31 gennaio 2015

Renzi cambia verso. E ci riporta trent'anni indietro

di Alessandro Rico

Le mosse che hanno portato all’elezione di Mattarella come Capo dello Stato consacrano Matteo Renzi burattinaio della politica italiana. Il Presidente del Consiglio, che con questa presidenza “debole” si è assicurato la piena governabilità, non ha rivali sul piano strategico. Dopo aver infinocchiato Letta, Bindi, Prodi, Bersani, Fassina, Cofferati, è riuscito a mettere in un cul-de-sac anche Berlusconi. Il patto del Nazareno si è rivelato, come temevano i fittiani, un abbraccio mortale per un Cavaliere ormai ridotto a cercare appigli per riqualificarsi politicamente e giudiziariamente. Per di più, Berlusconi sembra costretto a incassare il colpo e a ribadire un sostegno, sia pure condizionato, al governo, a meno di optare per rischiosissime elezioni anticipate, da cui uscirebbe come da uno schiacciasassi. Di questo vero e proprio oltraggio al popolo di centrodestra, prigioniero degli interessi personali di un ex leader carismatico e illuso che Forza Italia proponesse almeno inizialmente una dignitosa testimonianza, con il voto ad Antonio Martino, speriamo che Berlusconi debba finalmente rispondere.

Parafrasando Andreotti, forse Renzi è di media statura, ma attorno a sé non ha giganti. Non lo è Civati, che da settimane si agita, tira il sasso e nasconde la mano, fino a trovarsi alle strette, lui e tutta la minoranza PD, grazie all’oculata decisione del Segretario di candidare Mattarella. Il suo sarcasmo vale quanto le sue idee. Non lo sono i grillini, fino all’ultimo manifestamente incerti, spaventosamente svantaggiati dalla loro inesperienza, capaci, dopo Rodotà, di scongelare l’ennesimo ottuagenario (l’espressione era proprio di Grillo), ossia l’ineffabile Imposimato, pur essendo tentati da Prodi, loro euroscettici. Non lo è Alfano, che all’inizio aveva ritrovato l’intesa con Berlusconi sullo sdegno per la furbata di Renzi, ma richiamato all’ordine, ha subito rindossato i panni del puntellatore della maggioranza renziana. Altro emblema di una destra a brandelli, in cui galleggiano tre tristissime tipologie d’uomo: il Berlusconi alla disperata ricerca di agibilità politica, Brunetta il filisteo che non vuol morire con Silvio/Sansone, NCD che preferisce vivacchiare pur di non essere inghiottito nel baratro. 

Oltre questa desolazione, si stagliano solo Meloni e Salvini, stuzzicati da un esperimento lepenista, che ha un suo senso nel contesto attuale, ma non segna certo il percorso auspicabile verso una destra da liberal-democrazia occidentale. A conclusione di questi concitati giorni, d’altronde, resta l’amarezza per l’anomalia italiana. Immagino di essere, che so, un americano, che osserva gli intrighi, gli accordi rimangiati; quelli che votavano scheda bianca per paura dei franchi tiratori, mentre gli altri valutavano di uscire dall’aula per paura dei franchi soccorritori; lo spettabile Mattarella – di nuovo un cattolico dopo Scalfaro – che si ritrova al Quirinale “senza aver fatto nulla”; lo spettacolo di trame, riunioni, strategie, bluff, come fossimo in una Signoria rinascimentale, alla corte degli Estensi, degli Sforza, dei Borgia. Ebbene, suppongo che mi chiederei: “Ma perché il Capo dello Stato non lo fanno scegliere ai cittadini?”. In fondo, tutta questa storia rimarca la distanza che esiste tra chi è dentro e chi è fuori il palazzo. Di fronte alla realtà della nostra politica, i tweet, le leopolde e le camicie smanicate sono soltanto un gaudioso intermezzo. Il futuro dell’Italia è il trionfo della sinistra democristiana, perché dopo il fascismo, è la DC a essere diventata l’autobiografia della nazione. Renzi ha cambiato verso all’Italia, riportandola a quando De Mita cercava di fare le scarpe ad Andreotti. Una trentina d’anni indietro.
 

4 commenti :

  1. Come cattolico non vedo perché preoccuparmi di Mattarella. E non vedo perché ve ne preoccupiate voi.

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    1. Perché è un cattolico democratico, erede di quella tradizione che ha sempre posto tra parentesi la fede per affermare il primato della democrazia liberale.
      E' questo il senso dell'espressione "uomo delle istituzioni": uno che "affossa" la propria coscienza individuale per acconsentire pedissequamente a tutto ciò che le istituzioni decideranno, in nome ovviamente del senso dello stato.

      Michele

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  2. Caro Rico,
    d'accordo, in generale, su quanto scrive. Ma sono perplesso quando lei afferma:
    "Oltre questa desolazione, si stagliano solo Meloni e Salvini, stuzzicati da un esperimento lepenista, che ha un suo senso nel contesto attuale, ma non segna certo il percorso auspicabile verso una destra da liberal-democrazia occidentale."
    D'accordissimo sulla coerenza di Salvini e della Meloni, d'accordissimo sul fatto che anche in Italia serva una "destra" lepenista, ma mi permetta di esprimerle il mio più fermo dissenso quando lei afferma "auspicabile" un percorso verso una destra da liberal-democrazia occidentale. La mia Destra, ma credo anche quella di molti lettori di questo blog, non è affatto liberale, né "democratica" (almeno non nel senso corrente del termine), né occidentale se, come comunemente s'intende, ciò significa essere proni alla plutocrazia capitalista statunitense a scapito della centralità civile, storica e morale, dell'Europa.
    La mia Destra non è quella dei Cameron o dei Sarkozy , e neppure quella dei Berlusconi (con tutti i meriti che pure al discutibile personaggio vanno riconosciuti), ma quella della Destra di sempre, lontanissima dal liberalismo, dal democraticismo, dagli odiosi diktat della "correttezza politica".
    Così, tanto per chiarire.

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  3. E ci si chiede con quali criteri M&S abbiano selezionato il loro candidato presidente: un colpo di spillo dato a occhi chiusi?
    Orazio Pecci

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