25 ottobre 2014

Like a sister


di  don Mauro

“Like a virgin”, come una vergine. Siamo nel 1980 e una piccante Madonna, icona dello sfacelo culturale propagandato per mezzo musicale, si snoda sensuale tra croci e veli bianchi sulle acque della Laguna. 2014, tocca al fenomeno mediatico Suor Cristina interpretare il ruolo della vergine rinnovata dal suo amato, forte del velo sponsale (questa volta bruno e da monaca) e del medesimo scenario lagunare. “Leggendo il testo, senza farsi influenzare dai precedenti, si scopre che è una canzone sulla capacità dell’amore di fare nuove le persone. Di riscattarle dal loro passato. Ed è così che io ho voluto interpretarla. Per questo l’abbiamo trasformata dal brano pop-dance che era, in una ballata romantica un po’ alla Amos Lee” così dichiara la giovane consacrata. Che dirne? Non mi interessa buttarla sul moralistico (accusando la cantante) né sull’etico (maledicendo il malcostume dei tempi correnti), ma raccolgo due altri ordini di pensieri entrambi ispirati al McLuhan di “il mezzo è il messaggio”.

Dunque, tra tanti brani d’amore, si è voluto scegliere un brano conteso tra interpretazioni anche volgari, “Like a virgin”. L’importante, a detta degli autori, era “non farsi influenzare dai precedenti”: può bastare? A mio parere no. Sposto il problema dall’intenzione degli artisti al campo dell’arte, dai precedenti più o meno ingombranti del brano (cosa qualcuno ha detto di esso) alla sua storia degli effetti (di quali significati è attualmente portatore nel mondo), dalle pie intenzioni del nuovo lancio discografico al predominio culturale del genere e del singolo selezionati. La mia sentenza è spietata: l’arte ha i suoi linguaggi e le sue stagioni cui si sottraggono parzialmente solo i grandi geni, la storia degli effetti di “Like a virgin” è emblematica del cupo decorso artistico vigente, e quindi in tale contesto la possibilità di evangelizzare con un re-make di Madonna non è impossibile ma, se possibile, stocastica: cioé, se riesce, le riesce per caso. Peggio, riesce perché la gente è abbastanza ignorante da lasciarsi commuovere dalla suora giovane cantante senza preoccuparsi della natura del brano. E ciò in linea di principio consacra la deriva new-age dell’evangelizzazione, quando cioè la gente segue un predicatore solo in nome della simpatia e del carisma, praticamente a prescindere dal messaggio che viene proposto (cristiano, buddista, anarchico: è optional). Suor Cristina dunque evangelizza davvero? Come? Prende un brano controverso e ne fa un manifesto dell’amore. Quale amore? La Caritas che è Cristo? Vedo due possibili risposte. Una è confondere l’Amore cristiano col “love” all’americana, termine transitato dal Sessantotto al Burning man, senza veri appigli a Nostro Signore: ciò farebbe della sorella non una evangelizzatrice bensì una corruttrice. L’altra è tentare una sorta di setaccio dei semina verbi, le tracce di Cristo nascoste nella cultura acristiana, per estrarle e riportarle alla loro buona terra nella Chiesa. Credo che quest’ultimo sia il disegno di Suor Cristina, ma continuo a reputarlo fallimentare. Non sto semplicemente asserendo che è difficile dare un nuovo significato a elementi che ne hanno già ricevuto uno e ben solido dalla tradizione che li ha generati: “Like a virgin”, per esempio, nasce dall’ambiente della dissoluzione pop e di questo parla. Non mi limito a rigirare la frittata di McLuhan ripetendo un mantra aprioristico - il mezzo è il messaggio - quasi che il pop di per sé sia inadatto a evangelizzare, per il solo fatto d’essere musica bassa nata dal basso per compiacere le fasce basse che