28 gennaio 2015

Le Forme del sacro (I parte)



di  don Mauro

“Le Forme del Sacro”[1], primo e intrigante lavoro del giovane Luigi Martinelli, fa parte di quei rari scritti che, pur non essendo sostenuti da grandi penne, minuziosi apparati critici o approcci sensazionalistici, merita procurarsi e tenere sullo scaffale: costa poco, è agile e può tornare comodo.

L’argomento del testo è semplice e chiaro: confrontare la vecchia Messa latina con quella di oggi,  più propriamente la forma Extra-ordinaria (FE) e la forma Ordinaria (FO) del Rito latino della Santa Messa cattolica. Ciò che stupisce piacevolmente e, oserei dire, seduce, è il punto di fuga: mettiamo da parte cavilli giuridici, dubbi teologici, sofismi filosofici, nostalgismi un po’ retro e sfizi estetici. Luigi depone questi vecchi e scomodi puntelli e assume lo sguardo del regista: sì, figuratevi un regista – la metafora è mia – un regista di mezza età, non molto avvezzo al domandare religioso e anzi diciamo praticamente ateo, il quale nel corso di una tranquilla mattinata domenicale capiti occasionalmente in un paio di chiese cattoliche, e si trovi ad assistere prima ad un rito antico e poi ad uno moderno (mi si scusi l’ostinata imprecisione nella dicitura). Cosa vede quest’uomo? Cosa prova quest’uomo? Quali gli elementi esterni, oggettivi, culturali, universali che gli parlano?

Propongo il libro a un mio confratello, ma incontro disagio: il Concilio, l’obbedienza, lo Spirito, tutti impedimenta a una riflessione critica sul tema. Ecco, c’è una buona notizia per tutti: c’è uno sguardo nuovo e sempre antico, lo sguardo del drammaturgo, lo sguardo dell’uomo di cultura, del gentile – va tanto di moda! – che ha eletto a suo cortile il palcoscenico, questo sguardo ha qualcosa da insegnarci, ha una dignità di pensiero da restituirci come uomini, una libertà di dibattito che sta al di qua di qualsiasi caposaldo religioso, un’apertura di vedute che ci permette il confronto sereno e spregiudicato persino sulla liturgia (che è pur sempre una realtà di questo mondo), e il tutto senza minimamente pensare, né tantomeno aver da ridire, circa i precetti che la Chiesa, madre amorosa, dispensa ai fedeli.



Spendo un’ultima parola su questo tema e poi inizierei con voi a scorrere, passo passo, gli snodi più brillanti del saggio.

Il momento è delicato. In una transizione non facilissima tra Benedetto XVI e Francesco si assiste ad un significativo travaglio di alcuni settori ecclesiali, non ultimi quelli affezionati alla Tradizione e alle Sue forme liturgiche. Se da un lato c’è chi ha scritto “Questo Papa piace troppo” o va addirittura asserendo che “Non è Francesco” il Papa, dall’altro ordini serafici come i Francescani dell’Immacolata sono stati severamente duramente commissariati per cause opinabili e non pochi sacerdoti hanno iniziato a subire pressioni ingenerose per il loro stile liturgico “benedettiano”. Rispetto a ciò tornano in mente le dichiarazioni perentorie di san Basilio Magno: «solo un peccato è ora gravemente punito: l’attenta osservanza delle tradizioni dei nostri Padri. Per tale ragione i buoni sono allontanati dai loro Paesi e portati nel deserto». E’ in questo clima greve e decisamente poco sereno, non privo di eccessi da entrambe le sponde, che scende attesa come rugiada sul vello l’indagine di Martinelli. Per noi comuni mortali, affatto digiuni di battage teologico-dottrinali, felici della situazione ordinaria della santa Chiesa, ma anche desiderosi di riscoprirne con serenità i perpetui tesori liturgici, serviva giustappunto un corridoio neutrale attraverso cui divincolarsi dai lacci delle polemiche facili e garantirsi i doni universalmente e legittimamente dischiusi col Motu Proprio Summorum Pontificum. Ripartiamo da una prospettiva antropologica, ripassiamo con i maestri del teatro la grammatica del più verace linguaggio simbolico, sforziamoci di ricostruire il sensus liturgico con mitezza e pazienza, con umiltà e perseveranza, incominciando da ciò che ci unisce e cioè la cultura, l’humanitas, l’arte, la bellezza. Ci prende per mano Martinelli in questo nuovo itinerario, il cui obiettivo finale, ricorda mons. Nicola Bux dalle pagine della Prefazione, «vuole essere quello di comparare la liturgia cristiana e il mondo del teatro, non soltanto sotto il profilo di presunte analogie, ma per suggerire una rivalutazione della performance rituale in ambito liturgico». Della prefazione di Bux dovremo trattenere anche una seconda importante considerazione, laddove con Terrin si ricorda che «la ritualità è il sostrato comune di ogni liturgia... sia che i liturgisti acconsentano a questo fatto sia che lo neghino per motivazioni allotrie o pregiudiziose», principio fondamentale di razionalità e trasparenza epistemologica, vero baluardo di libertà della ratio contro ogni nuova forma di fideismo liturgico.



