18 dicembre 2014

Se le femministe, sotto sotto, giustificano l'infanticidio

di Marco Mancini

Come è noto, questo blog non è solito dare spazio alle vicende di cronaca nera, che occupano invece con sempre maggiore frequenza le prime pagine dei quotidiani e i palinsesti delle televisioni. Questa volta ce ne occuperemo, seppure per vie traverse.

Mi è passato sotto mano un commento pubblicato sull’Huffington Post da tale Deborah Dirani, intitolato "Non esistono mamme buone e mamme cattive". Non so bene chi sia questa Dirani: nel suo spazio all’interno del noto quotidiano on line si definisce “donna, prima, giornalista, poi”. E tutto sommato dobbiamo riconoscerle una certa sincerità, perché di giornalismo, a scorrere i suoi contributi, vediamo veramente poche tracce. Due commenti indignati su due fatti che nelle settimane scorse hanno fatto molto discutere: il prof che avrebbe picchiato un alunno gay a Perugia e Casapound che avrebbe impedito ai figli dei rom di recarsi a scuola. Un episodio abbastanza strano il primo, sul quale forse sarebbe stata necessaria maggiore cautela prima di sbattere il mostro in prima pagina; una clamorosa bufala il secondo, come dichiarato dalla stessa Questura nel giro di qualche ora. Insomma, niente male per una sedicente giornalista. Chiude il quadro la lettera a una figlia immaginaria sulla violenza maschile contro le donne, in cui ovviamente si ripropone l’immagine unilaterale dell’uomo carnefice e della donna vittima. Tant’è.

Il post sul quale volevo attirare la vostra attenzione, però, riguarda l’omicidio del piccolo Loris Stival, di cui è accusata la madre Veronica Panarello. Tutto l’articolo va letto con attenzione, ogni paragrafo merita di essere assaporato. Scrive dunque Deborah: “Le mamme non nascono buone e non nascono mamme. L’errore di fondo sta tutto qui, o almeno sta qui nella società occidentale contemporanea che ha fatto dell’istinto materno una sorta di replica dell’Immacolata Concezione”. Ora, noi pensavamo che, più che di Immacolata Concezione, si trattasse del semplice istinto di protezione che qualsiasi animale nutre nei confronti dei propri cuccioli. O, che so, un basilare senso di umanità, del tipo “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli", etc. etc. etc. (Lc 11, 11-13). “Se dunque voi, che siete cattivi”: altro che Immacolata Concezione. Il Cattolicesimo, che considera la natura umana (maschile e femminile) ferita dal peccato originale, non si lascerebbe mai andare a una visione così naif. L’essere umano – uomo o donna che sia – non è completamente buono per natura, ma nonostante questo può distinguere il bene dal male e decidersi a favore del bene, soprattutto se è sostenuto dalla Grazia. Non si capisce, dunque, dove voglia arrivare la Dirani: il fatto che la donna non sia né "santa" né "puttana", ma un "semplice essere umano", giustifica forse un infanticidio?

Così sembra di leggere tra le righe: “le mamme sono persone e le persone commettono errori incomprensibili”, “la nostra società non le aiuta in alcun modo”, anzi presume che “se sei mamma dentro di te hai la risposta ad ogni problema, anche a quel dolore che ti accompagna da sempre, anche a quella rabbia che ti porti dentro fin da quando sei venuta al mondo”. Ma queste sono “palle” – continua indignata Deborah: “palle di una società antropocentrica [sic! semmai “androcentrica”, cara Deborah] e maschilista, che si scrolla le spalle davanti all'inevitabile peso della genitorialità e ne fa una questione di istinto femminile. Perché quando un padre uccide un figlio è solo un uomo violento, un barbaro osceno ma accettabile. Ci sta, è nel conto delle cose: il maschio ammazza, la donna cura. E se non lo fa è un mostro incomprensibile, inaccettabile.”. Questo sì che è parlare: par condicio, anche l’infanticidio materno diventi “socialmente accettabile”! (ma poi, quando mai lo è quello compiuto dai padri?) In un simile delirio si comincia a perdere un po’ la bussola, prima ancora che la pazienza.

