22 ottobre 2014

Tandem Triumphas, ovvero perché "Walter & Company" non prevarranno



di Francis Covenant

Nonostante le forti pressioni ricevute in proposito, non ero particolarmente ben disposto a scrivere qualcosina sul Sinodo che si è concluso questo week end. Non è per menefreghismo, ma è che quando è troppo è troppo. Cosa si può dire se non quello che si sa già? La tentazione di lasciare che tutto passasse era forte. Purtroppo, però, lo streaming di Radio Deejay non funziona o comunque eccede di molto le limitatissime capacità della rete internet domestica e, quindi, non avendo più scuse valide per perdere tempo inutilmente, ho ripiegato su un classico, estraendo dalla catasta di libri nei pressi del mio letto il primo volume di un’opera che è da sempre la mia preferita: “Tutto don Camillo” la raccolta di tutti i racconti di Mondo Piccolo a cura di Carlotta e Alberto Guareschi (Rizzoli, 2003).

Come faccio di solito, con don Camillo non mi premuro di andare con ordine ma apro a caso e inizio a leggere da dove capita. Se non che mi imbatto nel racconto nr. 118 “Quel gatto bianco e nero”. Embè? Cosa ha di tanto speciale questo racconto? Basta leggerne le prime righe per capire:
Entrò nella saletta della canonica Giorgino del Crocilone e pareva più ubriaco del solito. [...] “sono qui” borbottò Giorgino, mentre, a testa bassa, rigirava tra le mani il cappello unto e bisunto. Già” rispose don Camillo. “E’ un po’ che non ci vediamo. Neanche quando ti sei sposato hai voluto venire a trovare l’arciprete. E hai visto com’è finita? Dovete mettervi in mente che un sindaco, anche se è robusto come Peppone, non ce la fa, da solo, a legare assieme due cristiani per tutta la vita.”

Ecco perché non potevo più tergiversare. In poche parole Guareschi ha risolto un problema che sta angosciando la delicata e sensibilissima coscienza pastorale del Walter da decenni e che ha tenuto occupati 150 vescovi per due settimane, e che terrà la Chiesa sulle spine per i prossimi due anni: come si fa con i divorziati? Perchè è scontato che i divorziati ci sono e sono un problema. Normale amministrazione quando gli uomini vogliono “fare da soli”. Ma qui bisogna fare un passo indietro, infatti il cattolico medio che partecipa alla frazione del pane nella sua parrocchia saltuariamente durante l’anno non ha ben chiaro dove stia questo problema. Per lui il problema semplicemente non c’è. E’ ovvio, ci si sposa, ci si separa, ci si risposa. E’ normale. Infatti, chi va a Messa poi va a prendersi la comunione in mano dal ministr* straordinari* della comunione. Si va a messa per quello, no? Lo fa anche Matteo Renzi, lo ha fatto Valeria Marini e pure Berlusconi. Quindi? Quindi niente. Perché noi “stolti e tardi di cuore” non capiamo qual è la vera natura del problema che invece è cristallina alla coscienza del Walter che pur non crede alla natura.
Non è la Prassi con la “P” maiuscola a far problema, ma la chiesa con la “c” minuscola che deve adeguarsi anche formalmente a questa “Prassi”. Bisogna riconoscere “gli elementi di sacramentalità” presenti in ogni matrimonio. Contro quella che potrebbe sembrare la cosa più ovvia - e che a quanto pare non lo è - e cioè che chi vuole essere cattolico deve rispettare i dettami della Chiesa cattolica, deve essere sancito anche formalmente che la chiesa con la “c” minuscola deve adeguarsi al Mondo con la “M” maiuscola, con buona pace anche di quella parte (in verità maggioritaria) di mondo con la “m” minuscola che non ha ancora capito in che direzione bisogna procedere. Infatti, stando alle risposte del famoso questionario, la maggioranza dei cattolici non è che sia così favorevole a queste “aperture” sacrileghe, però, al Walter poco gliene cale. La Storia con la “S” maiuscola, le Sorti Magnifiche e Progressive dell’Umanità van in una ben precisa direzione - che conoscono solo loro - e il loro compito è quello di indicarci la via e di farvi entrare tutti il prima possibile. Proprio in nome della “Storia” e dello “Spirito” ben presto si rispolvererà l’evangelico “compelle intrare” (Lc 24,23) che fino a qualche anno fa veniva ricordato con disgusto come la sintesi di tutti gli orrori della chiesa costantiniana.

