14 febbraio 2015

Guerra di secessione: aveva ragione il Sud?


di Federico Sesia

Il cliché spesso e volentieri propostoci dal cinema come da certi libri di storia dipinge la Guerra di Secessione Americana come uno scontro epocale tra coloro che volevano mantenere l’istituzione della schiavitù e chi invece non ebbe altro motivo per entrare in guerra se non la sua abolizione senza se e senza ma. La storia reale, inutile dirlo, è più complessa e sfaccettata rispetto ad un modello che pone aprioristicamente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, e talvolta può anche smontare in gran parte certi luoghi comuni. E questa considerazione si può tranquillamente applicare anche a quella guerra civile che infiammò buona parte degli Stati Uniti dal 1861 al 1865.


Per poter iniziare a trattare l’argomento è necessario sfatare quel mito raffigurante il presidente dell’Unione Abraham Lincoln come un paladino dei diritti dei neri e un fiero oppositore del razzismo in quanto egli stesso ebbe a dire che “Non sono – né mai sono stato – in alcun modo a favore dell’uguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera; e non sono – né mai sono stato – favorevole a dare ai neri la possibilità di votare o di fare i giurati, né a permettere loro di ricoprire cariche pubbliche, né d’imparentarsi con persone bianche; e dirò in aggiunta che c’è una differenza biologica tra la razza bianca e quella nera che, credo, impedirà sempre alle due razze di vivere insieme sulla base di un’uguaglianza politica e sociale. E, se non possono vivere così, fintanto che rimangono insieme, dovranno sussistere una posizione di superiorità ed una di inferiorità, ed io sono, come chiunque altro, favorevole ad assegnare la posizione di superiorità alla razza bianca”, mentre un’aperta opposizione alla schiavitù venne proprio da coloro che per antonomasia avrebbero dovuto invece approvarla: il generale confederato Thomas Jackson e il suo collega Robert E. Lee, il quale definì la schiavitù “un male morale e politico” ed auspicò di “vedere spezzati i ceppi di ogni singolo schiavo”.


Fatta questa breve premessa, sarà utile ricordare anche come i motivi dello scoppio di questa sanguinosa guerra fossero principalmente di natura economica, infatti se da un lato gli stati del sud avevano tutto da guadagnare da un regime liberoscambista quelli del nord dall’altro tendevano ad un sistema protezionista in quanto, stando al Daily Chicago Times, “Lasciate che il Sud adotti il sistema del libero scambio e i volumi degli scambi commerciali a Nord scenderanno a meno della metà di quelli attuali”. Se il Sud insomma si fosse diviso dall’Unione applicando una politica economica basata sul libero scambio le ditte mercantili avrebbero favorito i suoi porti a causa dei bassi dazi doganali che questi imponevano, il tutto a discapito dell’economia del Nord. 

Ad ogni modo, la causa principale della guerra è da cercare nella volontà dell’Unione di impedire la secessione di quegli stati che avrebbero successivamente formato gli Stati Confederati d’America (Carolina del Sud, Florida, Alabama, Georgia, Mississipi, Louisiana e Texas), e il casus belli che portò ad un conflitto durato quattro anni e considerato la prima guerra totale della storia fu lo scontro a fuoco di Fort Sumter (Carolina del Sud) dell’aprile 1861, dove i confederati combatterono e sconfissero delle truppe dell’Unione coerentemente con il fatto di non farne più parte: per far valere veramente la loro secessione non si poteva certo tollerare la presenza di soldati unionisti sul territorio di uno stato che membro di quella nazione non lo era più.

E’ lecito a questo punto domandarsi se gli stati del Sud avessero il diritto di staccarsi dall’Unione laddove lo avessero ritenuto opportuno. A tal riguardo Thomas Jefferson, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, ritenne di poter affermare che bisognerebbe essere “[…] determinati a staccarci […] dall’Unione che pure ha per noi così tanto valore, piuttosto che rinunciare ai diritti di autogoverno […]; solo in essi vediamo la libertà, la sicurezza e la felicità”. Oltre a ciò il Decimo Emendamento della Costituzione Americana, affermando che quei poteri non delegati dagli stati al governo federale e non risultanti vietati dalla Costituzione rimangono un diritto del singolo stato, garantiva teoricamente la possibilità di secessione qualora uno o più stati avessero voluto metterla in atto.


Riferendosi ad aspetti puramente bellici, tale guerra può essere definita un conflitto totale ed una tragica rottura con quel codice di guerra sviluppatosi in Europa nei secoli precedenti. Se da un lato qualche azione a danno dei civili da parte confederata ci fu va però ricordato come “Lee fu in grado di mantenere la strategia del Sud in armonia con il codice europeo”, mentre lo stesso non si può dire riferendosi agli unionisti, come dimostrano gli episodi di Vicksburg (Mississippi) e di New Orleans. Nel primo caso il generale nordista William Sherman fece requisire i raccolti da tutte le fattorie e le sue truppe distrussero tutte le case. Stando a Thomas J. Di Lorenzo “La città fu così pesantemente bombardata che i residenti si ridussero a vivere nelle grotte mangiando topi, cani e muli”. 