Le forme del sacro



Veniamo al testo vero e proprio, che si apre con una ricognizione di gusto squisitamente teatrale, in cui si fissano alcuni fondamentali teoretici e storici della disciplina. Si parte ricordando che «l'azione rituale è il primo momento di organizzazione dell'esperienza che facciamo», e puntualizzando che «la rappresentazione del reale come puro pensiero vale soltanto per noi occidentali post-industriali che non conosciamo più l'importanza del corpo», dal che si capisce l’urgenza di uno studio in cui, «oltre il riduzionismo contemporaneo del cristianesimo, diviso tra dimensione conoscitiva e dimensione etica, lo studio della performance permetta di recuperare il valore della azione», che va ricompresa quale «intreccio indissolubile di forma e contenuto» attraverso cui «le credenze cosmologiche vengono trasmesse». Forti di questa lezione veniamo quindi invitati a individuare le dimensioni fondamentali della ritualità, luogo in cui si «innesca una contrazione della creatività»; si afferma una formalità che propriamente «consente l'efficacia del sacramento»; vengono portati «in primo piano i significanti non i significati, il comportamento convenzionale non quello intenzionale»; si garantisce una impressione di stabilità (anche solo presunta), per la quale risulta «meno importante che il rito per secoli e secoli sia rimasto del tutto invariato, piuttosto che esso sia percepito e vissuto dai partecipanti come appunto invariato»; ed infine, nella ricchezza di relazioni intrattenute tra rito e teatro, si comprende quanto sia «importante la dinamica della formalità ripetitiva come un meccanismo fondamentale ed efficace».

Donde nasce allora la distanza attuale tra ritualità performativa e liturgia cristiana? Essa si instaura nella visione dei «protestanti, sostenitori della religiosità spirituale e del rapporto interiore tra l'uomo e Dio», cui cronologicamente segue «l'atteggiamento moderno… quello di svalutare il rituale, spostando l'attenzione dal suo potere emotivo al suo significato», per poi slittare sulla risposta della controriforma cattolica con cui si «separa nettamente il sacro e il profano, che nel medioevo erano mescolati». E’ in tal modo che entriamo nella pienezza della modernità con la conseguente «dittatura del logocentrismo». Servirà quindi qualche secolo per riuscire a divincolarsi da tanto angusto reticolo, cosa che avverrà provvidenzialmente col teatro novecentesco, ma solo con esso. Non altrettanto infatti possiamo dire circa gli esiti della liturgia contemporanea, che evidentemente «non ha recepito l'istanza simbolica del teatro novecentesco, propendendo per l'assunzione mitigata delle proteste luterane, fino ad entrare in una rischiosa competizione con tutti quei mezzi di comunicazione, rappresentazione... da cui il teatro, per non essere sopraffatto, si è tenuto lontano». Giudizio tagliente e per molti scomodo, però argomentato, profondo e perciò meritevole di studio e riflessione.



Performance nel rito romano



Facciamo un passo ulteriore, andiamo a guardare in modo sommario agli aspetti drammaturgici che contraddistinguono in linea generale la liturgia cristiano-cattolica. Cosa bisogna tenere da conto in una analisi del rito nell’ottica della performance? Lo puntualizza il secondo capitolo. Si parla anzitutto dell’imprescindibilità della forma, perché il rito «si esprime a livello esteriore», ma anche del suo legame indissolubile con il contenuto. Qui si argomenta la plausibilità di una duplice formalità rituale in seno al cattolicesimo latino – passaggio delicato, ne avvisiamo Martinelli, tale da procurargli i duraturi odi da sponda conservatrice e progressista –, in quanto fondata sulla duplice polarità tematico-contenutistica del culto eucaristico: sacrificio e cena.

Segue la presentazione delle componenti rituali fondamentali, illustrazione né minuziosa né trascurata di alcuni elementi emblematici che verranno successivamente scandagliati nel loro differente modo di presentarsi all’interno della FE e della FO. Si descrivono dunque ruolo e importanza del linguaggio, della vocalità, del canto e del silenzio, dei gesti corporei, degli arredi e del vestire considerati quali parti imprescindibili della ritualità e suoi momenti performativi essenzialiIn queste pagine l’autore opera così una prima fusione tra liturgia e teatro, immergendosi ormai definitivamente nel primo dei due ambiti, getta uno sguardo panoramico sui grandi temi del suo studio, fornisce al lettore un vocabolario introduttivo, il tutto echeggiando fenomenologie del liturgico dal sapore inconfondibilmente e piacevolmente guardiniano.

[1] Luigi Martinelli, Le forme del Sacro. La performance nel rito romano, Cavinato, Brescia 2014. Già disponibile in ebook e dal gennaio 2015 anche in stampa cartacea.

 

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