02 ottobre 2014

Omofobia, l'abietta mania (III parte)


di  don Mauro

«Gli omofobi, che lo siano in modo esplicito o implicito, necessitano di venir curati, anche con la cultura. Il loro intendere gli amori omosessuali è caratterizzato da ignobilità e viltà». Così recita la didascalia al nostro video “Questa fobia è una abietta mania”.
La Diocesi di Siri deve sopportare questi illuminati preopinanti alla guida del Bene Comune, profeticamente eccelsi nello smantellare la Concordia. Noi invece dovremmo lasciarci curare. Magari fosse così. Ma perché allora la Sanità innalza e moltiplica di giorno in giorno le sue tasse? Perché i soldi, anziché darli agli ambulatori pubblici impegnati con malattie reali, li spendiamo per questi quattro intellettuali, medici fittizi? Non è dato saperlo. Forse è “contro natura” saperlo. E sia. Proseguiamo con la nostra disamina di questo curioso corpo medico. E siamo al capitolo terzo, “Genitorialità” (2.55 - 3.41). Ce ne parla Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicanalista.
Tra l’altro, non vorrei essere offensivo, lo dico anzi con amarezza, ma fino ad ora sembra che la difesa dell’ideologia omosessualista spetti solo ad esperti di statistiche e di malattie mentali: vorrà dire qualcosa? Genitorialità a noi!


Lingiardi esordisce con una dichiarazione finalmente accettabile: «diventare genitori non è un fatto esclusivamente biologico». Penso che volesse dire: vi è una componente biologica ed una meta-biologica (in quanto psichiatra nel mondo e del mondo, intuisco che per lui il meta-biologico si limiti allo psichico, con buona pace dello spirituale – ma forse mi inganno, e in ogni caso mi accontento).
Poi però Lingiardi falla. A detta sua la genitorialità: «è una scelta affettiva», con buona pace del momento fisico e fisiologico. E la cosa dei gameti? E gli ovociti? E tutte quelle ore di terrore e confusione per le verifiche di biologia al liceo?
Ma è chiaramente un errore di dosi, quello del Lingiardi, un dissesto di precedenze. Come la volta che mia madre mi disse di pensare al bucato, ed io anziché un misurino di detersivo per 300 grammi di vestiti, misi 300 grammi di detersivo per camicia. L’esito fu doloroso alquanto. Così per la biancheria, e per i figli? Sono indifferenti le primarietà? Chiediamolo alla mia trisavola: mal gliene incolse quella sera nel granaio, nubile e senza lavoro. Ne venne fuori il nonno, che è stato pure una brava persona, che ha fatto pure cose belle, ma ciò non cancella il dato: il primo step della genitorialità non fu affettivo, casomai passionale, e in ogni caso biologicamente determinato (in barba a inconscio, inconsapevolezza, ignoranza e beata gioventù). L’affetto dunque venne in seguito e rimediò al malfatto (risultati in fondo più che buoni, con riferimento a chi ora scrive), ma non fu sostanziale né primario.

La genitorialità non è anzitutto una scelta affettiva, ma uno stato di legami che sbocciano da precise condizioni biologiche. Anche i pazienti di Lingiardi, anche quelli mentalmente più rovinati, hanno potuto in alcuni casi divenire genitori: ingravidare, partorire. Non basta, è vero, ma è la base.
Quando poi il genitore biologico manca di capacità affettivo-relazionali, di valori, di carattere, ecco ovviamente costretti ad intervenire psicologi, assistenti sociali, tribunali, comuni e istituti vari.
A questo punto il bambino va affidato ad altri, genitori o no. «Un adulto coscienzioso e capace di fornire cure, che sia etero o omo, che sia uomo o donna, può essere un ottimo» educatore. Sì, qualsiasi adulto maturo ed equilibrato, preparato e motivato, può cimentarsi nel difficile compito di educare. Questo però ha a che vedere solo in parte con la genitorialità, e non necessariamente con quella biologica: ne sono esempio le centinaia di brefotrofi e collegi gestiti da preti e suore fino a pochi decenni fa (e fuori dai confini occidentali ancora oggi).
Ho parlato però di “educatore”. Lingiardi invece sostiene che «un adulto coscienzioso e capace di fornire cure, che sia etero o omo, che sia uomo o donna, può essere un ottimo genitore». E questo è un falso. L’omosessuale non genera nessuno, al massimo riceve in affido il generato altrui.
Ma il professore non demorde: la sentenza infatti non è sua bensì della APA, quell’associazione che iniziò a depenalizzare il giudizio sull’anomalia omosessuale, non in base a studi scientifici di settore, ma su pressione politica e probabili tangenti delle lobby. Viva le auctoritates.
E si conclude. «Togliamolo allora il prefisso etero/omo dalla parola genitorialità che in entrambi i casi può essere buona o cattiva». Si consoli il Lingiardi, il prefisso etero/omo non va tolto per il semplice fatto che non ce l’ho ha mai messo nessuno, se non forse qualcuno del suo settore: tutti sanno che il genitore, colui che genera, deve unirsi a un secondo genitore di sesso differente dal proprio. I genitori non sono né omo né etero: sono un maschio e una femmina. Eventualmente un gay e una lesbica. Ma pur sempre un maschio e una femmina. Buoni o cattivi? Non dipende primariamente dal sesso, anche se questo fattore viene a influenzare e pure pesantemente, soprattutto le fasi di educazione alla sessualità. In ogni caso, lo riconosco, è possibile avere buoni bambini nonostante pessimi genitori; come anche buoni cittadini nonostante pessimi politici ed intellettuali.

 

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