04 settembre 2014

I pellegrini della morte

di Giuliano Guzzo
E’ oggettivamente sgradevole parlare della morte: porta riflettere sul tempo che scorre, ad interrogarsi sull’oscuro “dopo” che ci attende, a considerare la tristezza dell’ultimo saluto. Tuttavia una riflessione, a volte, sorge spontanea, tanto più alla luce del paradosso che oggi contraddistingue il tema della morte: bandita dalle cronache – centrate più sulla spettacolarità della violenza che sull’inevitabilità del trapasso – torna centrale allorquando si considera, per esempio, il fenomeno del suicidio assistito. Un fenomeno ormai evoluto a tendenza a giudicare da quanto succede in Svizzera, specie nel Canton Zurigo, dove il numero di quanti ricorrono a questa pratica è in netto aumento. Fra il 2008 ed il 2012 –  secondo un’indagine dell’Università di Zurigo – si sono verificati ben 611 ingressi da parte di persone provenienti da altri Stati e recatesi in Svizzera per il suicidio assistito. Un esame complessivo dei dati evidenzia poi come, a fronte di Paesi dai cui le partenze con questa finalità rimangono numericamente stabili quali per esempio la Gran Bretagna e la Francia, ve ne sono altri da cui se ne registra una inquietante crescita, primo fra tutti l’Italia: se nel 2008 furono 2 i nostri connazionali ricorsi al suicidio assistito in terra elvetica, nel 2009 e 2010 sono diventati 4,  nel 2011 ben 12 e addirittura 22 nel 2012 [1]. Ora, questi dati possono stimolare due pensieri in netta contrapposizione uno all’altro.
Il primo è quello dei sedicenti paladini dell’autodeterminazione, vale a dire il ragionamento secondo cui, poiché questo fenomeno effettivamente esiste – come peraltro già testimoniato da casi come quello del giornalista Lucio Magri (1932-2011), recatosi in Svizzera proprio per una procedura di morte volontaria assistita – tanto vale prenderne atto regolamentandolo anche nel nostro Paese, senza costringere decine di famiglie ad un macabro pellegrinaggio che altro non fa che aggiungere tristezza alla tristezza; ne va, secondo coloro che si riconoscono in questa prospettiva, del rispetto delle persone, del loro dolore e, soprattutto, delle loro scelte. Il secondo modo di affrontare la realtà, purtroppo crescente, del suicidio assistito è quella d’interrogarsi sulla stessa: perché accade tutto questo? Cosa spinge decine, anzi ormai centinaia di persone in tutta Europa e non solo a scegliere il Canton Zurigo per porre fine alla loro esistenza? Un certo modo di affrontare la questione – quanto meno sbrigativo – si limita, lo abbiamo detto, a registrare il fenomeno sottolineando come questo vada acriticamente accettato ed altro non sia che il modo scelto da alcuni per porre fine alle proprie sofferenze. Si tratterebbe dunque di una collettiva e legittima risposta al dolore fisico.
In realtà, come evidenziato sia da alcune ricerche precedenti [2] sia dallo studio citato poc’anzi, non solo non è la sofferenza fisica a determinare la totalità di preferenze per il suicidio assistito, ma lo è sempre meno. Un aspetto già emerso anche per quanto riguarda l’eutanasia, pratica solo in minima parte giustificata dalla volontà di fermare il dolore. Valga, per tutti, l’esempio del celebre processo celebratosi «in Olanda nel 1973 contro il dott. Potsma, accusato di aver soppresso la propria madre, malata terminale di tumore. Alla richiesta se i dolori della donna avessero raggiunto il limite dell’intollerabilità, l’accusato risposte: “No, non erano intollerabili. Certamente le sue sofferenza fisiche erano aspre. Ma erano le sue sofferenze spirituali ad essere divenute insopportabili”» [3]. Se a queste si aggiungono altre evidenze – come la significativa diffusione della depressione fra i malati di cancro [4] o l’accertato legame fra presenza di sintomi depressivi e disperazione e richiesta di morire [5] – diventa definitivamente evidente un fatto, e cioè che il pellegrinaggio per il suicidio assistito, prima che costituire una domanda, evidenzia in realtà una mancata risposta in termini di assistenza. Attenzione: con questo non s’intende in alcun modo gettare ombre sulla professionalità medica o infermieristica dal momento che quello sanitario è solo uno dei tanti versanti assistenziali.
