05 novembre 2014

La verità ti fa male lo so


di Francesco Filipazzi

Ha fatto scalpore il caso della ragazza americana che, per paura di soffrire una condizione dolorosa dovuta ad un tumore al cervello (non ancora in fase avanzata), ha scelto un'eutanasia preventiva, salutando parenti e amici e congedandosi da questo mondo nonostante non si trovasse in condizioni disperate.

Un caso così eclatante non poteva lasciare indifferente neppure un Vaticano in tutt'altre faccende affaccendato il quale, rispolverando per un giorno il proprio ruolo ecclesiastico, ha fatto sapere che una scelta del genere, equivalente al suicidio, non è accettabile e che la cultura della morte non può trovare spazio, usando termini che da più di un anno non risuonavano: “gesto condannabile”, “assurdità”. L'estensore della nota, monsignor Carrasco de Paula, presidente della Pontificia accademia della Vita, ha inoltre attaccato Compassion&Choice, l'associazione che ha inculcato alla ragazza l'idea che non valesse la pena di soffrire, richiamandosi a Papa Francesco e al suo Magistero contrario alla cultura dello scarto.
Fino a qui i fatti.

Successivamente, è capitata una cosa che da molto tempo non vedevamo: in molti, sui social network, ma anche nelle discussioni 'da bar', leggendo queste dichiarazioni hanno subito rispolverato tutta la retorica anti clericale che, con il nuovo corso bergogliano, era stata dismessa. Un bombardamento di “la Chiesa taccia che ha coperto i pedofili”, “questi stanno lì pieni di soldi e vogliono parlare”, fino a giungere alle trivialità gratuite dei tempi di Benedetto XVI regnante. Una reazione scomposta che ci ha rifatto rivivere per un giorno i tempi delle battaglie più dure, quando alla testa c'era un pontefice combattente.
Una reazione del genere, così come il minimo risalto dato dai media alle dichiarazioni di de Paula, dovrebbe far riflettere, in particolare i piani altissimi e Papa Francesco in primis, il quale, nonostante i risultati (fallimentari) del sinodo, vive ancora in una sostanziale luna di miele mediatica, non essendosi in realtà ancora espresso in maniera "plateale" su nessun argomento scottante. Va tenuto presente che Benedetto XVI ha più volte ribadito che una Chiesa che oggi non viene attaccata è sostanzialmente inutile e traditrice del proprio mandato.

L'affermazione della verità, che ormai assume veramente la forma della nota profezia chestertoniana (“spade verranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate, fuochi verranno accesi per dimostrare che 2+2 fa 4”), è imprescindibile per chiunque voglia seguire il Vangelo e le orme di Gesù Cristo, morto sì per salvarci, ma ucciso perché scomodo osservatore e giudice della realtà in cui viveva.
L'osservazione riguardo l'eutanasia da parte di de Paula e le relative reazioni scomposte sono di fatto la cartina tornasole del rapporto che si è instaurato fra Chiesa e mass media nell'ultimo anno e mezzo. Non appena il Papa esce dal seminato viene sostanzialmente ignorato e se un organismo vaticano afferma la verità vengono rispolverati i mitologici “preti pedofili”.
Ogni cristiano però sa che il proprio dovere è l'affermazione della verità. Benedetto XVI ha dedicato un'intera enciclica a questo tema, la “Caritas in Veritate”. Non esiste nessuna carità in un contesto menzognero.
Recita infatti l'enciclica: “Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l'irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della «veritas in caritate» (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della «caritas in veritate». La verità va cercata, trovata ed espressa nell'«economia» della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.”

 

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