19 agosto 2014

Paper Genders. Il mito del cambiamento di sesso.

di  don Mauro

"Paper Genders. Il mito del cambiamento di sesso" è un testo interessante da conoscere, specie ora che la bolla della Gender Theory è esplosa, nonostante i soliti topoi anglosassoni che, almeno per la loro assoluta prevedibilità, iniziano a stancare. Con superbo afflato antiamericano inizio smontando la retorica e anticipando che Walt Heyer, l’autore del saggio-inchiesta (edito da SugarCo Edizioni) sulla transessualità, è (stato) lui stesso un trans. Non so, forse questa notizia, svelata a metà del testo, doveva essere una prova di sincerità: decidetelo voi. Io, ormai insofferente ai colpi di scena yankee, passo ai dati.


Il volume compare nel 2009 negli USA e viene messo sul mercato italiano tre anni fa. Si apre con un’operazione di pulizia: smentire qualche bugia di settore per meglio analizzare e comprendere il fenomeno in oggetto. Viene premessa una cifra di emergenza: i transgender conoscono picchi di suicidi fino al 45% più alti della popolazione generale (p.18). Quindi si fanno le pulci ad alcuni personaggi tra l’autorevole e il discutibile. Il celeberrimo Kinsey, «dipendente da masturbazione», ma anche «predatore e prevaricatore sessuale di prima categoria, che si dava allo sfruttamento di adulti e bambini in egual misura» (p.21); da Kinsey l’opinione pubblica occidentale ha preso lezioni di sessualità per 50 anni. Harry Benjamin, amico del precedente, il quale approvava «la decriminalizzazione di comportamenti come l’abuso sessuale sui bambini» (p.22). John Money, il noto medico del caso Bruce/Brenda/David, che dichiarò: «se mi imbattessi nel caso di un ragazzo di dieci o undici anni che avesse una forte attrazione erotica per un uomo tra i venti e i trenta, se la relazione fosse assolutamente reciproca e l’instaurarsi di un legame autenticamente, assolutamente reciproco… allora io non lo definirei affatto patologico» (p.24). Quando poi si arriva ai giorni nostri, si scopre che «sono entrate in vigore delle leggi per porre dei limiti agli psicologi e alla consulenza che potrebbero dare ai pazienti che desiderano cambiare genere… anche nel caso in cui lo psicologo avverta che il paziente potrebbe esserne danneggiato» (p.36): curioso e triste parallelo con le proibizioni che colpiscono i medici anti-abortisti. Dunque l’incasso delle cliniche, l’autorevolezza dei pionieri pro-pedofilia di cui sopra, le leggi convenzionaliste di Stato hanno la meglio sulla sofferenza e finanche sul picco di suicidi dei pazienti trans («oltre il 50% ha tentato il suicidio almeno una volta prima dei vent’anni». p.39). A ciò aggiungiamo la fragilità del controllo scientifico post-operatorio: «gran parte dei pazienti (fino al 90%) viene persa in fase di controllo… [cosa che] … complica i tentativi di studiare sistematicamente gli effetti a lungo termine della chirurgia» (p.38); davvero il carattere ideologico e antiscientifico che vizia questi settori è imbarazzante.

Ideologia e filo-pedofilia vanno a braccetto anche quando si propone di «trattare i bambini per il cambiamento di genere prima dell’inizio della pubertà» (p.42), come sostiene il dott. Spack; oppure quando si varano leggi per modificare i programmi di educazione sessuale nelle scuole, fino a imporre «la rappresentazione del travestitismo, del cambiamento di sesso e di tutti gli aspetti dell’omosessualità» (p.44): e a sostenere la legge è «una lesbica che non ha figli a scuola» (p.43). Sono cose ordinarie per un Sistema che vanta tra i consiglieri sulla sanità l’infanticida Peter Singer, a detta del quale sarebbe «a volte appropriato uccidere un neonato umano». Tesi di estrema lucidità, cui si accompagna un raffinato e sottaciuto corollario: sicuramente non era appropriato uccidere il neonato Peter Singer.

