi lo finanzia con l'indebitamento.
      2) la tanto vituperata deflazione è solo l'effetto, non la causa della crisi. Anzi, contribuisce ad adeguare il livello dei prezzi al potere d'acquisto reale.
      Sul resto d'accordo.
      Con la stima di sempre
      Silente

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  3. Che il valore della moneta sia decisa dalla politica secondo me è un'ottima cosa: non lo facevamo solo i sovietici di ieri (e gli argentini di oggi) ma anche il Duce, quando è riuscito a riportare il rapporto lira/sterlina a quota novanta. Se lo stato controlla l'economia e dirige le industrie principali non può che essere un vantaggio per tutti.

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    1. Olatus visto che il Duce ed i sovietici non esistono piú, ti offro di venire subito in Argentina. Ti offro di mantenerti qui finché trovi un lavoro mentra tu mi mantieni lá in Italia.

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    2. Che la politica monetaria possa e debba essere gestita dalla politica, sono d'accordo anch'io (questa è una delle ragioni della mia opposizione all'euro). Cosa diversa è fissare un tasso di cambio artificioso e innaturale, come è l'euro e come era, mi spiace dirlo, anche Quota 90.

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  4. Avrei due questioni da chiarire, che sono fra l'altro legate fra loro (non so se Bagnai già le affronta nel blog o nel libro).
    La prima si riferisce ad un'analisi di sostenibilità del debito pubblico sul lungo periodo (ovvero proiezione del saldo primario sui 20-30 anni) che, per quanto difficile, almeno può aiutare nell'implementazione/adozione di politiche economiche correttive. Siamo sicuri che il debito non sia esploso per motivi diversi dagli interessi sul debito (ad esempio, per costi di pensioni-sanità-scuola fuori controllo per motivi politici e/o demografici)? Cioè non vorrei che i problemi in cui siamo siano tutti esterni al paese.
    La seconda riguarda appunto il saldo primario, che negli anni '80 dipendeva da caratteristiche diversissime da quelle degli anni '90 o 2000 (economia quasi completamente statalista e chiusa, e in crescita). Ovvero, non è che l'Italia non ha risposto degnamente (ergo con riforme) ai nuovi impulsi?

    Ringrazio dell'ottimo articolo e delle riflessioni :)

    Ciccio Calò

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  5. Marco Calabrò13 agosto 2014 20:18

    Ciao Marco,
    da libberale (da calabrese, la doppia b ce l'avrei davvero), trovo l'articolo interessante e in parte condivisibile.
    Qualche appunto. Mi pare che il grafico mostri che il disavanzo primario sia rimasto piuttosto alto per quasi tutti gli anni '80, scendendo solo alla fine, dopo essere stato alto già nel decennio precedente. Dopo un quindicennio di disavanzo primario abbastanza sostenuto, l'aumento della spesa per interessi è fisiologico. L'aumento del debito sarebbe comunque conseguenza di politiche fiscali poco rigorose, al di là del divorzio.
    Quanto alle cause della crisi degli ultimi anni: nel caso dell'Italia (a differenza di altri "periferici"), non mi pare ci fosse un grosso problema di squilibrio commerciale e debito estero, quanto proprio di debito pubblico. Mi sbaglio?
    Sul risparmio: la sua erosione non impatta negativamente sui consumi? Sulla questione di principio: qualche risparmio, ogni tanto, riesce ad averlo anche chi proprio ricco non è. Per questi l'erosione del risparmio è un problema maggiore che per i benestanti.

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  6. Caro Marco,
    cerco di risponderti brevemente. Ovviamente, immagino che entrambi siamo profani della materia, quindi io più che rimasticare letture divulgative - e smascherare le bufale più clamorose - non posso fare.
    1) Teniamo conto che praticamente per tutti gli anni '70 lo Stato italiano si finanzia a tassi reali negativi, stante l'alta inflazione del periodo. Questo è un primo punto da tenere in considerazione. Poi chiaro che il cumulo dell'indebitamento determina anche un aumento degli interessi da pagare, ma quanto la dinamica di crescita è stata accentuata dal "divorzio"? Avere un debito pubblico al 90% o al 120% del PIL non è proprio la stessa cosa. Siccome nell'articolo cito Bagnai, che in effetti è la mia principale fonte di riferimento, ti incollo questo post a titolo di approfondimento: http://goofynomics.blogspot.it/2012/10/catalano-alla-riscossa.html.
    2) Intanto partiamo da una certezza condivisa: la crisi dei PIGS dipende da uno squilibrio di conti esteri. Su questo sei d'accordo anche tu, mi pare, e questa è la cosa più importante da sottolineare, perché la narrazione propinataci in tutti questi anni va nella direzione esattamente opposta, con le relative conseguenze in termini di politiche anti-crisi. Detto questo, la dinamica del debito/PIL in Italia negli anni pre-crisi era discendente, gli ultimi governo (compreso Berlusconi dal 2008) si erano caratterizzati per una tenuta molto rigorosa dei conti pubblici e ci trovavamo in una situazione di avanzo primario (cfr. qui per approfondimenti: http://goofynomics.blogspot.it/2012/05/la-spesa-pubblica-al-bar-dello-sport.html). Dal 1999 al 2007 il nostro debito pubblico è diminuito di 10 punti rispetto al PIL, mentre quello privato è aumentato di ben 31 punti e quello estero di 10. Chiaramente la dimensione relativa del fenomeno è meno marcata rispetto agli altri Paesi della periferia (eh sì, non siamo messi così male), ma in termini assoluti 10 punti di PIL italiano non sono pochi e comunque il trend mi sembra chiaro. La situazione italiana, in ogni caso, è peculiare rispetto agli altri PIGS: noi abbiamo pagato non tanto una nostra crisi "endogena", quanto la crisi dell'Eurozona nel suo complesso e il nervosismo che è seguito sui mercati. Il governo Monti, in ogni caso, è servito a rimettere le cose a posto: distruggendo la domanda interna (testuali parole dell'ex premier), ha migliorato il nostro saldo estero, non certo quello pubblico, che è invece andato peggiorando (al contrario di quanto si dice, il suo compito è perfettamente riuscito). Attraverso l'austerità in Italia, è stato evitato il rischio di un effetto domino e si è (fino a quando?) stabilizzata l'intera Eurozona.
    3) In realtà è la deflazione a impattare negativamente nei consumi, perché le aspettative deflattive portano a rinviarli. Al contrario, se ho un conto in banca e so che i miei soldi si deprezzano, sarò più incentivato a spenderli. In ogni caso, l'esperienza storica dimostra che, ai tempi in cui c'era un po' di inflazione, i nostri genitori e i nostri nonni risparmiavano abbastanza da comprare casa, macchina e chi più ne ha più ne metta. Oggi, in tempo di bassa inflazione o deflazione, le famiglie italiane hanno cominciato ad erodere i risparmi e a indebitarsi. Senza nascondersi gli inconvenienti dell'iperinflazione, della scala mobile etc. etc., ci sarà qualche domanda da porsi?

