06 marzo 2015

Giù le mani dalle Popolari



di Alessio Calò

In tempi di grandi cambiamenti, nemmeno istituzioni secolari come le banche popolari e cooperative riescono a resistere agli assalti riformatori. Il consiglio dei ministri del 20 gennaio ha approvato infatti il decreto legge che prevede, entro i prossimi 18 mesi, la trasformazione in società per azioni delle banche popolari di grandi dimensioni (oltre gli 8 miliardi di attivo); nelle scorse settimane il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ed il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo in due diversi interventi hanno sollecitato le Banche di Credito Cooperativo a migliorare il proprio assetto organizzativo, mediante l'adozione di modelli europei che consentano di ottenere una maggiore solidità ed efficienza; martedì 17 febbraio il Direttore della medesima istituzione, Salvatore Rossi, ha illustrato il succitato decreto alla Camera dei Deputati, elogiando la bontà dell'iniziativa. Due economisti in un editoriale sul Corriere della Sera hanno addirittura suggerito al premier di avvalersi del voto di fiducia per far passare il decreto.
Ieri si è votato in commissione, e pare che il governo voglia andare avanti per la sua strada.

Vedremo invece come questa spinta al cambiamento possa rappresentare un serio problema per il sistema economico italiano, al di là dei facili entusiasmi.

In Italia esistono due tipologie giuridiche di banca, che sottendono due diverse concezioni dell'economia: le società per azioni e le cooperative. Le società per azioni – spa – sono società a scopo di lucro (puntano cioè ad aumentare il valore delle azioni e degli utili distribuiti, piuttosto che il credito all'economia), mentre le cooperative hanno uno scopo mutualistico (erogare credito ai soci, sostenere il territorio, creare occupazione); un'altra differenza riguarda il coinvolgimento nella vita dell'azienda: nelle cooperative i soci contano per testa e non per numero di azioni, ed esistono dei particolari requisiti per diventare socio (per esempio il beneplacito dei soci già esistenti), data l'importanza dell'elemento personale all'interno del mondo cooperativo; un'altra questione riguarda l'utile prodotto, che nelle cooperative deve essere parzialmente destinato a riserva oppure ad attività sociali, e solo marginalmente distribuibile ai soci, mentre nelle spa può essere facilmente monetizzabile dagli azionisti, che possono in qualunque momento vendere le azioni.

Per quanto riguarda i numeri, la cooperazione rappresenta il 40 per cento del credito italiano, e fra il 2010 e il 2013 essa ha erogato 6,3 miliardi di euro in più rispetto al triennio precedente, a fronte di una contrazione del resto del sistema bancario pari a 52 miliardi: detto in altri termini, il supporto che è mancato da parte delle banche a scopo di lucro è stato parzialmente offerto dalle cooperative, pagando questa scelta con l'aumento delle perdite su crediti, che hanno colpito il loro patrimonio.

Ora, toccando la riforma sia interessi politici di un certo peso che la libertà d'impresa, costituzionalmente tutelata, presentiamo qualche critica nel metodo e nel merito, visto anche il preoccupante tacito assenso della stragrande maggioranza dei media e dell'accademia italiani (ringraziando invece i contributi dei professori Leonardo Becchetti, Stefano Zamagni e Giulio Sapelli, fra gli altri).

Per quanto riguarda il metodo, sorprende che il segretario di un partito che si definisce democratico decida di avvalersi dello strumento del decreto legge per una riforma così delicata, senza consultare prima le associazioni di categoria né la Banca d'Italia (intervenuta solo ex post); pare piuttosto che il presidente del consiglio sia più ricettivo alle indicazioni delle istituzioni europee (Commissione e Banca Centrale) e internazionali (come il Fondo Monetario Internazionale). Sicuramente vi è stato un problema di incapacità di riforma da parte delle associazioni bancarie (sono venti anni che si parla di riforma delle Popolari e degli aggiustamenti sono necessari), ma questo non può permettere l'esclusione dei corpi intermedi dalla partecipazione e dal coinvolgimento democratico (così come è già successo ai sindacati in occasione del Jobs Act), a scapito della sussidiarietà e del pluralismo economico. Inoltre, il decreto andrebbe ad alterare il meccanismo selettivo del mercato (che premia chi riesce a sopravvivere al gioco della concorrenza) e a calpestare la libertà di auto-organizzazione dei corpi sociali, con una spinta uniformista che metterebbe in pericolo tutto ciò che non si allinea al diktat europeo, cancellando culture e istituzioni secolari con un tratto di penna.

