23 ottobre 2014

“Fuga dal Campo 14”


di Stefano Sala
“La persona che più ho odiato, anche più dei miei carcerieri, anche più del dittatore, è stata mia madre, perché mi aveva messo al mondo.” Così inizia la testimonianza di Shin Dong Hyuk, tenutasi sabato 27 presso la libreria Lirus in via Vitruvio a Milano. Shin, classe 1982, è l’unico uomo nato e vissuto in un campo di concentramento nord coreano riuscito a scappare; la sua vicenda è raccontata nel libro “Fuga dal Campo 14” scritto dal giornalista americano Harden Blaine, il quale ha messo per iscritto il racconto di Hyuk.

La storia di Shin, aiutato da un interprete, non ha potuto che coinvolgere i purtroppo pochi ascoltatori (qualche decina, ma dove è stato pubblicizzato l’evento?), i quali hanno partecipato attivamente ponendo al relatore diverse domande, nel corso dell’intervento strutturato più come un’intervista “collettiva” che non come una conferenza frontale. Il nostro, Testimone numero uno della commissione d’inchiesta dell’ONU sulla violazione dei diritti umani in nord Korea, ha risposto con compostezza tutta orientale alle domande che andavano a indagare sulla sua vicenda, e sulla situazione del suo paese. Un paese che vive sotto la dittatura comunista da sessant’anni, e che ha sul proprio territorio oltre al Campo 14, esteso quanto la superficie di Los Angeles, altri quattro campi conosciuti, per una popolazione concentrazionaria complessiva di 200 mila persone. Il sistema dei campi è basilare per la sopravvivenza del regime, permette attraverso il terrore di mantenere sotto controllo e di piegare al volere del dittatore e del partito l’intero popolo nord coreano. Gli abitanti infatti sanno che qualsiasi forma di dissenso, foss’anche una lamentela per la scarsità cronica di cibo, sarebbe punita con il trasferimento all’interno di uno di questi campi; e non solo per il diretto colpevole del “crimine”, ma per tutta la sua famiglia e per le seguenti due generazioni.

Questo è quello che è successo a Shin, il quale non ha saputo rispondere alla domanda sul perché i suoi genitori fossero stati imprigionati da giovani, probabilmente da quel che è riuscito a scoprire sono stati rinchiusi perché dei parenti ai tempi della guerra con il Sud Corea erano scappati in questo paese, e dunque considerati traditori. Del campo racconta soprattutto la fame persistente, una fame ancora più insopportabile delle torture arbitrarie, delle violenze quotidiane delle guardie e delle esecuzioni pubbliche all’ordine del giorno. Una fame che è stata la sua spinta nella ricerca della libertà, concetto sconosciuto a chi è nato dietro al filo spinato, senza un termine di paragone per valutare cosa sia una vita normale, cosa sia una vita in libertà.

Proprio i racconti “culinari” di un nuovo prigioniero del campo, che parlava di cibi neanche mai sognati in prigionia, spinge Shin a decidere di scappare perché “anche se fossi stato preso e giustiziato, almeno per una volta sarei riuscito a mangiare”. Con la fuga inizia il viaggio attraverso il paese, dove Shin può confondersi con gli abitanti dei villaggi che attraversa date le loro condizioni dovute alla denutrizione. Una fuga che lo porterà in sud Corea e infine negli Stati Uniti, da dove potrà raccontare al mondo gli orrori di una dittatura basata sulla fame e la violenza, che porta i figli a denunciare i genitori consegnandoli al boia (cosa per altro successa a Shin) e tratta i propri abitanti, usando le parole di altri rifugiati, “come delle bestie”. Shin non ha parole di odio per i suoi carcerieri; anche a chi domanda cosa pensi di quegli occidentali che niente han fatto per il suo paese, e che anzi dicono non ci sia niente di terribile nella dittatura di Kim Jong Un (da Dennis Rodman a Razzi), risponde semplicemente “un giorno il popolo coreano dirà che erano amici del dittatore”, come a dire che questo basterà come “punizione”.

Grazie al coraggio di Shin Dong Hyuk “ora la comunità internazionale sa, non ci sono più scuse”, come ha detto nel marzo 2014 Michael Kirby, presidente della commissione d’inchiesta dell’ONU sulla situazione in Corea del Nord, davanti al Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU. Ma viene naturale chiedersi: davvero solo adesso, dopo sessant’anni, la comunità internazionale sa? Perché il silenzio sui crimini di Kim Jong Il e figli? Hanno forse un “colore” più accettabile per l’intellighenzia occidentale e le varie organizzazioni umanitarie? 
Lecita la domanda, scontata la risposta.

 

2 commenti :

  1. Non c'erano Salvini e Razzi? Strano...

    RispondiElimina
  2. L'altra campana
    http://www.statopotenza.eu/14850/linfame-shin-finalmente-smascherato

    RispondiElimina