02 dicembre 2014

Eccezioni alla regola e male minore secondo P. Jone


di Fabrizio Cannone

L’autorevolezza del Compendio di teologia morale di p. Eriberto Jone è garantita dall’imprimatur che un tempo veniva concesso, dall’autorità competente, unicamente alle opere meritevoli. Essendo poi non un romanzo o un testo di semplice spiritualità, ma un riassunto di teologia morale scritto in primis per il clero, certamente il libro sarà stato ben vagliato dalla commissione che lo ha giudicato, nel periodo e sotto la guida magisteriale del grande Pio XII. L’edizione di cui disponiamo è quella del 1955, curata dai celebri editori pontifici Marietti. Nella presentazione, padre Ilarino da Milano ofm ricorda che l’opera “non cessa di raccogliere consensi”, tanto è vero che essa è giunta nella pubblicazione originale tedesca alla XVII edizione. In Italia questa del 1955 è la IV edizione. In fiammingo si era alla VII edizione (con 26.000 copie stampate), in francese alla XII. Si segnalano pure la traduzione in portoghese e quella in spagnolo. Secondo padre Ilarino, “il presente compendio eccelle per il duplice pregio e vantaggio di una selezionata completezza della materia, disposta in una chiara e concisa esposizione, e di una casistica di applicazioni bastevoli per le occorrenze ordinarie” (p. VII).
Un altro pregio rispetto a celebri manuali allora in uso, come quello del Prùmmer, è l’uso della lingua italiana. “L’accessibilità naturale della lingua, che elimina lo sforzo mentale di tradurre lo stesso apprendimento nella prassi della volgarizzazione e dell’applicazione, sembra rendere più accessibile il contenuto di principi, norme, decisioni, problemi, soluzioni, casi pratici, che ci vengono esposti in quelle stesse formulazioni o espressioni con cui si ascolta, si interroga, si esamina nel confessionale o si insegna dal pulpito” (pp. VI-VII).
Un altro pregio del Manuale sta nel fatto che la sua facilità espositiva favorirà “la conoscenza della teologia morale, finora rimasta piuttosto chiusa nelle aule ecclesiastiche e monastiche sotto la chiave di un latino tecnico” (p. VII). Al contrario, “La coscienza contemporanea si mostra desiderosa di riprendere contatto con la scienza teologica, tanto dommatica come morale; molti sono i laici colti, che superando il dissidio creato dal laicismo tra le scienze positive e filosofiche e la teologia, amano provvedersi direttamente di una cultura morale, che non può essere riservata in monopolio ai sacerdoti maestri o confessori” (p. VII). Tutto chiaro e condivisibile anche oggi, 60 anni dopo le parole di padre Ilarino.

Vediamo quel minimo di nozioni di teologia morale che padre Jone ci dà per impostare bene la questione del cosiddetto male minore, ignorata o fraintesa, in nome di un massimalismo che non ha nulla né di tomistico, né di tradizionale, né di ortodosso. Chi per esempio dice, ripetendo una formula, che non si può fare il male affinché ne venga un bene, dice qualcosa di giusto, ma sembra ignorare che le intenzioni, le finalità e le circostanze possono cambiare la natura morale di un’azione. E le eccezioni sono la norma della teologia morale. Vediamone alcune prima di entrare nella parte più teorica.