Nel secondo episodio invece il generale Benjamin Butler, di fronte al rifiuto delle donne di New Orleans alle avances sessuali dei suoi soldati, promulgò l’Ordine n. 28 nel quale sta scritto che “Poiché ufficiali e soldati degli Stati Uniti sono stati ripetutamente soggetti a insulti da parte delle donne che si autodefiniscono “signore” di New Orleans, nonostante la più scrupolosa cortesia e non interferenza da parte nostra, si ordina che d’ora innanzi quando qualsiasi femmina insulterà con parole, gesti o movimenti un qualunque ufficiale o soldato degli Stati Uniti o mostrerà disprezzo nei suoi confronti, sarà considerata una donna di strada che esercita il suo mestiere e ritenuta responsabile per essere trattata come tale”. Tale ordine suscitò la reazione disgustata e le proteste di Francia e Inghilterra.

A voler tirare le somme non si può non essere d’accordo con James Spence, il quale in un suo articolo del 1862 comparso sul giornale inglese Quarterly Review riguardante la Guerra di Secessione scrisse che “[…] è ora del tutto evidente che il Nord si batte per il potere supremo. La questione della schiavitù è stata abbandonata ai quattro venti. Quasi non c’è concessione sulla schiavitù che gli Stati separati potrebbero chiedere e gli stati del Nord accordare, in cambio di un loro rientro nell’Unione. Smettiamola con questa fandonia del Nord che fregia la sua causa con il nome di “libertà allo schiavo!” “.
 
 

5 commenti :

  1. Ottimo articolo, perfettamente condivisibile. La schiavitù fu solo un pretesto, tanto è vero che almeno due stati schieratisi con il Nord erano schiavisti e a costoro non venne applicata il famoso "Decreto di liberazione degli schiavi" di Lincoln.
    In realtà, fu uno scontro di civiltà: quella aristocratica, rurale, organicista, "europea" del Sud contro quella industrialista, capitalista, meccanicistica del Nord. Chi sta oggi a Destra, non deve avere dubbi su con chi stare. Tra l'altro, la pubblicistica filo-confederata è molto consistente anche in Italia, per chi vuole informarsi: da Luraghi a Pasolini-Zanelli a Oneto. E come dimenticare il "Bianco sole dei vinti" di Venner (sì, proprio lo storico che, in nome della cultura europea, si è suicidato nella cattedrale di Notre Dame), o di Bardèche con il suo "Sparta e i Sudisti"?

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  2. Molto interessante! Si possono avere alcuni riferimenti bibliografici per approfondire la questione?
    Grazie
    Edoardo

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    1. "Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d'America" di Thomas E. Woods e "Dalla parte di Lee.
      La vera storia della guerra di secessione americana" di Alberto Pasolini Zanelli

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  3. la citazione di Lincoln è FALSIFICATA dall' omissione delle parole successive:" but I hold that, notwithstanding all this, there is no reason in the world why the negro is not entitled to all the natural rights enumerated in the Declaration of Independence, the right to life, liberty, and the pursuit of happiness. I hold that he is as much entitled to these as the white man. I agree with Judge Douglas he is not my equal in many respects-certainly not in color, perhaps not in moral or intellectual endowment. But in the right to eat the bread, without the leave of anybody else, which his own hand earns, he is my equal and the equal of Judge Douglas, and the equal of every living man. Ruggero Romani

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  4. Vedo ora la richiesta di informazioni bibliografiche di Edoardo. Scusandomi per il ritardo, e considerato che hanno in parte già risposto, ci provo. Saggistica:
    Raimondo Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana, Mondadori;
    Raimondo Luraghi, La spada e le Magnolie, Donzelli editore;
    Alberto Pasolini Zanelli, Dalla parte di Lee, Leonardo Facco Editore:
    Michele Angelini, Gli stati confederati d'America: utopia o realtà possibile? Ermanno Albertelli Editore;
    Gilberto Oneto, Unità o libertà, Quaderni Padani - Il Cerchio iniziative editoriali.
    Romanzi:
    F.G. Slaughter, La brigata Stonewall, dall'Oglio Editore;
    Shelby Foote, Il massacro dei cavalieri grigi, Rusconi;
    Dominique Veller, Il bianco sole dei vinti, Akropolis;
    Donatello Bellomo; Undici lettere all'ammiraglio; Mursia.

    E' solo una selezione personale, ma può essere utile.

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