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    1. Marco Calabrò17 agosto 2014 13:04

      Sono più profano di te, perciò cerco di capire leggendo posizioni diverse. La mia impressione è che, come quasi sempre nelle scienze sociali, anche su questa questione non ci sia il bianco e il nero, ma parti di ragione nelle diverse posizioni.
      1) Immagino l'aumento dei tassi di interesse reali negli anni '80 sia dovuto al calo dell'inflazione. Se decidi di contenere l'inflazione, devi adottare politiche fiscali rigorose, per contenere i tassi di interesse nominali. In linea generale, non mi sembra giustificato fare politiche in disavanzo primario, specie in una fase che non è di recessione.
      2) Questo mi pare il punto più controverso. D'accordo che la moneta unica favorisce gli squilibri commerciali a danno dei perifierici e dei loro tassi di crescita (è il problema di fondo di cui in fondo si sta parlando qui). Che questa sia stata la causa scatenante della crisi del 2011 non sono così sicuro. La Grecia sosteneva di avere un deficit pubblico al 3%, salvo poi scoprire che era cinque volte tanto. Non mi pare strano che i creditori siano scappati. Quando, con colpa, non si è subito risolta la crisi greca, si è capito che l'uscita di un paese dall'euro era possibile e i creditori si sono allarmati rispetto al debitore più grande (e fragile), l'Italia. Per questi due paesi mi pare che il panico dei creditori riguardasse soprattutto le finanze pubbliche. Certo, se si ritiene che la moneta impatti negativamente sulla crescita, questa ritorna come causa più remota della crisi del debito.
      3) D'accordo con te sulla deflazione.
      Complimenti per l'articolo e grazie per la risposta.

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  7. Marco mi dissocio da quest'articolo e spero che le bufale di cui si occuperà C&dM in futuro siano in linea con il tema del blog e con il solito spirito di servizio.
    In questo articolo c'è troppa teoria, con cui gli italiani cattolici o buddisti che siano non mangiano, e troppa saccenza che non ti fa onore.

    L'establishment non è libberale.. men che meno liberista o libertario. e di sicuro l'Intraprendente e Petrali non sono establishment. La lega che riesumi te nasce con Miglio e nasce liberista.

    Quelle che secondo te sono "bieche contraddizioni" a me ad esempio sembrano "buon senso" e traduzione elastica di teorie generiche.
    Buone ferie..

    Saba

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    1. Cara Saba, non so se il mio articolo sia pieno di teoria nè se la teoria faccia mangiare gli italiani. So che, se vogliamo provare a capire la crisi, dobbiamo metterci a studiare un po': questo dovrebbe essere il compito di un buon giornalista o, nel nostro piccolissimo, di un buon blogger che voglia scrivere cose interesanti e stimolare il dibattito tra i lettori.
      Per questo, rivendico il tono che tu definisci saccente e che non nego sia molto polemico. Si può discutere di tutto, tra persone intellettualmente oneste e amanti della verità: i commenti a questo articolo lo dimostrano. Invece, non sono disposto a confrontarmi serenamente con chi fa esercizio quotidiano di disinfornazione, inquinando il dibattito.
      Che la moneta sia un fattore irrilevante per l'economia del Paese, non è un'opinione che si può condividere o meno: è una vera e propria menzogna. Che il ritmo della svalutazione negli anni '80 sia stato particolarmente accerato, è una menzogna. Che l'euro abbia determinato un gigantesco problema di moral hazard e non abbia affatto incitato a fare le "riforme", invece, non è una menzogna ma un fatto. Ora, forse non esiste una posizione cattolica sull'euro (ma io ne dubito), però esiste una posizione cattoli a sulla verità e sulla menzogna. Per questo i disinformatori di professione vanno denunciati, perché ogni servizio alla verità, in qualsiasi campo, è un servizio alla Verità.
      Quanto all'establishment, non so se sia liberal-liberista o meno. Certamente dice di esserlo, e lo è - come ho scritto - almeno quando gli fa comodo. Nell'articolo volevo invitare i liberali senza paraocchi a riflettere proprio su questo: la difesa dell'euro non ha nulla a che vedere con il liberalismo, ma è questione di interesse. Perché questa è (finora) l'unica certezza: l'establishment è eurista. E fino a quando il nostro Pretali continuerà a difendere l'euro disinformando i suoi lettori, la sua sarà - volente o nolente - la voce del padrone.

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