21 ottobre 2014

Paolo VI: un Papa nella tempesta


di  don Mauro

Venerdì 3 ottobre nelle sale della Cattolica di Brescia la Fondazione San Benedetto ha promosso una contestata tavola rotonda sul beato Paolo VI, ospiti Giacomo Scanzi e Giuliano Ferrara, rispettivamente direttori del Giornale di Brescia e del Foglio. Contestata soprattutto la presenza del secondo che, ateo e - quel che è peggio - conservatore, non è stato ben accolto dalla frondosa claque di progressisti - clero e laicato - che tanto rumoreggia nella città della leonessa. La serata si è aperta tra i saluti dell'organizzazione nella persona del presidente, Graziano Tarantini, che ha dovuto ribadire una verità banale, scontata, ma evidentemente non ancora depositata nella coscienza di tanti cittadini: dobbiamo difendere la libertà di confronto ed opporci ad ogni promozione di ideologie a senso unico, paurose di confrontarsi con l'altro. Una semplice e penetrante lezione di civiltà e democrazia, di cui Brescia aveva evidentemente bisogno.

Nel loro primo intervento i due ospiti hanno tratteggiato una sorta di profilo biografico del beato Pontefice, sottolineando ognuno alcune caratteristiche specifiche. Per Scanzi Montini va letto nella prospettiva della modernità criticamente assunta. Se la modernità è da intendersi con Del Noce quale processo irreversibile di secolarizzazione, Montini è stato l'uomo capace di farsi prossimo all'uomo moderno, per ascoltarne la disperazione e la solitudine, pur senza condiscendervi; personalità forte sempre pronta ad obbedire, ma al contempo capace di difendere ed esprimere le proprie ferme ragioni specie davanti a comandi ingiusti; Papa nella tempesta, sì, come suggerisca il titolo della serata, ma di una tempesta che nei suoi anni iniziava e nei nostri sembra infuriare. L'Elefantino, prendendo parola, preferisce un aggancio soft, diplomatico, sufficiente a tener chiusa la bocca dei contestatori e dei loro scagnozzi da centro sociale accorsi all'incontro, ed esordisce con un album di ricordi, quelli del giovane comunista affascinato dalla santità culturale del curiale aristocratico, chiamato a transitare la Chiesa dallo stile dei Pii a quello pastorale di Giovanni XXIII. Di questo Paolo VI sembra apprezzata soprattutto la miscela di scienza e di fede, di ascolto e fermezza: la scienza di chi ha sempre promosso la cultura e l'aggiornamento in tutte le sue forme, la fede che ha resistito "sia alla telecrazia che alla demoscopia", per dirla con Ratzinger, l'ascolto di chi ha osservato l'evolversi dell'assemblea conciliare ormai ridotta ad una "Pallacorda", la fermezza di chi non solo arginò ma anche guidò su temi ardui quali famiglia e sessualità: aveva già capito tutto della scienza che volge al fabbricare e strumentalizzare, in barba all'amore e al dono, e vi si era opposto lui solo, fino a quella sua ultima e dolorosa enciclica che lo consacrò - aggiungo io - novello Geremia, profeta vero e inascoltato.

La seconda parte del dibattito è ripartita da una considerazione perentoria di Tarantini: un pensiero non cattolico sta divenendo dominante nella Chiesa, e forse sarà vincente nei tempi presenti, ma non sarà mai cattolico. Ad essa ha fatto eco la riflessione breve ma intensa di Scanzi, che ha illuminato con grande finezza e puntualità il rannodo teologico tra Carità divina ed esigenze dell'amore umano: l'ultimo non si dà prescindendo dalla prima. E qui si intravede una sfida cruciale "della nostra dimensione folle e drammatica" in quanto temi così delicati sembrano sequestrati dal dominio della "antiparola", per esprimerci con lo stesso Paolo VI, in una continua mistificazione dei termini e in una crescente confusione della realtà da cui però non possiamo attenderci in alcun modo la felicità vera tanto cercata. Ha chiuso quindi Giuliano Ferrara con un serrato domandare retorico, fatto di controluce e trasparenze, in un dire e non dire attorno al problema del giusto confine tra giustizia e misericordia, tra obiettivi pur santi e tecniche o compromessi attuati, tra linguaggio adatto al popolo e forzature della dottrina. Chiarissima la sottile polemica verso Papa Francesco ed il Sinodo sulla famiglia, mai però declinata in modo aperto o provocatorio, bensì modellata sulla figura di Papa Montini, quale modello da cui imparare anche per l'oggi che la più alta forma di carità è proprio la politica, da lui sempre vissuta con uno stile diffidente verso il facilismo e verso il minimismo dogmatico, ma attraversato da una fede inconcussa.

 

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