Questo perché esiste un ben più vasto ambito relazionale che investe la persona – si pensi a parenti, ad amici, a colleghi – che non può non essere chiamato in causa quando un soggetto manifesta la volontà di morire. Certo, si può sempre prendere atto di una sofferenza (psicologica o fisica che sia) limitandosi assecondarla col pretesto del rispetto della volontà altrui. Ma si tratterebbe, per l’appunto, solo di un pretesto, di una scusa o, più precisamente, di una scorciatoia. Non occorre infatti molto per capire che alla collettività eutanasia e suicidio assistito costano molto meno – economicamente, ma prima ancora umanamente – di vicinanza e cure fino all’ultimo. Molto meglio, intercettata l’intenzione di morte, non ostacolarla o addirittura sostenerla, che cercare di arginarla e convogliarla nella speranza. Il punto è che così facendo non incoraggeremmo “solo” l’attuale “pellegrinaggio della morte”, né consentiremmo “solo” innumerevoli suicidi. No: finiremmo per indebolire, fino quasi ad eliminarlo, quel legame solidaristico senza il quale la sofferenza delle persone malate sarà crescente ma anche la vita di chi ha la fortuna di essere in salute, col tempo, si tradurrà in sofferenza. E questo non a causa della cattiva sorte o per via di qualche maleficio, ma per il semplice fatto che la persona anziana o malata altri non è che colui che, un domani, saremo noi.
Ne consegue che l’abbraccio che oggi neghiamo o comodamente scambiamo per richiesta di morte è lo stesso di cui, un giorno, potremmo aver bisogno. Di qui un ultimo dubbio: vale davvero la pena accettare il “pellegrinaggio della morte” oppure è il caso di esaminarlo studiandone le cause e cercando, per quanto possibile, di fermarlo? La scusa dell’autodeterminazione vale l’abolizione dell’assistenza totale ed incondizionata, se non quando espressamente richiesta? Non sarà che accettando eutanasia e suicidio assistito la strada che s’imbocca è molto più pericolosa ed inquietante, come del resto mostra il macabro caso della Svizzera, di quello che sembra? Vista la posta in gioco – la sopravvivenza del legame di solidarietà – è almeno il caso, anche se l’esercizio in effetti non è dei più semplici, di farsi qualche domanda.
Note: [1] Cfr. Gauthier S. – Mausbach J. – Reisch T. – Bartsch C. (2014) Suicide tourism: a pilot study on the Swiss phenomenon. «Journal of Medical Ethics»; doi:10.1136/medethics-2014-102091; [2] Cfr. Steck N. – Junker C. – Maessen M. – Reisch T.  – Zwahlen M. – Egger M. (2014) Suicide assisted by right-to-die associations: a population based cohort study. «International Journal of Epidemiology»; 1–9; [3] D’Agostino F. L’eutanasia come problema giuridico, «Archivio Giuridico», Mucchi Editore, Modena 1987, p. 37; [4] Cfr. Bottomley A. (1998) Depression in cancer patients: a literature review. «European Journal of Cancer Care»; Vol.7(3):181-191; [5] Cfr. Tiernan E. – Casey P. – O’Boyle C. – Birkbeck G. – Mangan M. – O’Siorain L. – Kearney M. (2002) Relations between desire for early death, depressive symptoms and antidepressant prescribing in terminally ill patients with cancer. «Journal of the Royal Society of Medicine»; Vol. 95(8): 386–390.
 

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