16 marzo 2015

Giona (e Fantozzi)


di Giuseppe Signorin

I libri della Bibbia non sono semplici libri. Ma sono anche libri. In alcuni casi solo brevi racconti, come quello di Giona, poche pagine profetiche sufficienti a gettare una luce profonda su quello che accadrà a Israele – il riconoscimento di Dio da parte dei pagani, la discesa agli inferi di Cristo e la Sua Resurrezione. Ma per quanto io martirizzi quotidianamente mia moglie con dei veri e propri sermoni coniugali, non sono un teologo o un esegeta. Quello che mi interessa del raccontino di Giona è l’umorismo.

La storia è divisa in quattro capitoletti. Nel primo, Giona disobbedisce a Dio. Doveva andare nella città di Ninive a fare il suo mestiere, cioè predicare, invece pensa bene di darsela a gambe e fuggire lontano, verso Tarsis. Un po’ quello che vorrei fare io, invece di starmene qui a scrivere sdraiato sul letto di questa stanza d’albergo, in un paesino a quasi mille metri di altezza nella provincia di Vicenza, Durlo (un paesino da urlo, certo, ma forse più nel senso di Munch), mentre mia moglie canta a squarciagola alcuni salmi sotto la doccia. Andrei volentieri a Tarsis, mia moglie ha una voce poderosa sotto la doccia, non è semplice scrivere qui. Ma per fortuna è proprio la sorte di Giona a trattenermi. Dal momento in cui il nostro profeta disobbedisce e inizia a fare di testa sua, infatti, una nuvoletta nera, in stile Fantozzi, sembra piazzarsi sistematicamente sopra di lui. Gli succede di tutto. Finisce in mare aperto nel bel mezzo di una terribile tempesta che mette in pericolo di vita lui e i marinai presenti a bordo. I marinai tirano a sorte per capire se c’è un colpevole, e guarda un po’, viene fuori lui, che alla fine sbotta, vuota il sacco, confessa che sta scappando dal suo Dio e come se non bastasse consiglia ai compagni di viaggio di gettarlo in acqua per porre fine alla disgrazia in atto. Nel secondo capitoletto interviene Dio, che non sa più che pesci pigliare con il suo profeta e allora opta per un esserone enorme che se lo pappa e se lo tiene in pancia tre giorni e tre notti. Giona non ne può più, intona un cantico di lode così splendente che dovrei provare, potrebbe addirittura funzionare con mia moglie quando mi devo far perdonare qualcosa. Dio si commuove con il cantico che Giona tira fuori dal pescione e fa in modo che il profeta venga rigettato sulla spiaggia. Nel terzo capitoletto, Dio gli chiede di nuovo di fare il suo mestiere e andare a Ninive. Giona non può più scappare, accetta e compie la sua missione. Qui succede un fatto straordinario: a Ninive si convertono tutti, re compreso. Una persona normale, al posto di Giona, si sarebbe sbronzata dalla gioia per una settimana. Giona invece si prende male, non è per niente contento, si allontana dalla città, perché secondo lui Dio avrebbe sbagliato ad avere pietà di quella gente che prima di convertirsi ne combinava di ogni. Neanche mia moglie gioca a calcio balilla in maniera così masochistica e controversa e assurda come si comporta il profeta Giona. Ma Dio non si stanca, è sempre lì, fino all’ultimo. Morale della storia? Dio è grande. Noi siamo piccoli. Siamo plancton. Mia moglie ha finito di farsi la doccia. Da qualche minuto non canta più. Magari si è trasformata in un pesce e fra pochi istanti esce dal bagno, mi scambia per dell’ottimo plancton e mi mangia. No. Si sente il rumore del phon. Nulla è impossibile a Dio, ma un pesce che si asciuga i capelli, a Durlo… speriamo di no.



 

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