Uccidere un uomo è peccato grave. Ma uccidere per difendersi non lo è (cf. Jone, p. 166 e ss.). Come mai? La guerra è un male, ma se giusta, può divenire un bene, senza alcuna contraddizione. Jone: “La guerra – calamità spaventosa – sia difensiva che offensiva può essere lecita, quando vi è un motivo giusto tanto grave da permettere mali gravissimi quali sono quelli connessi con la guerra stessa” (p. 169, n. 220). La guerra di liberazione per esempio: uccidere è male, ma è un male certamente minore rispetto alla perpetua schiavitù di un intero popolo, colonizzato e depredato da un altro. Tra i due mali (restare in schiavitù per decenni o imbracciare le armi e combattere, rischiando di uccidere anche degli innocenti…) posso scegliere il minore: ma questo male minore della violenza è legittimato dal bene maggiore della libertà e dell’onore.
“L’uccisione di un innocente è sempre illecita” (p. 162, n. 213). Ma, “in guerra, si può bombardare una città, anche se molti innocenti abbiano a perdere la vita” (p. 163, n. 213). La morte dell’innocente, pur inevitabile, non la si vuole, ma si vuole la sconfitta del nemico: il che ricorda la correzione della legge abortista con una legge restrittiva che permetta meno aborti. La morte degli innocenti permessa dalla legge più restrittiva non la si vuole affatto, ma si vuole la salvezza di coloro che saranno salvaguardati dalla nuova legge. Si permette però che degli innocenti siano uccisi, pur senza volerlo e senza essere causa formale della loro infame uccisione (come insegna il Magistero della Chiesa nell’Evangelium vitae, ripresa anche su questo punto da Benedetto XVI).
Suicidarsi è peccato grave. Ma è lecito ad una donna “gettarsi giù da un punto alto (…) per liberarsi dalle mani di un male intenzionato, che voglia afferrarla e violentarla” (p. 159, n. 209). Addirittura, “è lecito in guerra far saltare una fortezza, una nave ecc. per danneggiare il nemico, anche se si prevede che si incontrerà la morte” (ibid.). Quindi si causa la morte di un innocente (cioè di se stessi) il che è un male, per un bene maggiore: la libertà della patria, la salvezza del maggior numero, l’onor militare.
“La mutilazione di solito è peccato grave” (p. 169, n. 211). Ma essa è permessa “per salvare la vita”, “in caso di cancro, di avvelenamenti ecc.” (ibid.).
“L’uccisione diretta [del feto] è sempre gravemente colpevole, è un omicidio” (p. 163, n. 214). Si nega, rigorosamente, la falsa teoria secondo cui sarebbe lecita “l’uccisione diretta del bambino nel seno materno per salvare la madre” (p. 164, n. 215). Tuttavia, ed è ciò che non capiscono certi saputelli ventenni, “in caso di malattia letale, una madre può lecitamente prendere una medicina, la quale non solo operi la guarigione, ma causi pure l’aborto, supposto però che non vi sia alcun’altra medicina contro il male e che la guarigione non derivi dall’aborto” (p. 164, n. 215). “Similmente è lecito estirpare l’utero ammalato gravemente, anche se con ciò viene pure eliminato il feto [ovvero il bambino innocente], supposto che questa sia l’unica via per salvare la vita della madre” (p. 164, n. 215). “Si possono pure usare medicine che soltanto raramente causano l’aborto, anche se non esiste alcun grave ed imminente pericolo di vita [per la madre]” (p. 165, n. 215).
Chissà se anche padre Eriberto condivideva la “morale democristiana e anticristiana del male minore”…
Il castigo corporale “è lecito soltanto ai superiori competenti” (p. 171, n. 222). Ovvero ai genitori e in generale all’autorità pubblica. Ma non si può escludere che, “in alcune circostanze [qui purtroppo imprecisate] un privato possa lecitamente percuotere un altro in modo ragionevole, per migliorarlo” (p. 171, n. 222). Ciò che di per sé è peccato, come il percuotere, in un certo cotesto, con certe circostanze e con certe finalità (“per migliorarlo”) può divenire lecito.
Infiniti casi di eccezione circa la purezza dei costumi. Ci limitiamo ad un solo esempio, per far capire cos’è l’arte del discernimento. “Leggere libri cattivi (…) di solito è peccato grave, perché ciò contribuisce molto a eccitare il piacere sessuale” (p. 185, n. 240). Se è peccato non si deve fare, giusto? “Tuttavia tale lettura può essere lecita per l’acquisto delle cognizioni necessarie” (ibid.).
Il furto è peccato. Grave o leggero in base al contesto e alle circostanze. Comunque è peccato. Ma ancora una volta, contro i neo-tuzioristi, ci sono eccezioni. “In caso di estrema necessità è lecito appropriarsi quel tanto di roba altrui che è necessario per liberarsi dalla necessità estrema (…). Ciò vale pure per salvare un terzo dall’estrema necessità” (p. 272, n. 334). I neo-tuzioristi manderebbero all’inferno il povero mendicante che ruba delle mele al mercato, ma padre Jone e credo lo stesso Gesù hanno una mentalità un po’ diversa… “Non è lecito, invece, agire così nella necessità soltanto grave. Però un povero potrebbe appropriarsi qualche cosa di poco valore, quando così egli potesse liberarsi da necessità grave e chiedendo non ottenesse nulla” (pp. 272-273, n. 334). Altro caso di “furto lecito”, è la cosiddetta “compensazione occulta” (cf. p. 273-274, n. 335).

