14 gennaio 2015

Su crisi ed euro i cattolici hanno la (Nuova) Bussola impazzita

di Marco Mancini

[AVVERTENZA: di seguito è riportata una serie di citazioni, la cui lettura è caldamente consigliata. Chi non avesse tempo e/o voglia di farlo può scendere direttamente al commento]

“Sotto questo sistema, come gli eventi hanno dimostrato, alcuni paesi tenderanno ad acquisire crescenti (ed indesiderati) surplus commerciali nei confronti dei loro partner commerciali, mentre altri accumulano crescenti deficit. Ciò porta con sé due effetti indesiderati. Trasmette pressioni inflazionistiche da alcuni membri ad altri; e mette i paesi in surplus nelle condizioni di fornire finanziamenti in automatico ai paesi in deficit in scala crescente. […] E’ per questa ragione che in un’area valutaria comune, o in un sistema di valute convertibili con cambi fissi, le aree che crescono di più tendono ad acquisire un vantaggio competitivo cumulativo rispetto alle aree che crescono a tassi inferiori (Nicholas Kaldor, 1971)

EMU wasn't designed to make everyone happy. It was designed to keep Germany happy - to provide the kind of stern anti-inflationary discipline that everyone knew Germany had always wanted and would always want in future. […] The clear and present danger is, instead, that Europe will turn Japanese: that it will slip inexorably into deflation, that by the time the central bankers finally decide to loosen up it will be too late(Paul Krugman, 1996)

“Se un Paese nell'Unione monetaria subisce uno choc di domanda negativo, qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambio. Dato che i salari monetari sono rigidi al ribasso, la mobilità del lavoro in Europa è bassissima, l'Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l'aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente. […] Con ogni probabilità i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera. Costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un'operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa (Alberto Alesina, 1997)

“Instead of increasing intra-European harmony and global peace, the shift to EMU and the political integration that would follow it would be more likely to lead to increased conflicts within Europe(Martin Feldstein, 1997)

Moving to a full monetary union in Europe is like putting the cart before the horse. A major shock would result in unbearable pressure within the Union because of limited labour mobility, inadequate fiscal redistribution, and a ECB that will probably want to keep monetary conditions tight in order to make the euro as strong as the dollar. This is surely the prescription for major future problems” (Dominick Salvatore, 1997)

The drive for the Euro has been motivated by politics not economics. The aim has been to link Germany and France so closely as to make a future European war impossible, and to set the stage for a federal United States of Europe. I believe that adoption of the Euro would have the opposite effect. It would exacerbate political tensions by converting divergent shocks that could have been readily accommodated by exchange rate changes into divisive political issues. Political unity can pave the way for monetary unity. Monetary unity imposed under unfavorable conditions will prove a barrier to the achievement of political unity" (Milton Friedman, 1997)

The most serious criticism of EMU is that by abandoning exchange rate adjustments it transfers to the labor market the task of adjusting for competitiveness and relative prices […] losses in output and employment (and pressure on the European central bank to inflate) will predominate. […] If there was ever a bad idea, EMU it is(Rudiger Dornbush, 1998)

“I am sure the Euro will oblige us to introduce a new set of economic policy instruments. It is politically impossible to propose that now. But some day there will be a crisis and new instruments will be created(Romano Prodi, 2001)

L'unica soluzione rimasta è riconoscere le differenze insanabili e spezzare consensualmente l'area euro. […] Travolti dalla passione amorosa, i fondatori dell'euro si rifiutarono di considerare una via d'uscita. L'euro, si diceva, è irreversibile. Ma perfino la Chiesa, che non riconosce il divorzio, in situazioni estreme ha una procedura per la separazione. Perché l'euro no?” (Luigi Zingales, 2010)

L’aspetto criminale dei fondatori dell’euro è che tutto questo lo sapevano, e non solo non hanno fatto nulla, ma anzi l’hanno fatto apposta: la crisi dell’euro di oggi era inevitabile” (Luigi Zingales, 2012)

The difficult moments were predictable. When we created the euro, my objection, as an economist (and I talked about it with Kohl and with all the heads of government) was: how can we have a common currency without shared financial, economical and political pillars? The wise answer was: for the moment we’ve made this leap forward. The rest will follow”.” (Romano Prodi, 2012)

“In realtà noi non abbiamo voluto credere a questi argomenti, abbiamo avuto fiducia nella nostra capacità di autocoordinarci e abbiamo addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati, che impedissero di aiutare chi era in difficoltà. […] Insomma, moneta unica nell’Eurozona ma ciascuno deve essere in grado di provvedere a se stesso. Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi” (Giuliano Amato, 2013)


