10 agosto 2014

Omosessualità controcorrente


di don Mauro

Come promesso, ecco la recensione di Omosessualità controcorrente. Vivere secondo la Chiesa ed essere felici, di Philippe Ariño. Accessibile, agile, divulgativo, leggero da portare in sacca, ma pesantissimo da digerire, l’opuscolo di Ariño – che mi attirerà una marea di biasimi, già lo so – andrebbe letto in pendant con il resto della produzione divulgativa del nostro, particolarmente coi suoi blog araigneedudesert.fr e cuch.fr (Cathos Unis Contre l’Hétérosexualité).

Omosessualità controcorrente presenta un merito e un limite; il merito è di essere scritto da un omosessuale che ha attraversato nella sua vita varie fasi, dalla pratica omosessuale attiva con frequentazione del “giro omosessuale” ab intra, alla scelta di continenza cristiana, alla propaganda anti-lobbistica, unendo nel tempo esperienze personali dirette o indirette con un impego di approfondimento scientifico serrato; il limite è che, a fronte delle 80 pagine scarse del volumetto, risulta ampiamente sacrificata la componente di rimandi scientifici, mentre il baricentro argomentativo è molto spostato sulla testimonianza personale dell’autore, cui al lettore è chiesto di dare fiducia. Provo dunque a dargli fiducia e vi riporto il più precisamente possibile il contenuto del pamphlet spesso duro e scomodo.
Il testo si divide in tre grandi sezioni: cos’è l’omosessualità; come affrontare in se stessi l’emergere del desiderio omosessuale; come armonizzare fede cattolica ed omosessualità.