Elementi minimi di teologia morale.
“Un atto liberamente compiuto dicesi morale in quanto viene considerato conforme alla norma morale (…). Principi della moralità: sono tutti quegli elementi di un’azione umana, i quali hanno relazione con la norma morale; e precisamente l’oggetto, le circostanze e il fine” (p. 22, nn. 39-40).
Jone dedica ampio spazio alla nozione di coscienza, definita come “un giudizio della ragione pratica sulla bontà o colpevolezza di un’azione” (p. 47, n. 86). La coscienza, in tal senso, può essere vera o falsa, certa, dubbia, probabile, perplessa, delicata, lassa, scrupolosa. La coscienza certa, la quale “pronuncia il suo giudizio senza timore di errare” (p. 47, n. 86), deve essere sempre seguita, “sia che comandi, sia che proibisca qualche cosa” (p. 49, n. 88). Con la coscienza perplessa, “uno, posto fra due obbligazioni, crede di peccare in ogni caso, sia che si risolva per una parte sia che scelga l’altra” (p. 48, n. 86). In questo caso, secondo padre Eriberto, “bisogna fare ciò che ad uno sembra minor peccato” (p. 50, n. 90).
Lo Jone presenta poi una bella sintesi dei diversi sistemi morali esistenti: il tuziorismo assoluto, il tuziorismo moderato, il probabiliorismo, l’equiprobabilismo, il sistema di compensazione, il probabilismo e il lassismo. Solo il tuziorismo assoluto e il lassismo sono stati condannati dalla Chiesa. “Gli altri sistemi sono tutti permessi” (p. 55, n. 96). La Chiesa quindi ammette un grande spazio alla libertà di giudizio, proprio quella libertà che è in odio a certi puristi odierni. Un immenso moralista come s. Alfonso era per il probabilismo (letto sempre alla luce dei Padri e di san Tommaso), e non per il sistema più rigido. Al contrario i tuzioristi incoscienti di oggi credono che con un errore – il tuziorismo assoluto – si combatta un altro errore, come il lassismo in voga. Scriveva di sé s. Alfonso: “mi sono proposto di tenermi nel giusto mezzo tra il lassismo e il rigorismo” (cf. Enciclopedia Cattolica, vol. I, col. 868). Un altro democristiano?
Secondo padre Jone, “Consigliare un peccato minore di quello che l’altro vuol commettere, in genere è lecito, se altrimenti l’altro non può essere trattenuto in modo alcuno da un peccato grave. E’ certo che questo è lecito, quando il peccato minore è già contenuto nell’altro peccato, per es. limitarsi a derubare uno mentre lo si voleva anche uccidere. Secondo alcuni autori, è pure lecito consigliare a uno un peccato più piccolo, benché egli non fosse ancora disposto a farlo, per es. derubare Tizio invece di ucciderlo” (pp. 102-103, n. 146).
Se la cooperazione formale al peccato è illecita, la cooperazione materiale può essere lecita, “se l’azione, che si compie nella cooperazione, è buona o almeno indifferente e vi è un motivo proporzionatamente grave” (p. 105, n. 149). Padre Jone è più aperto dei puristi odierni: secondo lui, se è illecito cantare e pregare al culto protestante, è lecito però “vendere banchi, tavoli, tappeti, lampade ecc. per il culto degli acattolici” (p. 106, n. 150). Inoltre, un politico cattolico “può lecitamente approvare, nell’interesse della concordia religiosa, anche l’uso dei mezzi pubblici per la costruzione di chiese protestanti” (p. 106, n. 105). Allo stesso modo si possono dare elemosine in denaro per la costruzione e il mantenimento di scuole e orfanatrofi acattolici. Si possono anche finanziare “gruppi socialisti (socialdemocratici) o liberali”, quando “hanno per scopo il sostegno dei poveri, dei malati, ecc.” (p. 107, n. 151). D’altra parte, “Mandare (…) regolarmente articoli buoni a un giornale cattivo, come collaboratore, è un notevole favoreggiamento del medesimo; è permesso quindi solo per un motivo estremamente grave, per es. perché altrimenti non si avrebbe il necessario sostentamento per sé e per i familiari” (pp. 107-108, n. 152). Che pensare allora di chi scrive articoli ottimi sui quotidiani vicini al centrodestra come Liberoil Foglioil Giornale, favorevoli alla 194, al divorzio, alle nozze gay, con inserzioni oscene, etc.? Secondo me questi giornalisti cattolici sono pienamente scusati dalle circostanze, mentre per i puristi oggi non si potrebbe né scrivere, né leggere alcunché!
Per padre Eriberto vale sempre la logica del minor male. Tipo: “Chi eseguisce, organizza, rende possibile col suo denaro o invita a rappresentazioni e a danze gravemente peccaminose, pecca gravemente” (pp. 108-109, n. 153). I musicisti che cooperano a danze disoneste peccano gravemente, “eccetto che ne siano scusati da un motivo grave”; i poliziotti e i soldati che dovessero intervenire per ordine pubblico sono scusati (male minore è in questo caso intervenire, piuttosto che essere licenziato e mandare la famiglia sul lastrico…). Chi compra giornali gravemente cattivi pecca gravemente, tuttavia “può una persona di servizio comprare libri o giornali cattivi per i suoi padroni o portare quelli comprati” (p. 109, n. 154). Per i puristi odierni dovrebbe invece perdere il lavoro per salvare l’anima…

La conclusione sta in un punto decisivo che giustifica pienamente la ricerca del male minore in presenza di un male più grande che non si riesce a sconfiggere. Si ascolti attentamente e se non si è d’accordo si critichi la teologia morale tradizionale e non il sottoscritto che la vuole seguire sine glossa. “La cooperazione nell’approvazione di una legge cattiva è peccato. Si fa eccezione soltanto quando i deputati, con la loro cooperazione, possono impedire qualche male peggiore” (p. 155, n. 206).

Da: www.libertaepersona.it
 

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