27 febbraio 2015

L’amore non basta per un matrimonio

Di Giuliano Guzzo

C’è un filo rosso che collega il dibattito sulle unioni civili in corso in Commissione Giustizia, il servizio a Le Iene andato in onda giovedì scorso e, più in generale, il modo con cui solitamente si affronta il tema delle coppie formate da persone dello stesso sesso: è il sistematico tentativo di sottolineare la genuinità di un sentimento d’amore al quale sarebbe quanto meno discriminatorio negare un riconoscimento giuridico dal momento che lo stesso sentimento – si dice – viene invece considerato e valorizzato allorquando vissuto da persone di sesso diverso. 
Ora, se le cose stessero davvero in questi termini si tratterebbe senza dubbio di una clamorosa ingiustizia: perché mai l’ordinamento, nello stabilire cosa sia e cosa non sia da intendersi per famiglia, dovrebbe privilegiare i sentimenti di alcune coppie ed ignorare quelli di altre? Il punto è che un simile ragionamento, fondato sul confronto fra l’amore di un marito e di una moglie con quello di due persone dello stesso sesso, non sta in piedi non già per via di una bizzarra gerarchia di affetti a seconda della tendenza sessuale di chi li sperimenta, ma perché – anche se forse suona singolare ed è sicuramente impopolare ricordarlo – il motivo per cui lo Stato riconosce e finora ha riconosciuto piena legittimità alla sola famiglia intesa come «società naturale fondata sul matrimonio» non è, per così dire, di ordine sentimentale. 
Nessuno, tanto meno i Padri Costituenti, ha cioè mai immaginato che non vi fossero altre forme d’amore al di là di quello coniugale. E la ragione per cui, nonostante detta consapevolezza, si è comunque riservata attenzione alla sola coppia unita in matrimonio deriva essenzialmente dagli oggettivi benefici che, in termini di stabilità e garanzia demografica, la famiglia comporta per la collettività. 
La coppia sposata, rispetto pure a quella convivente composta da persone di sesso diverso, rappresenta un bene – ed è per questo che deve essere tutelata e promossa più di altre unioni – perché assicura una solidità con riflessi positivi non solo per i coniugi, e conseguentemente per l’intera comunità, ma anche e soprattutto per i figli i quali, da un lato, si ostinano a nascere molto più frequentemente all’interno del matrimonio e, dall’altro, sperimentano vantaggi senza eguali nel poter crescere e nel poter essere educati dai propri genitori biologici, specie se uniti dal vincolo coniugale. Ciò non vuol dire, per ribattere ad una facile obiezione, che avere padre e madre sia, per un bambino, garanzia di felicità assoluta né alcuno, a ben vedere, ingenuamente lo asserisce; mentiremmo tuttavia se dicessimo che per la crescita equilibrata di un figlio la presenza di papà e mamma, con le loro preziose diversità e complementarietà, non costituisce che un optional. 
Se non capiamo questo, se non ravvisiamo più la fondamentale specificità della coppia sposata, più stabile, feconda e benefica per i figli sia di quella convivente sia di quella – costitutivamente sterile, per dirla col professor Francesco D’Agostino – composta da persone dello stesso sesso, significa che, prima che dei diritti, faremmo bene a tornare ad occuparci dei doveri, prima di tutto quello di prendere atto della realtà la quale, piaccia o meno, ci consegna un’evidenza inconfutabile: nessuna civiltà, nella pur lunga storia umana, ha mai potuto e saputo mettere fra parentesi matrimonio e famiglia senza pagare un prezzo altissimo e senza dover poi tornare sui propri passi. Sottovalutare questo elemento storico ed antropologico, distratti da un dibattito furbescamente impostato sui sentimenti e che non tiene conto delle conseguenze sociali che l’instabilità coniugale e l’inverno demografico stanno già comportando, potrebbe costarci molto caro.

http://giulianoguzzo.com/2015/02/23/lamore-non-basta-per-un-matrimonio/
 

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