PRIMA PARTE
Si comincia dall’attestare che «dietro il “banale” tema dell’omosessualità c’è molta sofferenza umana vera», e ciò inquadra il senso di ogni dichiarazione successiva. Anche le posizioni più taglienti sono tutte mosse da un pensiero fondamentale: l’omosessualità implica sofferenza, e il miglior sollievo alla sofferenza non è edulcorarla né negarla, bensì parlarne e indicarne possibili vie di alleviamento. Importante definire lo statuto ontologico dell’omosessualità: «la sola cosa che esiste nell’omosessualità è il desiderio omosessuale», il che dice di una qualche impalpabilità dell’omosessualità stessa. Come posso infatti definire tale desiderio? «E’ un desiderio duraturo o passeggero? Non si sa… E’ innato o acquisito? Anche questo non si sa»; non posso nemmeno incasellare la situazione omosessuale, «non si è mai totalmente omosessuali… la sessualità è un cammino evolutivo e complesso», un cammino che significa «una sensibilità prima ancora di esprimersi in una sensualità e in atti sessuali». Da subito però essa si presenta segnata dalla fatica, dalla fragilità dell’amore omosessuale, particolarmente evidente «quando vedo intorno a me la difficoltà delle coppie omosessuali di durare, e di durare nella gioia», e se questo non autorizza a ripristinare l’accusa di “malattia”, si impone pur sempre quale «spia di un’incompiutezza… Penso che la parola più adeguata sia quella di ferita». Tale ferita comporta che il desiderio omosessuale risulti «più sincero che vero» perché «fa fatica ad incarnarsi in maniera non problematica», potendo esser considerato per ciò stesso «“naturale” solo dal punto di vista di un desiderio psicologico» ma non nella prospettiva di una riuscita globale della persona. La ragione radicale di simile disagio è dovuta al fatto che «il desiderio omosessuale non è prioritariamente sessuato, appunto perché vuole fuggire la dualità sessuale e rigetta la differenza dei sessi».
Philippe cerca poi di inquadrare l’omosessualità – anzi, il desiderio omosessuale – attraverso sette caratteristiche fondamentali:
1. Per cominciare «il desiderio omosessuale è il segno di uno stupro reale… più in generale di una fantasia di stupro, condivisa da tutte le persone omosessuali senza eccezione». Ciò vale per la percentuale di omosessuali che hanno subito stupri o violenze effettive, attorno a cui – attestano i ricercatori – si stende un velo di silenzio impenetrabile come i peggiori tabù, sicché può capitare che di tali stupri lo stesso partner non «ne sia stato messo al corrente»; ma vale in generale per coloro che di stupri non ne hanno subiti, ma per i quali «dichiararsi omosessuali è stata la soluzione alla loro paura di esistere o alla loro sensazione di essere disprezzati». La costatazione è forte, ma Ariño ritiene che riconoscere tale verità e smascherare simili tabù valga più di qualsiasi pudore inautentico o rispetto socialmente controllato.
2. Il desiderio omosessuale si presenta poi sempre come «un desiderio lontano dal reale, che si basa su fantasie e pulsioni piuttosto che sul reale che umanizza». Parlando di reale si intende riconoscere che la vita umana «rispetta tre differenze che la fondano: la differenza dei sessi, la differenza generazionale, la differenza spaziale», e di queste il desiderio omosessuale viene a infrangere la prima e più profonda, quella che peraltro «viene maggiormente rimessa in discussione» in tutta la nostra società.
3. In terzo luogo il desiderio omosessuale materializza «la paura di essere unico. Per rendersene conto basta studiare nelle opere omosessuali il numero di volta in cui appare la figura della metà, dei visi spezzati in due…». Anche in tal caso, l’omosessuale Ariño non vuole giudicare con disprezzo gli altri omosessuali o se stesso, quanto indicare l’origine della fatica omosessuale per meglio disporne la cura. Anche in tal caso non si va a condannare o giudicare la persona nella sua globalità, ma si va a indicare la radice da sanare, che è la capacità di amare; del resto – per restare sul dilemma dell’unicità – il problema è proprio che «se si ritiene di non essere unici, si finisce per considerare di non poter né amare né essere amati».
4. Una persona che non si senta amabile tende a perdere la propria personalità, e con ciò si chiarisce il quarto aspetto del desiderio omosessuale, «segno del desiderio di essere un oggetto», il quale da un lato maschera e complica alcune sofferenze sbagliate, per esempio venendo a immaginare «lo sfruttamento dei corpi tra due partner come un magnifico sacrificio d’amore», dall’altro apre uno squarcio di morte sul sentimento vitale della persona omosessuale, in quanto «desiderare di reificarsi non è altro che desiderare la morte».
5. Non stupisce, ad un quinto step, scoprire che «le persone che se ne lasciano [dal desiderio omosessuale] prendere finiscono per sentirsi come Dio… o come Gesù Cristo, angeli, geni, poeti divini marginali…». L’esito di una vita che non si sente amata e tende a farsi reificare è lo sbilanciamento su di un fronte opposto: «il complesso di inferiorità e quello di superiorità si specchiano negli estremi».
6. Gli ultimi due punti di tale caratterizzazione del desiderio omosessuale sono, a mio giudizio, i più innovativi introdotti dall’autore. Dapprima si procede a una requisitoria breve ma irremovibile contro la «divisione del mondo in “omosessuali/eterosessuali”», considerata come «una cantonata antropologica monumentale, in quanto la sola divisione reale dell’umanità, quella che in più dà la vita, è tra uomo e donna!». Il punto è che la vera risposta al desiderio omosessuale, già per sé incline a fuggire dal reale, è un ritorno al reale. Al contrario negli ultimi due secoli l’occidente ha rimarcato il distanziamento dalla realtà, perdendo di vista l’unico dato evidente – la divisione tra uomo e donna, che dà la vita – e introducendo una finzione ideologica – la divisione tra eterosessuali e omosessuali, categorie del tutto fittizie, ambigue ed arbitrarie, come dimostra l’evoluzione stessa del termine “eterosessualità”, che all’inizio «veniva classificata tra le perversioni».
7. L’insieme dei sei caratteri precedenti – la percezione di disprezzo radicale (stupro), la lontananza dal reale, il non sentirsi unici e quindi neppure amabili, l’inclinazione ad auto-reificarsi e a sacrificarsi a perdere, l’iper-esaltazione illusoria, la prevalenza di un modello ideologico arbitrario di auto-comprensione (omo/etero) – pone la premessa al generarsi di una violenza interiore che colora nella sua interezza il desiderio omosessuale. Da qui l’affermazione dirompente dell’autore: «l’omofobia è l’altro nome del desiderio omosessuale». Il primo omofobo è l’omosessuale, ed è un tratto costante che «può essere applicato sia alle persone che reprimono il loro desiderio omosessuale, sia alle persone omosessuali cosiddette non-represse». Omofobo è chiunque non si senta a posto con la propria sessualità, e i sei caratteri suesposti implicano l’impossibilità per chi alimenti in sé il desiderio omosessuale di sentirsi a posto con se stesso. Tale scacco è piuttosto incrementato che non superato dall’insistenza relativa ai «due pilastri ideologici sui quali si regge tacitamente questa povera comunità contrabbandiera, e cioè il credo nell’identità omosessuale eterna e quello nella forza dell’amore omosessuale». Anche qui però conviene una puntualizzazione, peraltro evidente dalla scelta terminologica finora applicata, «è la coppia omosessuale, quindi l’atto omosessuale, che rende violenti, non la persona omosessuale in se stessa», la violenza non è un elemento costitutivo del singolo omosessuale, bensì il prodotto di scelte d’amore inadeguate alla base, inumane: «il rigetto della differenza dei sessi nella coppia omosessuale, sia essa gay o lesbica, è in sé universalmente violento».

