04 novembre 2014

Quello che ci lascia Brittany


di Giuliano Guzzo

Adesso che Brittany Maynard, la ventinovenne americana colpita da un cancro al cervello, è morta per eutanasia come da lei annunciato e voluto, a noi resta anzitutto il suo addio, un congedo terreno incensato dal mondo come epifania della libertà ma uscito dal cuore come fuga imposta, come scelta fra il precipizio del dolore e quello della morte: «Arrivederci a tutti i miei cari amici e alla mia famiglia che amo. Oggi è il giorno che ho scelto per morire con dignità, tenuto conto della malattia in fase terminale, questo terribile cancro al cervello che mi ha imprigionato… ma mi avrebbe imprigionato tanto di più», sono state le sue parole. E a noi resta anzitutto questo, una donna che se ne va scappando da una sofferenza purtroppo non spiegabile; non con parametri terreni, almeno.
La seconda eredità di Brittany, oltre alle sue parole, è dunque la denuncia dell’impossibilità di sopportare non solo la sofferenza, ma anche la paura della sofferenza. Chi me lo fa fare di spegnermi nel dolore, di vedermi divorata dal male e dall’assenza di vie d’uscita? Se lo sarà chiesto chissà quante volte. Ma alla fine la sua risposta, dopo la parvenza di un ripensamento, giovedì scorso – «Provo ancora gioia, scherzo e sorrido con la mia famiglia e i miei amici e non mi sembra il momento giusto adesso», aveva detto -, è stata definitiva: nessuno. Perciò Brittany non ha voluto caricarsi sulle spalle, oltre alla malattia, una sfida gigantesca ed in realtà non solo sua, dato che se non diamo senso al dolore, in realtà, non diamo senso alla vita, rimanendo non padroni bensì ospiti della nostra esistenza.
Chi non sa soffrire infatti prima o poi scoprirà di non saper vivere, e conta relativamente che il motivo del dolore alla base di questa consapevolezza sia fisico o psicologico, professionale o sentimentale: la disperazione è la stessa, a meno che non si creda alla distinzione fra vite degne e vite non degne; una distinzione pericolosa e pure fasulla dato che quando uno Stato, una società, una comunità riconosce il “diritto di morire” negando all’esistenza valore intrinseco non è vero che lascia liberi i cittadini di scegliere quanto e se vivere: li lascia solo liberi di illudersi, di credersi felici fino a prova contraria e predisponendo subito, per i delusi, la corsia d’emergenza dell’addio. La libertà di vivere o morire è quindi, prima di tutto, paura di vivere avvolta nella comodissima bandiera del pluralismo.
La terza, ultima ed involontaria eredità di Brittany è quella dei malati di cancro che come lei soffrono ma restano. Qualcuno le ha anche scritto, cercando di farle cambiare idea; lei ha scelto altrimenti ma loro, accuratamente ignorati da media che t’inseguono solo se decidi di farla finita, rimangono ai loro posti. E chi glielo fa fare a questi signori? Una diversa concezione della vita, è la risposta di chi le accetta tutte, non avendone alcuna. La verità è che a prescindere dalle ragioni – religiose o affettive – per cui qualcuno sceglie di affrontare il dolore, nel momento in cui lo fa diventa protagonista di un coraggio che supera il perimetro individuale per farsi modello, testimonianza, esempio. Per questo, mentre ci auguriamo che medicina e ricerca fermino presto il cancro, è bene ringraziare quanti già adesso fermano la paura tenendosi la vita ed aggiungendo significato all’esistenza di ognuno di noi.
 

1 commento :

  1. Si è cominciato a chiedere l'eutanasia per le persone in coma irreversibile, o per persone che soffrono atrocemente (impossibilitate a muoversi, a parlare eccetera). Ora siamo già alle persone con basse speranze di una lunga sopravvivenza. E come si potrà negare la "dolce morte" anche a quelli che stanno bene fisicamente ma per loro ragioni, perché afflitti dal male di vivere, desiderano essere soppressi? Chi potrà dire "a te niente, perché tu non stai soffrendo"? Morte per tutti, allora. Suicidio istituzionalizzato. Anche per quelli che mai avrebbero avuto il coraggio di ammazzarsi, o erano trattenuti dal fatto che questo gesto era considerato sbagliato dalla società: ma ora, con una società che ti dice "vuoi morire? Fai bene, ti aiuto io" in un momento di debolezza si accomoderanno sul lettino. Progresso?

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