L’Unione Europa ha fatto un unico grande errore: l’euro, che non ha funzionato. […] I problemi non riguardano le strutture dell’Italia e di ciascun singolo Paese, ma la struttura dell’Eurozona e le politiche perseguite” (Joseph Stiglitz, 2014)

“La più vecchia narrativa della crisi, progressivamente corretta dagli accademici ma ancora popolare tra alcuni segmenti dell’opinione pubblica, recita all’incirca così: “non c’era niente che non andasse con il progetto iniziale dell’unione monetaria europea, e la crisi è scoppiata per lo più perché diversi paesi periferici non hanno rispettato quel progetto – in particolare le regole fiscali e il Patto di Stabilità e Crescita – generando una crisi di debito sovrano”. Nonostante questa sia una storia internamente coerente, non è corretta, specialmente per quel che riguarda il fattore scatenante della crisi. […] Non c’è stato un aumento uniforme nell’indebitamento pubblico durante i primi anni della valuta comune nei paesi ora sotto pressione dei mercati finanziari. […] Al contrario dei livelli del debito pubblico, il livello del debito privato è aumentato nei primi 7 anni dell’euro del 27%. L’aumento è stato particolarmente pronunciato in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%), e Portogallo (49%), tutti paesi che sono stati sottoposti a grandissimo stress durante la recente crisi. La crescita repentina del debito pubblico, d’altra parte, è iniziata solo dopo la crisi finanziaria. […] Le regole europee dei liberi movimenti di capitale, l’obiettivo di creare un campo di gioco comune per differenti settori bancari, e la fiducia nella supposta autoregolamentazione dei mercati finanziari, hanno tutti cospirato nel rendere molto difficile qualsiasi forma di contenimento del fenomeno. In più, nessuno aveva previsto che un “sudden stop”, caratteristico delle economie emergenti, potesse accadere nell’eurozona. Di conseguenza, l’afflusso di finanziamenti relativamente a buon mercato si è trasformato in una gigantesca esplosione del credito nei paesi ora sotto pressione. Come sappiamo, il credito non è stato perfettamente ottimizzato dai razionali agenti economici privati. Dal lato della domanda, in un contesto di bassi tassi di interesse, i consumatori e le aziende, aspettandosi una futura crescita, hanno anticipato i consumi e gli investimenti come dei bravi ottimizzatori intertemporali. Dal lato dell’offerta, le banche europee e i mercati finanziari non si sono comportati come la teoria di gestione del rischio prevedeva. Questo è quel che ha portato al surriscaldamento, pressione su stipendi e salari, perdita di competitività e grandi deficit delle partite correnti (Vitor Constancio, vicegovernatore della BCE, maggio 2013)

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Qui sopra avete potuto leggere un campionario di citazioni, di economisti di ogni orientamento ideologico e degli stessi padri nobili dell’euro (Prodi su tutti). Tutti, da Kaldor nel 1971 a Stiglitz nel 2014, affrontano il tema dell’unione monetaria europea e tutti, senza esclusione alcuna, concordano sul fatto che essa è un progetto politico, non economico, destinato a rivelarsi economicamente insostenibile e a generare crisi interne all’Eurozona, rendendo molto più difficile la reazione a shock esterni. Puntualmente, tutto questo si è avverato: è quasi impressionante leggere le previsioni di Kaldor e confrontarle con la diagnosi della crisi operata dal vicegovernatore della BCE, Vitor Constancio, nel 2013: esse sono praticamente coincidenti.

Lascio la parola agli esperti perché non ho voglia, in questo momento, di dilungarmi nuovamente sulla questione (l’avevo già fatto qui). Mi interessa riportare queste autorevoli opinioni perché qualche giorno fa mi è capitato di leggere sulla “Nuova Bussola Quotidiana”, testata apprezzabile per il suo impegno a favore dei principi non negoziabili, un articolo a firma di un certo Maurizio Milano. Questo Milano – ho scoperto googlando un po’ – dovrebbe essere capo-analista finanziario per Banca Sella. E nel suo articolo ripropone la diagnosi e la ricetta che Costancio ha bollato come “vecchia narrativa della crisi”: la colpa è del debito (e fin qui ci potremmo stare), ma di quello pubblico e non di quello privato (*), la Grecia si è comportata male perché ha scialacquato vivendo al di sopra dei propri mezzi, l’euro non ha colpe anzi ci ha dato il famoso “dividendo”. Ci vogliono – conclude dunque Milano – più austerità e meno Stato, perché se la costruzione europea è tecnocratica e centralistica “le classi dirigenti greche ed italiane non sembrano migliori” [quindi, aboliamo la democrazia?]. Sottolineare le responsabilità dell’unione monetaria, scrive il Nostro, non è altro che "un populismo demagogico utile per prendere voti alle elezioni sfruttando il malcontento popolare”.