Interessante l’affondo al mondo del gay friendly, il quale mentre giustifica e rinfocola la ferita intrinseca del desiderio omosessuale, apre di fatto la strada al dilagare di insoddisfazioni e di violenza: «oltre alle persone omosessuali represse, e a quelle non represse, c’è una terza categoria di persone omofobe, forse la peggiore: coloro i quali si dicono “non omosessuali e gay friendly”». Che l’interesse dei gay friendly non sia il bene degli omosessuali è presto dimostrato: «sognano di imporre all’umanità la loro visione disincarnata, edonista, relativista e disincantata dell’amore e vogliono, in conclusione, che tutti possano godere senza limiti. Questa concezione della società obbliga tacitamente a due cose: essere bisessuali di fatto e “amorevoli” a parole». Il relativismo edonistico sessuale e non l’amore autentico guida il movimento gay friendly, da ciò l’appello: «vorrei che le persone omosessuali si rendessero conto che la folla che le applaude non le ama». E qui si coglie anche il senso della parola “eterosessualità”, essa non ha a che fare con l’amore tra uomo e donna, bensì con la mera pratica sessuale libera e consumistica, configurandosi all’estremo quale mera «bisessualità desessualizzante».

SECONDA PARTE
La seconda sezione del testo offre alcuni suggerimenti pratici per affrontare il desiderio omosessuale nel suo emergere. Philippe raccomanda di non muovere «nessuna conclusione affrettata sulla tua omosessualità» in quanto «nell’80% dei casi è semplicemente la reminiscenza di una bisessualità adolescenziale», purtroppo aggravata da una irresponsabile e maliziosa propaganda sociale la quale «colpevolizza gli adolescenti e li forza a definirsi gay o lesbiche», sicché «la maggior parte dei giovani che vivono le prime esperienze omo-erotiche non sono omosessuali, ma credono di diventarlo a causa della pressione bisessuale dei media». L’omosessualità assunta significa in ogni caso impegnarsi in un percorso impegnativo in cui dunque «il coming out dovrebbe essere vissuto non come il punto di arrivo ma come l’inizio di una scelta di vita non facile», e ciò perché – è quanto esposto fin dall’incipit – «il desiderio omosessuale non è qualcosa di banale, è segno di drammi», quei drammi che anche il genitore è invitato giustamente a piangere, in quanto piange «per l’intimo malessere di un adolescente che non ha saputo percepire in tempo». Questa sofferenza accompagna l’interiorità di tutte le relazioni omosessuali, le quali perciò saranno sempre deludenti in ragione della natura propria «dell’atto omosessuale, della struttura amorosa omosessuale stessa», facendo sì che le coppie omosessuali possano in qualche caso dirsi soddisfatte, ma mai «pienamente felici». Così testimonia Philippe.
Quattro in particolare i limiti delle coppie omosessuali, sostanzialmente corrispondenti alle sette caratteristiche del desiderio omosessuale: la mancanza di solidità, la mancanza di radici nel reale, la carenza di apertura alla vita, la mancanza di gioia. Dunque l’amore omosessuale è «obiettivamente poco soddisfacente, limitato, destinato all’insoddisfazione generale», e per quanto «nella sua globalità» non sia solo questione di sesso «in via di fatto sì. E’ triste dirlo, ma è la genitalità che alla fin dei conti ha la priorità nella formazione».