Passiamo ora alle critiche sul merito del provvedimento. L'obiettivo che il governo intende perseguire attraverso questo decreto è quello di “garantire che la liquidità disponibile si trasformi in credito a famiglie e imprese e favorire la disponibilità di servizi migliori e prezzi più contenuti”, anche se è chiaro che questo sia un obiettivo secondario rispetto a quello della solidità patrimoniale degli intermediari finanziari.
Per quanto riguarda l'obiettivo dell'esecutivo, possiamo affermare con certezza l'inesistenza di evidenze empiriche che dimostrano che l'assetto cooperativo delle popolari freni o renda più costoso il credito. Anzi, l'aumento della concentrazione del mercato del credito, che aumenta il rischio sistemico (ovvero che le crisi delle banche “too big to fail” diventino degli tsunami per il sistema economico) e diminuisce la concorrenza nell'erogazione dei servizi, non avrebbe affatto delle ricadute positive sull'economia italiana, caratterizzata dalla presenza di piccole e medie imprese che necessitano di interlocutori a loro vicini. Tra l'altro, i risultati dell'AQR, le recenti “ispezioni europee”, i cui risultati sono stati diffusi a inizio novembre, non hanno mostrato grandi differenze tra le banche italiane. E anche le recenti notizie di cronaca pare che non stiano facendo sconti a nessuno.

Tornando all'obiettivo della solidità patrimoniale, il provvedimento permetterebbe alle istituzioni estere di acquisire le azioni delle neo-trasformate banche (scenario gradito agli operatori di borsa, visto l'aumento dei titoli azionari e le recenti uscite delle agenzie di rating) e quindi ripatrimonializzarle, con l'effetto collaterale di scardinare i blocchi di potere e far ripartire il credito all'economia. Qui però ci possiamo chiedere se effettivamente la trasformazione in società per azioni sia l'unico modo per risolvere questi problemi: non è infatti vero che l'ingresso di nuovi soci tutelerà dalla comparsa di nuovi blocchi di potere (sono dinamiche che riguardano anche banche non cooperative), né che le future banche, una volta controllate da istituzioni estere, manterranno e investiranno i capitali in Italia (li utilizzeranno piuttosto con la logica della massimizzazione del profitto), né che il credito ripartirà, perché bisogna creare le condizioni di sistema affinché le imprese italiane ritornino ad investire. Per quanto riguarda la difficoltà intrinseca di aumentare il patrimonio delle banche cooperative, è vero che la natura comunitaria e la forma giuridica non permette molto facilmente la ricapitalizzazione delle banche, ma non è impossibile, visto che tutte le maggiori banche popolari hanno raccolto i capitali necessari nel corso dell'ultimo anno e mezzo (a differenza di altre banche che, non trovando nessuno disposto a prendersele, sono state sostanzialmente nazionalizzate). Infine, la questione non è nemmeno quella della grandezza delle popolari e della conseguente incapacità a sostenere il territorio, visto che, come ricordato sopra, è stato l'intervento delle cooperative che ha sostenuto l'economia nel momento in cui le banche efficienti tiravano i remi in barca, ed è proprio questo sostegno al territorio che ha colpito il patrimonio delle banche cooperative.

Sono anni che le succitate istituzioni internazionali (e i loro burattini) ci spolpano, attaccando le nostre forme di democrazia economica, imponendoci una fallimentare moneta comune, costringendoci a riforme economiche a perdere. Sarebbe ora di svegliarsi.
 

1 commento :

  1. Ottima l'analisi di Calò. E il tema non deve sembrare estraneo a un sito come questo. Come ben illustrato, l'attacco politico e legislativo alle popolari ha come scopo quello di consentire l'aggressione da parte della grande finanza a quello che rimane di un circuito virtuoso "risparmio-credito-investimenti" rappresentato proprio dalle banche popolari e di credito cooperativo. Sottratte, proprio grazie al voto capitario e a quanto rimane delle "clausole di gradimento", alla perversa logica speculativa e di brevissimo periodo dei fondi speculativi espressioni delle note lobby e di una logica turbo-capitalista. Difendere le banche popolari significa difendere il territorio, i corpi intermedi, la piccola e media industria, i risparmiatori, ai quali, normalmente, le banche popolari non hanno venduto prodotti finanziari tossici, inquinati di derivativi e scatole cinesi, al contrario delle grandi banche.
    E' una battaglia di civiltà, per difendere i nostri risparmi, le nostre piccole aziende, le nostre case:
    "Con usura nessuno ha una solida casa
    di pietra squadrata e liscia
    per istoriarne la facciata".
    Ezra Pound, Cantos, canto Canto XLV

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