E dire che in fondo si potrebbe anche essere d’accordo con lei: è vero che “ipoteticamente potrebbe succedere ad ognun[o] di noi”. E’ vero che nessuno di noi sa cosa sia passato nei pensieri e nel cuore di quella madre, quando ha deciso – ammesso che lo abbia fatto, come fa notare la stessa Deborah con un ostentato garantismo di cui non aveva dato prova in altri suoi articoli – di ammazzare il proprio bambino. Nessuno di noi conosce gli abissi nei quali può sprofondare ogni essere umano, soprattutto quando la sofferenza, il dolore, la frustrazione prendono il sopravvento. E ciascuno di noi è come Amleto: “virtuoso abbastanza, e tuttavia mi potrei incolpare di tali cose, da pensar che sarebbe stato meglio che mia madre non m’avesse partorito”.

Proprio per questo la Chiesa Cattolica, nella sua millenaria saggezza, ha sempre praticato l’intransigenza verso il peccato ma la misericordia verso il peccatore; ha sempre rifuggito il moralismo giustizialista di certo puritanesimo o di certo giacobinismo. Soprattutto, essa ha sempre educato gli esseri umani a disciplinare i propri istinti, a tenersi lontani dal ciglio del burrone, a evitare non solo il peccato, ma – come si recita nell’Atto di Dolore – persino “le occasioni prossime di peccato”. Un insegnamento di saggezza, di prudenza, di realismo, spazzato via dalla civiltà dell’edonismo di massa, improntata – per dirla in termini freudiani – all’eliminazione di ogni residuo di Super-Io e al prorompente emergere delle forze dell’Es, di un elemento dionisiaco sempre più libero di spadroneggiare e di nuocere.

Dunque, si potrebbe quasi concordare con Deborah, se solo non sbagliasse completamente la diagnosi. Il male non sta nell’additare modelli positivi, o nell’incoraggiare la fedeltà al proprio status, ma sta esattamente nell’opposto: in una civiltà che genera aspettative destinate a rimanere in gran parte frustrate, nell’insoddisfazione e nel senso di vuoto che ne derivano.
Soprattutto, potremmo essere d’accordo se Deborah manifestasse la stessa comprensione verso, che so, qualche femminicida. Se anche lì si dedicasse a rintracciare nella vita degli assassini la sofferenza, il disagio, la depressione, l’amore frustrato, le umiliazioni subite. Se evitasse di utilizzare i delitti contro le donne come un’arma ideologica, volta a criminalizzare in blocco il genere maschile, considerato “carnefice” per eccellenza”, e a santificare – questa volta sì – il genere femminile, elevato al rango di “vittima” naturale e quasi metafisica. La compassione per l’essere umano, anche per l’omicida, cara Deborah, va praticata sempre e non a seconda di chi sia l’assassino. Altrimenti l’impressione che si ricava è quella di una discutibile attenuante di genere, che farebbe il paio con la ridicola aggravante di “femminicidio”.

E infatti, quasi quasi, anche la morte del piccolo Loris è colpa degli uomini. Del padre in particolare, che nell’articolo viene definito, non si sa sulla base di quali elementi, “assente” (eh, questi padri che si ostinano a voler portare a casa il pane…). Si comprenda dunque la povera Veronica, dal momento che nessuno “ha aiutato questa donna a imparare a amare i suoi figli e il suo sfigatissimo destino”.

Per conto nostro, ci limitiamo ad aggiungere che tanti altri hanno avuto le stesse sofferenze e le stesse difficoltà, eppure non hanno ammazzato i propri figli. Che, se è vero che il confine tra buoni e cattivi è a volte più sfumato di quanto sembri, la differenza tra bene e male esiste ed esiste anche la malvagità pura, che come tale va considerata. E che questa ostentata indulgenza verso il carnefice, a cadavere della piccola vittima ancora caldo, ha un che di sgradevole. Ma si capisce: donna, prima, essere umano, poi.
 

1 commento :

  1. Una volta ho subito l'isteria di una che non sopportò di sentirmi dire che sono stufo di essere considerato un potenziale stupratore solo perchè sono nato senza tette. Mi chiedo tale signorina cosa pensi di certe madri... Ah no, lo so: sono colpevoli di non avere abortito, quindi peggio per loro... PMF

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