amano volare basso. No, mi preme un concetto più specifico, ed è solo per questo che sto scrivendo l’ennesimo articolo controcorrente (fregandomene per il resto di Suor Cristina, Giosy Cento, i Gen, Frisina, the Priests e tutto il resto: prediligo la Missa letta e nel tempo libero ascolto solo Jordi Savall). Ritengo dunque che il pop non sia solo un ambito della modernità, di quelli con i quali è duro ma in fondo possibile confrontarsi e cimentarsi. A mio avviso il pop è massimo emblema della modernità e della secolarizzazione, di quel processo di svuotamento dell’umano, di trionfo degli ideali rivoluzionari, di demolizione del cristianesimo, di radicamento della post-religiosità tanto ben illustrato da Del Noce. Due amici mi aiuteranno a svolgere il concetto, entrambi hanno scritto per il Dossier del Timone n.135: Dissoluzione Pop. Carlo Susa, esperto di storia del teatro e dello spettacolo, ha messo anzitutto in evidenza la natura idolatrica del mondo dello spettacolo, denunciata anzitempo dai Padri della Chiesa ed esplosa nuovamente nell’era del Cinema. Samuel Thomas, citato da Susa, ci insegna infatti che i divi “incarnano un bisogno moderno di fede, bisogno religioso più che artistico”, che trova il suo coronamento nella “mitica” Hollywood. Il divismo appare appagamento spurio della domanda religiosa, e se è vero che dagli anni sessanta “sembra di assistere a un ridimensionamento dell’aura delle star cinematografiche”, è pur vero che “il cinema ha perso progressivamente la sua posizione dominante in favore della televisione e, più recentemente, di altri mass media”. In questa logica suor Cristina è sicura di essere effettivamente agente evangelizzatrice e non, pur suo malgrado, replicato del divismo massmediatico? Andiamo oltre. Roberto Manfredini, penna e cervello free-lance della rete, di invidiabile acume e di vasti interessi, sostiene che il decadimento della cultura pop è indice di una saturazione del mercato della dissoluzione” in cui “le devianze sessuali e i comportamenti antisociali sdoganati dalle odierne pop-star passano quasi inosservati, soppiantandosi a vicenda in una sorta di manierismo porno-soft”. Ma da dove inizia questa corsa allo sfacelo? Chi sarebbe il primo protagonista del passaggio di consegne dal divismo anomico del Cinema a quello antinomico della Pop culture? “La gara alla ‘pornificazione’ inizia con Veronica Ciccone, nota a tutti come Madonna” la quale debutta quando “il consolidamento del disordine morale permette la liaison tra marketing e trasgressione”. Regina dell’osceno, bisessualità divina, pansessualismo, moda omosessualista: queste le coordinate culturali in cui si snoda la carriera musicale della Ciccone. Contro questo Moloch, paradigma e veicolo preferenziale del decadimento spirituale e della disumanizzazione, suor Cristina vorrebbe lanciare il suo sogno evangelizzante. Ha perso in partenza, a giudicare dal contest, e senza tacere del problema tecnico di base: nessun critico serio le riconosce una voce all’altezza dell’esposizione mediatica, e i più malevoli non tardano a suggerire che di carriera non si sarebbe mai parlato, qualora Cristina non avesse avuto un velo in testa. Sconfitta che costa cara, in termini di kulturkampf, perché implicitamente afferma che il modello vincente è davvero quello pop, cui persino la vita consacrata si inchina. Vergogna per molti, che vedono beffata la propria scelta di castità, sulle note di un brano risemantizzato con successo da uno degli spezzoni più volgari del lungometraggio, il celeberrimo incipit di “Le Iene”, ad opera del più nicciano tra gli autori viventi, Quentin Tarantino.

