29 novembre 2014

Roberto Saviano, pseudo-intellettuale al servizio della menzogna

di Marco Mancini

La “procreazione che ci siamo purtroppo con leggerezza abituati a definire naturale". Dopo aver accusato le Sentinelle in Piedi, aggredite e picchiate mentre manifestavano pacificamente in diverse piazze italiane, di “violenza culturale”, Roberto Saviano torna all’attacco. In un articolo pubblicato sull’Espresso, significativamente intitolato “E’ facile spiegare i gay ai bambini”, il Nostro non si limita a ripetere le solite banalità da copia-incolla profuse ormai da ogni pseudo-intellettuale à la page (i pregiudizi dei cattivi cattolici, la paura del diverso, l’amore-è-bello-viva-l’amore, la società si evolve, etc. etc.), ma si avventura in alcune affermazioni piuttosto ardite, come quella riportata all’inizio di questo articolo.

Avete capito? Ci siamo abituati, purtroppo, con troppa leggerezza a definire “naturale” la procreazione che avviene in natura, ossia quella che richiede l’unione dei gameti maschile e femminile per generare una nuova vita, magari tramite unione sessuale. E come dovremmo chiamarla, gentile Saviano? Pippo, Pluto, Paperino? Quale leggerezza può esserci nel chiamare le cose con il loro nome? Non sarà il chiamarle diversamente, o insinuare dubbi a riguardo, ad essere piuttosto segno della più grande violenza culturale, l’offesa alla verità?

Ma cerchiamo di venirci incontro, caro Saviano. Esercitiamoci nella nobile arte dell’eufemismo, quella che ci porta a chiamare “maternità surrogata” l’utero in affitto, “diagnosi pre-impianto” la selezione eugenetica degli embrioni e “interruzione volontaria di gravidanza” l’uccisione deliberata dei bambini non nati (ma pure “soluzione finale del problema ebraico” lo sterminio di qualche milione di persone, fai tu). Fingiamo per un attimo che anche le tecniche di fecondazione artificiale, o – per usare un termine a te meno sgradito – di procreazione medicalmente assistita, siano “naturali”. Naturali ma medicalmente assistite, appunto. Bene, caro Roberto, qualunque sia il tipo di procreazione non si scappa: ci vogliono sempre un gamete maschile (“il semino”, come riconoscono con understatement le favolette lesbo distribuite nelle scuole ai nostri figli) e uno femminile. Non esiste procreazione tra due uomini, né tra due donne: i figli nascono da un padre e da una madre. Questo dice l’evidenza dei fatti. Commissionare figli nelle cliniche private, acquistare gameti alle banche del seme e affittare uteri di terzi non è procreare e sarebbe opportuno che anche tu te lo ficcassi bene in testa.

Poi tu puoi venirmi a dire che tutto questo non è importante, che è giusto che tutti possano acquistare il loro bambino da spupazzare chiavi in mano, che l’amore è quello che conta e così via. E su quello possiamo pure discutere. Ma, capisci, se tu parti negando l’evidenza dei fatti è un po’ difficile discutere. Se tu mi accusi di leggerezza solo perché mi ostino a dire la verità, comincio ad avere dubbi sulla tua onestà intellettuale. Se tu sostituisci alla realtà le tue fisime ideologiche, manca il terreno minimo comune sul quale incontrarsi.

E’ davvero sconcertante questa rinuncia, da parte di tanti intellettuali o finti tali e anche da parte della gente comune, all’uso della ragione. Certo, anche nel secolo scorso molti intellettuali misero la propria intelligenza al servizio delle ideologie totalitarie. Ma era una storia seria e tragica: la crisi della civiltà europea, del razionalismo e del culto del progresso, l’irrazionalismo come reazione all’alienazione provocata dalla società di massa e ai mali della liberaldemocrazia in un mondo ormai in via di secolarizzazione. C’era un senso in quell’abbandono fiducioso degli intellettuali europei alle abbacinanti promesse dei regimi totalitari. Come ha scritto Karl Dietrich Bracher, “le conseguenze dell’emancipazione esigevano nuove certezze, e queste potevano essere offerte soprattutto da quelle Weltanschauungen che sembravano in grado di superare non solo – su un piano razionale – la crisi permanente della democrazia, ma anche – su un piano irrazionale – il vuoto di valori orientativi”.

Oggi non c’è niente di tutto questo. C’è solo il paraculismo di adattarsi alle direttive imposte dal potere economico e culturale. E uno come Saviano, santino creato dal gruppo editoriale L’Espresso, soggetto privo di qualsiasi spessore intellettuale ma capacissimo di suggere dalla mammella del potere, anche tenendo il piede in due staffe (ricordate quando, ai tempi in cui Fini pareva destinato a un grande avvenire, rievocava la sua simpatia per Almirante?), è la figura ideale per questo tipo di lavoro. Egli rappresenta uno dei tanti, per quanto tra i più appariscenti, volontari carnefici dell’ultima ideologia totalitaria, che Maurizio Blondet ha definito “stupidismo”.

Scrive Blondet: “Parlo della stupidismo come scuola di pensiero e fede politica, della stupidità di massa esibita pubblicamente, con orgoglio, per mostrare l’adesione alla teoria e alla prassi — per lo più, al progressismo, al laicismo edonista corrente. Sempre di più, si è stupidi per partito preso. Lo si fa apposta, ci si vieta con gioia di essere intelligenti come prova di fedeltà e subordinazione — in un modo che mi ricorda, dato che sono vecchio, i tempi del maoismo in Cina, quando milioni di cretini agitavano il Libretto Rosso di Mao. Masse e dirigenti esibiscono la loro stupidità non solo senza vergogna, ma gonfiando il petto: è evidente che lo sentono come l’adempimento di un alto dovere civico e, in qualche misura, un atto eroico”. Mi sembra una descrizione perfetta, anche se non so quanto in Saviano vi sia sincera adesione allo stupidismo imperante e quanto, invece, conti l’opportunismo furbetto di chi, caduto un po’ nel dimenticatoio, tenta disperatamente di acquistare nuove benemerenze presso il potere mediatico. 
 

1 commento :

  1. Onore al Mancio! Tu meriteresti di essere invitato a dibattere nei salotti che contano, non Saviano e gli altri nescienti di Stato.

    EMR

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