Ora, non stupisce tanto che Milano scriva queste cose e addebiti la responsabilità della crisi allo Stato e non alla finanza privata, dal momento che quest’ultima gli paga lo stipendio. Quello che mi stupisce è che un’analisi del genere, falsa, tendenziosa, ideologica, destituita di ogni fondamento persino dal vicepresidente della BCE, venga fatta propria sine glossa da una testata on line che si professa cattolica.

Perché questo accade? Certo, c’è l’infiltrazione all’interno della destra cattolica di un liberismo straccione, eredità della guerra fredda, che rifiuta il ruolo dei pubblici poteri salvo poi invocarli quando si tratta di tappare i propri buchi con i soldi dei contribuenti. Ma c’è, soprattutto, il cancro del moderatismo, l’ansia di rifuggire dal cosiddetto “estremismo”, la chiacchiera vuota sulla “dottrina sociale” che si tramuta poi nell’adesione prona e idiota ai paradigmi politico-culturali dominanti e al luogocomunismo dei benpensanti. Vi è, al fondo, un irrisolto complesso di inferiorità, la brama di essere accettati – almeno in questo – dalla dittatura del politicamente corretto, la pigrizia culturale che porta a riposare sulle certezze acquisite e sulla comodità dell’opinione comune, piuttosto che dedicarsi allo sforzo intellettuale in cerca della verità. 

Quant'altra gente deve crepare per farci capire che l'unione monetaria è divenuta insostenibile? Aspetteremo che il nostro Paese diventi completamente deindustrializzato? A quale livello da fame dovranno ancora scendere i nostri salari, per renderci "competitivi" nei confronti dei Paesi del Nord? Perché vedete, cari bussolanti, l'effetto dell'euro è proprio questo: agli shock si reagisce con aggiustamenti di reddito, cioè con la distruzione della domanda interna (austerità), e la svalutazione del lavoro (vi dice niente Jobs Act?). L'austerità non ci è stata imposta perché chi ci governa è particolarmente sadico, ma perché era necessaria, né più né meno, affinché l'Eurozona non andasse in pezzi. Marcel Déat si chiese se valesse la pena morire per Danzica, mentre qui tanti buoni cattolici accettano di buon grado di far crepare l'Italia in nome dell'euro.

E non vanno tralasciati, più in generale, i principi ispiratori dell'attuale costruzione europea, che ogni cattolico degno di questo nome dovrebbe rifiutare con fermezza. Insomma, non è una bella istantanea quella della destra cattolica, soprattutto italiana. C’è spazio per un cattolicesimo integrale, che rifiuti il moderatismo e l’abbraccio mortale con certo liberalismo, ma che al tempo stesso non cada nelle paranoie complottiste e nel frazionismo estremista e suicida? E’ quello che, nel nostro piccolo, ci sforziamo di fare su questo blog, anche se intorno a noi il quadro non è sempre incoraggiante.

(*) La crescita a debito degli ultimi decenni, che Milano attribuisce alle "politiche keynesiane”, è avvenuta in realtà soprattutto perché il lavoro è stato remunerato sempre meno, con la conseguente crisi del risparmio privato e l’esplosione del credito (debito) al consumo. Nell'Eurozona, tale fenomeno è stato ulteriormente accentuato dalla moneta unica, con un enorme debito (soprattutto privato) contratto dai Paesi periferici con quelli più forti (è il c.d. ciclo di Frenkel, che per i non specialisti è illustrato qui con brillante ironia da Alberto Bagnai). La spesa pubblica interviene semmai proprio per supplire alla carenza di domanda privata, e l'attuale crisi dell'Eurozona, come quella del 1929, è proprio una crisi di domanda. A proposito di retribuzione del fattore lavoro, peraltro, ricordo a tutti che il Catechismo di San Pio X (non proprio un pericoloso bolscevico) include, tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, l’oppressione dei poveri e la defraudazione della mercede degli operai. 
 

1 commento :

  1. Sono sostanzialmente d'accordo con l'articolista nel quadro generale da lui delineato. Ma non va neppure sottovalutato il tema del debito pubblico, fuori da ogni controllo, generato strutturalmente da una spesa pubblica improduttiva, assistenziale e clientelare, a tutti i livelli: statale e locale. Occorre tornare al principio - cattolicissimo - della sussidiarietà e dell'intervento dello Stato (a cui non sono contrario) solo dove è necessario. Ma tagliare il sottobosco della spesa improduttiva dello stato, del para-stato, delle municipalizzate, è oggi impresa ardua: può costare milioni di voti.
    Non occorre essere liberisti (e io non lo sono), per capirlo: le diagnosi, le ricette ci sono; manca solo il coraggio politico di porle in essere.

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