31 dicembre 2014

Gli USA in Medio Oriente: fallimento o strategia del caos?

di Paolo Maria Filipazzi

Il 28 dicembre 2014, con una solenne cerimonia, si è conclusa ufficialmente la missione Isaf in Afghanistan. Il tono minore della celebrazione non è sfuggito agli osservatori, e nemmeno ai talebani, che (ormai tornati in possesso di buona parte del territorio afghano) hanno diramato il giorno dopo un comunicato che festeggia la sconfitta dell’America, dei suoi alleati e delle organizzazioni internazionali. Ed in effetti il risultato sembra magro: il paese non è riappacificato, numerose aree del paese sono tornate in mano a talebani e signori della guerra tribali, la democrazia afghana sembra sempre più una caricatura. E’ questo il risultato di una guerra che ha segnato un’epoca nella storia americana, occidentale e del nostro immaginario collettivo.

I motivi con cui la guerra fu combattuta erano più che legittimi: all’indomani dell’ 11 settembre, l’Afghanistan offriva riparo al leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden nella seconda metà degli anni ’90 aveva mosso guerra agli ex alleati (Al Qaeda era nata per fare la guerra ai sovietici in Afghanistan col benestare di Washington) attraverso un’escalation che con gli attentati dell’ 11 settembre raggiunse il culmine. Si trattava, in sostanza di una maxi-operazione di polizia per catturare il “pericolo pubblico numero 1”. Lo trovarono 9 anni dopo ed in un altro paese, in quel Pakistan che, da una parte, si professava amico degli Usa, dall’altra, da sempre, aveva flirtato coi talebani, di cui aveva in sostanza protetto la nascita. Nel frattempo Bin Laden aveva, probabilmente da un pezzo, smesso di contare alcunché, dopo l’emersione nella galassia qaedista di nuovi leader, i quali, riconciliatisi con gli Usa, stavano preparando nuove imprese col supporto dell’Occidente: “casualmente” alla morte di Bin Laden seguì la sciagurata stagione delle “primavere arabe”.

Regimi laici e, sostanzialmente, amici dell’Occidente, come Tunisia, Libia ed Egitto sono stati abbandonati al loro destino non si sa bene perché, e mentre l’Egitto è entrato in una crisi politica ancora oggi non risolta, la Libia è sprofondata nel caos ed è diventata terreno di manovra per svariate organizzazioni fondamentaliste (a pochissimi chilometri dalla nostre coste…). Anche la laicissima Tunisia ha rischiato grossissimo di finire in mano a sigle islamiste, fortunatamente sconfitte nelle recenti elezioni: pericolo scampato… per ora. Con l’appoggio dichiarato dell’Amministrazione americana Al Qaeda ha costituito la spina dorsale della rivolta “democratica” (sic, anzi, sigh!) contro Assad, e da una cellula qaedista, precisamente quella che fu fondata e, fino alla morte, guidata da Al Zarqawi (ve lo ricordate, vero? Per un certo periodo tutti i telegiornali ci aggiornarono ogni sera, come in un avvincente telefilm d’azione, sulla “caccia all’uomo” per catturarlo…) è nato il famigerato Stato Islamico.

Il copione si ripete: un mostro creato dagli americani sfugge al controllo e ci si trova a dover iniziare una nuova “guerra al terrorismo” per cercare di “rimediare” ai danni provocati dalla propria stessa, delirante politica. Forse… La guerra che l’Amministrazione Obama starebbe conducendo per sradicare l’Isis sta più nei proclami indignati del presidente che, come un atto d’ufficio, vengono fatti ogni volta che un nuovo video ci mostra qualche decapitazione, che in un reale dispiego di uomini e di mezzi.

Lo Stato della Nato più vicino all’area “calda”, la Turchia, dopo aver addestrato nelle proprie basi i guerriglieri qaedisti, ora non sembra molto intenzionata a fermare i propri ex amici. Quando l’Isis, nei mesi scorsi, ha stretto d’assedio la città curda di Kobane, in territorio siriano ma a pochi chilometri dal confine turco, il governo Erdogan si è limitato a tenere in allerta le proprie truppe alla frontiera, nel caso gli uomini del Califfo l’avessero minacciata. Gli unici colpi sono stati sparati contro gruppi di cittadini turchi di etnia curda che cercavano di entrare in Siria per combattere a Kobane. In effetti, proprio i curdi sembrano essere, al momento, la vera preoccupazione turca. Con lo sgretolarsi dell’Iraq il Kurdistan iracheno è di fatto diventato indipendente, i suoi peshmerga sono l’unica forza militare che stia effettivamente mettendo in difficoltà Al Baghdadi & C. e rischia di diventare polo di attrazione per i curdi sparsi in Siria, Iran e nella stessa Turchia.

La politica del giovane Bush, per quanto legittimamente discutibile, aveva pur sempre seguito una sua logica. La sua eredità, sicuramente pesante, è stata però gestita in maniera francamente incomprensibile dal suo successore. Nella campagna per le presidenziali del 2008 gli avversari di Obama avevano ben messo in guardia dal fatto che il personaggio fosse, in fatto di politica estera, un perfetto incompetente. Ma il clima di isteria collettiva indotto dai media su scala planetaria intorno a questo falso Messia aveva spazzato via qualunque discorso minimamente raziocinante, e il personaggio, in verità scarsissimo, era stato sospinto alla Casa Bianca da un’ondata di aspettative palingenetiche tanto esagerata da essere ridicola.

E qui va fatta una precisazione: chi scrive è pronto a prendersi i suoi cinque minuti di pubblico ludibrio per avere, sei anni fa, seppure per puro disgusto nei confronti dell’ “Obamania”, “fatto il tifo” per John McCain. In realtà la sconfitta alle presidenziali (in cui si presentava coscientemente come “candidato a perdere”), non ha minimamente diminuito la sua effettiva influenza sulla politica americana, che risiede in ben altro che nel ricoprire qualsivoglia carica elettiva. Il Nostro è in realtà da molti anni a capo dell’International Republican Institute, un’ente sostanzialmente governativo, il cui finanziamento è votato dal Congresso sotto la voce inerente al Dipartimento di Stato. Lo scopo è quello di allargare talune attività della CIA creando coordinamenti con i servizi inglesi, canadesi ed australiani. In questa veste proprio McCain è stato il regista delle “primavere arabe” e delle sommosse armate in Libia e Siria, gestendo a volte direttamente i rapporti con i rispettivi “eserciti di liberazione” (che poi erano pressoché un tutt’uno con Al Qaeda ed altre sigle affini come Al Nusra…). E va detto che molte delle sciagurate scelte di politica estera di Obama sono state prese anche per le forti pressioni che buona parte dell’opinione pubblica repubblicana ha esercitato, accusandolo di essere un presidente senza nerbo nella lotta al “Male”.

Questo perché sia chiaro a chi si deve la responsabilità del tramonto a cui l’Occidente sembra andare incontro. Un tramonto di cui il triste ammainabandiera in terra afghana rappresenta una chiara epifania.
 

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