Concludendo questa sezione l’autore sviluppa due tematiche: la sua posizione rispetto ai diritti gay attualmente rivendicati e i consigli per alleviare e migliorare la vita delle persone omosessuali.
Circa il primo ambito, partendo dalla richiesta del matrimonio omosessuale, Philippe dichiara di non poter «certo essere contro il matrimonio per le coppie dello stesso sesso, per la semplice ragione che non si può essere contro una realtà che non esiste», posto peraltro che «il permesso a sposarsi non aggiungerà amore alle coppie omosessuali», cosa di cui esse stesse sono ben consapevoli, il che probabilmente spiega come mai queste per lo più desiderino «il diritto al matrimonio e non il matrimonio in se stesso!». La stessa frattura che rende impossibile il matrimonio omosessuale toglie plausibilità all’idea di una adozione per coppie gay, le quali non rappresentano l’ambito adeguato «né per vivere l’amore, né per far crescere qualcuno nel rispetto delle differenze, perché l’omosessualità ha escluso la differenza dei sessi, quella che apre la porta a tutte le altre». Tutto ciò significa che nell’interesse degli omosessuali non ci sono né matrimonio né adozioni, cose che sembrano al contrario pericolose per «tutto il genere umano che viene orientato verso una bisessualità asessuata».
Infine Ariño conclude chiarendo la questione dell’uguaglianza di diritti: «l’uguaglianza dei diritti non è l’uguaglianza delle identità… ci sono delle giuste ineguaglianze, così come possono esserci delle uguaglianze molto ingiuste», e secondariamente illustra le quattro scelte possibili e non equivalenti per vivere il più possibile felicemente la propria omosessualità:
1. La via del deserto, scegliere un tempo di disintossicazione in cui evitare qualsiasi rapporto o flirt.
2. Impegnarsi ad accogliere la cultura omosessuale, non negare il suo funzionamento, non rigettarla, scoprire quanto di ricco essa porti con sé, stando al di qua dell’esercizio sessuale.
3. Sviluppare l’amicizia, lo stare insieme non erotizzato: essa sembrerebbe l’unica barriera contro l’omofobia, il contesto in cui cogliere la ricchezza del comune vissuto, purificati dalle frustazioni implicate dall’esercizio genitale omosessuale.
4. Al livello più alto si colloca la continenza, cioè la rinuncia alla genitalità e alla sensualità omosessuali, l’assunzione del programma cristiano di castità, intesa quale luogo fecondo per una vocazione specifica di cui gli omosessuali sono portatori nel mondo.

TERZA PARTE
“Se sono credente omosessuale come faccio?” Questa è la domanda che guida l’ultima parte del libro. In essa Philippe presenta la dottrina cattolica, mettendone in rilievo tutta la ragionevolezza e posatezza. Si nota quanto siano rari i riferimenti all’omosessualità nella Bibbia, come essa denunci le pratiche genitali (sodomia) e non l’orientamento personale; quanta carità la religione cristiana mostri verso gli omosessuali, valutandoli come persone ben al di là di singoli atti; in particolare viene sottolineato il tesoro che ha da offrire la Chiesa quando propone senza timore la verità, ben sapendo che ogni uomo – ma soprattutto chi è più ferito – abbia bisogno anzitutto di una parola di verità, a partire dalla quale provare a ricostruire il proprio cammino. La Chiesa che non ti giudica, la Chiesa che ti dice la verità da sempre custodita nel tuo cuore, la Chiesa che ti mostra quale sia il vero amore e a quali condizioni tu possa realizzarlo nella tua vita, questa Chiesa – che nell’esperienza di Philippe è stata provvidenzialmente la Chiesa guidata da Benedetto XVI – questa Chiesa è l’ultima e unica mano tesa che possa colmare il desiderio ferito degli omosessuali. Per ciò suona un po’ tragica la domanda «se il mio amico omosessuale non è credente e non sa chi sia Dio, come faccio? Ah…, sei fregato! Parlando seriamente, senza Gesù, da chi andremo?». Al contrario per chi si affida a Dio l’omosessualità stessa smette di essere un problema cui reagire in vario modo, e diviene la più grande occasione della propria vita, il mezzo che può rendere santi: «Dio si serve di qualsiasi legno per accendere un fuoco… Se apriamo il nostro cuore, se accogliamo senza rivolta lo scandalo della Croce del Cristo e quello della verginità di Maria, siamo e saremo tutti, omosessuali e no, santi, non perché senza macchia, ma perché santificati».

Fin qui Philippe. Aggiungo solo una considerazione. Concordi o meno con quello che il nostro amico scrive, predica e diffonde, una cosa è certa: egli ci insegna che è possibile guardare in modo nuovo all’omosessualità, un modo che non ha a che fare con ideologie, edonismi, relativismi, rancori, disegni di legge imposti dall’alto, paure; un modo che considere l’altro non come omosessuale/eterosessuale, ma come persona; un modo che non cerca di nascondere i problemi dell’uomo cacciandoli entro le soluzioni anguste dei media e delle lobby, ma che ha il coraggio di rivolgersi a Dio per scoprire la grandezza di ogni individuo. Merita meditarci sopra.

 

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