Il Nuovo Corso ha stabilito che al posto della Croce stanno le voglie e i pruriti degli uomini che bisogna assecondare sempre e comunque, perché la Chiesa - con la maiuscola, di cui quella cattolica è solo una parte - è al servizio dell’Uomo.
“Cosa aspetta la chiesa ad adeguarsi?!” dirà Walter.
“Mah - qualche impudente obietterà - e come la mettiamo col Vangelo?”
“Semplice, risponderà il Walter in ginocchio (teologico), è ovvio che “bisogna contestualizzare”: San Paolo dice che risposarsi è peccato? Sì, è vero, ma bisogna capire che ragionava nel contesto della Palestina del I° secolo dell’Era Volgare ... non vorrai mica tornare al primo secolo dell’Era Volgare, vero?! E poi anche san Matteo diceva che si poteva divorziare perché aveva capito che Gesù l’aveva sparata grossa.”
E così il nostro povero impudente, pieno di confusione, è messo a tacere perché, diciamolo francamente, se “era volgare” ci poteva anche stare [il galateo non ha mai fatto per lui], ma tornare proprio al primo secolo no! Dopo finisce che i colleghi al lavoro gli danno dell’integralista e in mensa nessuno si vuole più sedere di fianco a lui. Ci ha provato, di più cosa poteva fare?

E così il povero Arciprete della Bassa si ritroverà messo all’Indice per aver risposto alle angosce di Giorgino che sfinito dai rimorsi della coscienza diceva “andrò a costituirmi!”, nell’unico modo in cui sapeva farlo e cioè mettendolo di fronte alla Verità per quanto scomoda e dolorosa sia: “No: devi pagare il tuo enorme debito verso Dio. Questo è difficile. Pagare il debito con la giustizia degli uomini è facile. [...] Va, e mai la sofferenza ti abbandoni. Il tuo orrendo peccato è scritto dentro gli occhi di quella inconscia bestiola che Dio ha scelto per risvegliare la tua coscienza: che essi ti guardino sempre e ti ricordino il tuo delitto sì che sempre tu abbia a pentirtene. Vai, fratello.”
Parole molto dure e che paiono distanti anni luce ed estranee a molti di noi oggi abituati ad essere il miele della terra. Eppure, a ben vedere, prima che iniziassero a contestualizzarlo, anche a Gesù mentre insegnava a Cafarnao gli dissero: “Questa parola è dura, chi può ascoltarla?” (Gv 6,60) e la risposta di Gesù è chiara ed inequivocabile: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono.” Ed infatti “molti tornarono indietro”, tanto da far chiedere da parte di Gesù ai Dodici se volessero andarsene anche loro. Ma, nonostante la risposta rassicurante di S. Pietro “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio», Gesù fu chiaro: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici” (Gv 6,60-66). Consci di questa realtà allora non dovremmo scandalizzarci troppo se anche oggi e soprattutto oggi tra i successori dei “Dodici” c’è qualcuno che “ciurla nel manico” e a volte “i diavoli” sembrano essere divenuti la maggioranza.

Ci basti “permanere nella verità di Cristo”, per citare il card. Burke, consci che “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35). Alla fine vinceremo noi, o meglio, vincerà Lui perchè ha già vinto: “In mundo pressuram habetis, sed confidite, ego vici mundum” (Gv, 16,33). Ed è questa la fondamentale differenza tra il mondano “¡No pasarán! detto dalla Pasionaria Dolores Ibarruri il 19 luglio del 1936 a Madrid [“e noi siamo passati” chiosavano efficacemente i Gesta Bellicae il divino “non praevalebunt” (Mt 16,18) di Nostro Signore.
Allora don Camillo andò ad inginocchiarsi davanti al Cristo dell’altar maggiore e aveva la faccia piena di sudore e la testa vuota. “Gesù” balbettò “io non so … Io non so quel che ho fatto!”. “Lo so io” rispose il Cristo sorridendo.”. 
E allora se cercheremo sempre di fare ciò che “piace a Lui”, costi quel che costi, anche scontentando il povero Walter, potremmo alla fine dire come san Paolo “bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi” (II Tim 4,7).


 

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