16 febbraio 2015

Libia ed Europa: la disastrosa eredità di Giorgio Napolitano

di Marco Mancini

Tra le notizie della settimana appena trascorsa, due in particolare meritano qualche riflessione.

La prima è la conquista di Sirte, in Libia, da parte dei miliziani dello Stato Islamico dell’ISIS. Sirte è la città natale del Colonnello Gheddafi, storica roccaforte dell’ex regime libico: qui lo stesso Gheddafi tentò un’ultima resistenza e fu catturato e ucciso dai ribelli a seguito di pesantissimi bombardamenti da parte della coalizione NATO.
Il ministro degli Esteri Gentiloni ha subito affermato che l’Italia non si tirerà indietro qualora risulti necessario intervenire, sotto l’egida dell’ONU, per ripristinare l’ordine e combattere la minaccia terroristica. Ha provocato l’adirata replica degli islamisti, che lo hanno definito “crociato” (troppo buoni!) e hanno ribadito le loro minacce nei confronti degli infedeli, italiani compresi.
E dire che il Colonnello ci aveva avvertito: attenzione, dopo di me sarà il caos, gli islamisti spadroneggeranno e si scatenerà l’inferno a due passi dalle vostre coste. Non abbiamo voluto ascoltarlo, non abbiamo voluto prendere atto del fatto che la Libia è uno stato artificiale, composto da tribù in perenne conflitto tra loro, dove la scintilla islamista covava sotto la cenere ed era nuovamente pronta a esplodere. Lo sapevamo, eppure abbiamo fatto finta di niente, ci siamo accodati alla ridicola guerricciola di Obama, Sarkozy e Cameron, abbiamo fornito basi e aerei per un’operazione militare che danneggiava in maniera drammatica il nostro interesse nazionale, spazzando via un regime amico per trasformare la Libia in uno Stato fallito.

La seconda notizia è la seguente: secondo l’istituto bancario Barclays, l’Italia sarebbe esposta nei confronti della Grecia per 61 miliardi di euro, destinati ad andare in fumo (o ad essere pesantemente svalutati) in caso di uscita del Paese ellenico dalla moneta unica (c.d. “Grexit”). Si tratta di una cifra pari al 3,8% del PIL, terza in valore assoluto dopo quelle di Germania (91 miliardi) e Francia (70 miliardi) e prima in relazione al PIL tra quelle dei tre principali Paesi europei. Buona parte di tale esposizione deriva dalla partecipazione italiana al c.d. fondo salva-Stati e, in generale, ai piani di “salvataggio” attuati a partire dal 2010. Di salvataggio non della Grecia, che infatti è ridotta alla canna del gas, ma delle banche francesi e tedesche, che erano pesantemente esposte verso il Paese mediterraneo e hanno potuto in questo modo disimpegnarsi accollando l’onere ai cittadini greci e ai contribuenti europei, come ben illustrato in questo grafico (fonte: goofynomics.blogspot.it):


E’ il vecchio sistema del “privatizzare i profitti e socializzare le perdite” e i nordici l’hanno applicato molto bene, scaricando su di noi il costo dei loro investimenti avventati. Ma il problema non è loro, è nostro. Chi ha garantito la piena acquiescenza dell’Italia alle politiche dell’eurocrazia, alle misure di austerità e ai piani di salvataggio, consentendo così ai creditori francesi e tedeschi di rientrare dalla loro esposizione e di scaricare il pacco ai contribuenti italiani? Chi ha preferito lasciar morire l’Italia e gli italiani in nome dell’euro, piuttosto che tutelare l’interesse nazionale a costo di determinare la rottura dell’unione monetaria?

La risposta è semplice: si tratta dello stesso personaggio che ha dato copertura politica alla partecipazione del nostro Paese all’avventura libica, superando le perplessità dell’allora presidente del Consiglio Berlusconi. E’ la persona che ha più contribuito a determinare il corso della politica nazionale dal 2010 ad oggi, vale a dire l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E i risultati delle sue scelte, compiute nel nome della “responsabilità” rispetto alla comunità internazionale e ai partner euro-occidentali, sono davanti agli occhi di tutti: un disastro totale. Napolitano sapeva quel che faceva? Conosceva di sicuro benissimo gli effetti deleteri dell’unione monetaria, come dimostra la dichiarazione pronunciata nel 1979, quando annunciò il voto contrario del PCI all’introduzione del Sistema Monetario Europeo (SME): una diagnosi molto lucida, chissà perché rinnegata negli anni successivi. E un uomo politico così esperto come lui non poteva neanche ignorare i contraccolpi della vicenda libica, sia in termini di danni agli interessi italiani che in termini di rischi per la sicurezza internazionale.

Evidentemente Napolitano ha posto l’ideologia del vincolo esterno al di sopra dell’interesse nazionale, anzi ha ritenuto che quest’ultimo consistesse per l’Italia nel rimanere legata al carro dei più potenti partner europei ed occidentali. Ha immaginato e preparato per il nostro Paese un futuro da colonia, così come aveva fatto per l’Ungheria nel 1956, con cinica e acritica adesione alle scelte del padrone di turno. Alla luce di tutto questo, se l’Italia fosse ancora un Paese serio, Napolitano dovrebbe essere chiamato a rispondere di alto tradimento, anziché essere incensato come “venerato maestro” dai media e dall’establishment.

Egli è stato il peggior presidente della Repubblica della storia, sulla scia dei predecessori Scalfaro e Ciampi. L’eredità del suo novennato al Quirinale è catastrofica, dal punto di vista economico e geopolitico come sul piano della politica interna. E se aggiungiamo il pilatesco rifiuto opposto al decreto che avrebbe potuto salvare Eluana Englaro, non si capisce davvero come un cattolico possa valutare positivamente la sua presidenza o, addirittura, ringraziarlo per il suo onorato servizio.
 

1 commento :

  1. bella la frase "superando le perplessità dell’allora presidente del Consiglio Berlusconi" per glissare sul coinvolgimento del pregiudicato nella guerra a Gheddafi

    non disse un "ma" per l'Amico Gheddafi, dopo che gli aveva offerto il giardino di una delle più belle ville romane alla tenda del colonnello e a tutto il circo che ne conseguì.

    Incluso lo show dell'Amico Cammelliere che disse "'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa»" tra gli applausi di tanti leccapiedi e un po' di hostess

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