Il nostro libro dunque si snoda attorno a pochi quesiti strategici: a che serve l’intervento chirurgico? Può un intervento di laboratorio cambiarmi di sesso? E’ plausibile attendersi la felicità da una modifica del corpo? Ad essi si accompagnano le osservazioni precedenti relative ai suicidi transessuali e all’influenza di ideologie pedofile, infanticide e anti-familiste. Il tutto suffragato dalle associazioni di gay senza figli che vogliono influire sui figli altrui; dalle associazioni di attivisti (spesso gay) che incalzano sul forzato rapporto tra bullismo omofobo e suicidio omosessuale, ma curiosamente si astengono dal promuovere migliori ricerche sul legame chirurgia-suicidio transessuale (cfr. p.58); o dall’impotenza dello stato a intervenire in situazioni di grave opacità (si veda il caso Freeman Kennedy, pp. 63-76). «La verità è che io sono un maschio, e non c’è quantità di interventi chirurgici che cambi questo fatto» (p.55), sembra di sentire l’eco delle lezioni di san Tommaso e del suo celebre «questa è una mela, chi non è d’accordo può andar via».
Heyer presenta le storie di Money, Freeman e Cotton per mostrare il diffuso tentativo tra medici di «trattare i disturbi psicologici e diventare la superstar del momento» (p.81) anche a danno di decine e decine di pazienti, sempre sospinti da convincimenti né dimostrati né raffinati. Si tratta di medici per i quali «la chirurgia è la risposta a ogni problematica genitale» (p.82), il cui azzardo è fino ad oggi plaudito e ossequiato. Col che veniamo alla soluzione di Heyer. Dichiarato il suo passato di transessuale, e confessate le inutili sofferenze dategli dalle pressioni mediche, l’autore difende l’assoluta contingenza dell’intervento chirurgico, e per corroborare tale tesi addita sia la reticenza dei grandi psichiatrici di settore a riguardo della effettiva e incontrovertibile necessità di intervento laboratoriale, sia la testimonianza delle vittime dei medesimi: «la chirurgia di cambiamento di sesso è un disastro» (p.96). A difendere l’insulsa pratica resterebbero solo i soliti attivisti, «i più prepotenti di tutti verso chiunque si opponga alla chirurgia, mandandoti affan…: bel modo per manifestare l’orgoglio gay» (p.98). «Le mie esperienze traumatiche hanno avuto luogo dopo la nascita, e non in utero» (p.105), questa la testimonianza con cui il nostro autore si congeda, ricordando che un corpo magnifico non risolve problemi che non sono legati primariamente al corpo, certo sapendo che «non ci si riprende facilmente dal naufragio della propria identificazione di genere» (p.106).

Ora, per concludere, ma per quale ragione dovrebbe interessarci questa disamina su di un fenomeno triste ma marginale, quali sono i transgender? Perché esso è un caso specifico, paradigmatico e pilota di come si stia cercando di modificare la sessualità nel mondo contemporaneo: «gli attivisti intimidiscono e fanno lobbyng sull’APA da anni. Nel 2003, in un simposio sponsorizzato dall’APA, alcuni professionisti della salute mentale hanno proposto di rimuovere la pedofilia, i disturbi dell’identità di genere, l’esibizionismo, il feticismo, il travestitismo, il voyeurismo e il sadomasochismo dal DSM» (p.113).

Capiamo così le ragioni del massacro mediatico contro Benedetto XVI sul tema pedofilo: tolta voce in capitolo alla Chiesa – l’estremo baluardo dei tempi moderni – Benedictus XVI docet – gli attivisti avranno man forte sia nel condizionare «le leggi civili» (Idem), sia nel causare un «congelamento sulla ricerca» (Idem) conseguente la derubricazione delle patologie, quali che siano, dal DSM.
Sobrii estote, vigilate!
 

0 commenti :

Posta un commento