Tirando le fila, difficile dire come risolvere una tanto impari sfida, e certo non è con il conservatorismo di maniera che se ne verrà fuori. Se però, al di qua del mero caso, rimane un posto per la ragione e per la progettualità umana, non c’è dubbio che siano quantomeno da evitarsi: l’ignoranza (il video è bello e in fondo nessuno più sa la storia di Madonna), il divismo (suor Cristina è simpatica e questo ci basta), l’imprudenza (confrontarsi con modelli culturali dominanti è sempre vincente), l’innocentismo (bastano un velo e una buona intenzione per redimere la peggio cultura anticristica). Concludo dunque la digressione, già raggiunto dai primi sfottò, che non riesco a confutare, della cultura laica: “Chiaro, dopo l’inedito orrendo scritto da Neffa in molti avranno spinto perché Sister Cristina si rifacesse a un repertorio di classici, tanto per non andare di male in peggio, ma tra i classici esistono brani più dichiaratamente rivolti all’Amore, senza dover per forza tirare in ballo una che già dal nome diceva quali fossero le sue intenzioni rispetto allo scandalizzare i cattolici”. Prender lezioni di fede dal Fatto Quotidiano, che pena. Non voglio nemmeno argomentare alla Vassallo, ipotizzando una posa ‘idealistico-hegeliana’ in suor Cristina: la contraddizione come mezzo di redenzione, l’esaltazione dell’anticattolico come frontiera di riaffermazione di un cattolico restaurato. Ma va’, le suore nostrane mica arrivano a tanto, sono brava gente. Più banalmente vedo il successo del registro culturale progressista, verso il quale il cattolicesimo degli ultimi decenni si trova sempre meno munito di anticorpi, succube, quasi mendicante.

Ora veniamo al secondo pensiero (quello promesso nelle prime righe dell’articolo), lasciamo perdere la governance mondiale e la sua colonna sonora pop e guardiamo in casa, nella Chiesa. La domanda che vorrei porre è semplice: siamo sicuri di avere già sperimentato tutte le tecniche di formazione ed evangelizzazione debite e opportune? Mi regala le parole Cattaneo sulla Nuova Bussola Quotidiana: “Ora ci chiediamo: invece di prospettare soluzioni ambigue, che non fanno che disorientare i fedeli, perché non è stata detta nessuna parola sulla “bellezza della castità”, come valore autenticamente umano e cristiano? O forse che la castità non è più una virtù? O forse che la Chiesa non ha più il coraggio di indicare ai giovani, ai fidanzati e anche alle coppie sposate, il valore della castità e della verginità per il Regno di Dio? Non sarebbe questo il vero messaggio profetico per il nostro tempo?”. E qui avvertiamo tutta la drammaticità dei tempi. Lungi dall’accusare un complotto mondiale dei Padri Sinodali, è però evidente la crisi di strumenti culturali, il senso di inferiorità e la paura di fronte al trionfo dei registri della dissoluzione. Umanamente encomiabile addirittura, quando operata in buona fede, la disponibilità a perdere posizioni economiche e teologiche, pur di non perdere le pecorelle (e ormai si teme di perdere la totalità del gregge!). In fondo non è colpa di nessuno in particolare, è un’epoca che ci trascina tutti, e che dovrebbe incitare tutti a chiedere una riconsacrazione del mondo o qualcosa di simile. Serve una soluzione in tutto anti-pelagiana, un’offerta di sé e del creato alla pura Grazia, un ravvivamento della preghiera, come vorrebbero quei neo-pelagiani dei tradizionalisti (mi sia concesso dirlo col sorriso, da semi-tradizionalista, e senza alcuna polemica verso l’amato Papa). Invece degradiamo: i Padri non parlano di castità; i figli ne parlano ma scimmiottando una diva del pop-porn; e continuiamo a sperare che da ciò possa sgorgare sa Dio quale rinascimento cattolico o anche solo umano. Che volete, non ho soluzioni da offrirvi, mi nasce tiepido solo un consiglio: invochiamo la Madonna quella vera, Aiuto dei cristiani, perché ci protegga e custodisca, e impariamo a cantare unanimi Colei che non fu “like a virgin” ma Semper Virgo e Tota Pulchra.

 

2 commenti :

  1. E' un'operazione di bassissimo marketing. La canzonetta ripresa dalla suora è nata per "sfottere" i simboli fondamentali cattolici (mantenendosi furbescamente con un piede al di qua della blasfemia esplicita): farla cantare a una suora innesca facili dialettiche sacro-profano, diavolo-acqua santa. Se la suora e i suoi superiori non se ne sono resi conto, allora sono di un'ingenuità imbarazzante. Se se ne sono resi conto e hanno comunque accettato, sono di un cinismo senza alcuna vergogna.

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  2. Intanto, presto questa tipa, ed anche Patty Smith, canteranno in Vaticano!
    Tommaso Pellegrino - Torino
    www.tommasopellegrino.blogspot.com

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