30 ottobre 2014

Sperando contro ogni speranza – incontro con padre Louis Raphael Sako


di Stefano Sala

“A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.  L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo.” (lettera a Diogneto)

Ma cosa ne è di un corpo senz’anima?
Sono molte ormai le zone del mondo dove i cristiani vengono perseguitati in quanto tali, ma probabilmente come è molto in voga pensare che l’anima non conti, o non ci sia, così forse qualcuno pensa che la scomparsa dei cristiani non sarebbe poi un gran problema per il corpo-mondo. E la scomparsa dei cristiani nelle aree dove sono maggiormente colpiti, davvero interessa e coinvolge noi cristiani d’occidente?
Il patriarca dei cristiani caldei dell’Iraq, padre Louis Raphael Sako, martedì 21 ottobre è venuto a parlare al teatro Dal Verme di Milano di fronte a una folta platea, proprio per farci sentire coinvolti dalla sorte dei 120 mila cristiani (in costante aumento) della piana di Ninive che da quest’estate han dovuto lasciare le loro case in fuga dall’estremismo islamista dell’Isis. L’incontro “Sperando contro ogni speranza” è stato reso possibile dalla fondazione Tempi e il Centro Culturale di Milano in collaborazione con l’Arcidiocesi, rappresentata dal vicario don Luca Bressan, che ha aperto l’incontro portando i saluti dell’arcivescovo. E’ stato un dialogo breve ma intenso tra il giornalista di Tempi Rodolfo Casadei e padre Sako, presentato dal direttore del cMc Camillo Fornasieri.

Padre Sako ha raccontato della sua gente, delle famiglie che han dovuto lasciare ogni cosa da un giorno all’altro, famiglie alle quali abbiamo potuto dare concretamente un volto grazie al filmato di Casadei che ad agosto ha potuto visitare le comunità cristiane e yazide, migliaia di persone in alloggi di fortuna, case ridotte a qualche materasso per terra e lenzuola come pareti. Questa gente ci dice Sako ha la speranza di tornare alle proprie case, anche se molti decidono di scappare in occidente perché non hanno più niente e temono che né l’esercito nazionale, né quello curdo, molto meglio organizzato, riescano a restituire loro ciò che hanno perso. Anche rispetto all’intervento della coalizione internazionale, a guida americana, nutre dubbi sulla sua reale efficacia, se limitata all’intervento aereo; così come dubita dell’utilità di piccoli gruppi di cristiani armati che sono sorti presso alcune comunità colpite dall’Isis: le definisce un vero e proprio suicidio, suggerendo come sarebbe meglio per i cristiani partecipare alle formazioni dell’esercito curdo o iracheno. La gente non si aspetta troppo da queste soluzioni politico-militari, che già hanno portato al passaggio da una dittatura all’anarchia più violenta, ma chiedono da parte nostra vicinanza e preghiera. Hanno bisogno di sentire che non sono soli, ma che c’è una comunità che a loro pensa e che per loro prega. E qui il patriarca esorta i presenti e i cristiani d’occidente tutti a “tornare alla propria religione”, a viverla e a non vergognarsene, davanti al nostro mondo secolarizzato e davanti ai musulmani, ricordandoci che grazie ai cristiani d’Europa il cristianesimo è arrivato in Africa e in Asia. Ci sollecita ad essere forti nella fede, e ad essere ovunque una sola Chiesa, ricordandoci che ogni cristiano, nel suo essere tale, è missionario, è mandato.
Afferma anche in modo chiaro che le armi saranno insufficienti se il mondo musulmano non vorrà una volta per tutte cambiare, promuovendo una nuova cultura, modificando i programmi di educazione religiosa, perché non siano più improntati al pregiudizio nei confronti di cristiani ed ebrei, fomentando una cultura dell’odio che non lascia spazio a orizzonti di giustizia e di pace. E’ deciso quando chiede maggiore trasparenza e correttezza dalle guide delle comunità musulmane, perché nelle moschee parlino maggiormente di pace e promuovano il rifiuto della violenza e dell’estremismo. A proposito dell’ambiguità cita una lettera aperta di capi religiosi musulmani dove si condanna l’estremismo, ma nella quale si usa il termine “tolleranza” in modo del tutto inadeguato e pericolosamente interpretabile, come se con “tolleranza” si volesse dire “Io  permetto che tu viva, anche se non lo meriteresti”. Con queste premesse è impossibile parlare di rispetto reciproco. Aggiunge ancora che una condizione essenziale per un cambiamento del mondo musulmano è che venga anteposto il principio di cittadinanza a quello di appartenenza religiosa, perché questa non sia una discriminante nella vita civile e sociale dell’individuo.
Padre Raphael Louis, che davvero vive ogni giorno in una condizione che umanamente, razionalmente, potrebbe indurre chiunque alla disperazione, è stato con le sue parole e la sua presenza testimone di Speranza. Lui in questa situazione ha deciso di rimanere, di essere il patriarca dei cristiani e anche dei musulmani, convinto che le cose dovranno e potranno cambiare.

E noi? Sapremo raccogliere il suo invito al coraggio di testimoniare la nostra fede, così da essere ovunque una sola Chiesa? Una testimonianza che, per ora, non ci chiede il prezzo del sangue, ma che è ormai evidente come non sia più così scontata, e soprattutto accettata dagli ambienti “che contano”. Intanto accogliamo l’invito di padre Rapahel Louis Sako a prendere coscienza della situazione dei cristiani in Iraq, e a pregare per loro.
Questo, per ora, possiamo farlo. Questo, per ora, ce lo lasciano ancora fare.


 

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