08 marzo 2015

Per rispettare veramente la donna



di Giuliano Guzzo

Più ci si avvicina all’8 marzo e più cresce l’avvilente presagio del sermone mediatico che, ancora una volta, ci toccherà: la donna ha ancora pochi diritti, il mondo è sessista, la parità purtroppo lontana. Il tempo passa ma la musica, suppergiù, rimane questa. E sarebbe essere un problema tutto sommato relativo, da affrontare armati di pazienza, se non vi fossero all’orizzonte sempre più segnali di un degrado della condizione femminile ben più seri del mancato utilizzo, da parte degli italiani, di termini quali “ministra” o “prefetta” o “capa”; sì, perché anche se può sembrare assurdo – e in effetti lo è – l’ultima battaglia del femminismo 2.0 è la modifica del vocabolario comune. Il problema della discriminazione ai danni della donna, viene detto, deriva anzitutto dal linguaggio, l’ultima fortezza sessista ancora da espugnare. La realtà però è ben diversa; e non perché il linguaggio di per sé non conti nulla o sia da ritenersi neutro a priori, intendiamoci.

La realtà è diversa perché sono proprio le cosiddette conquiste civili a favore della donna, oggi, le peggiori minacce alla sua dignità. Prendiamo l’aborto legale: non solo non vi sono più evidenze per asserire che la legalizzazione dell’aborto riduca la mortalità materna, ma ve ne sono una marea – anche se è sconveniente dirlo, e difatti non lo si dice – che sottolineano in modo netto il legame fra la soppressione prenatale del proprio figlio e conseguenze quali maggiori rischi di tumori al seno, di isterectomia post-partum, placenta previa, depressione, abuso di sostanze. Senza dimenticare che, se si prende in esame quanto accade da tempo in Asia o in alcune comunità di immigrati presenti in Europa, con particolare riferimento al sex ratio – il rapporto tra maschi e femmine alla nascita, che in condizioni normali è di 105 a 100 –, si scopre come l’aborto legale sia ormai un micidiale metodo di decimazione delle nascite delle bambine, selettivamente eliminate in quanto tali.
Sempre in tema di aborto, sarebbe poi da capire dove stia la civiltà di un Paese che da un lato lo sovvenziona e, con pillole quali la Ru-486 o EllaOne, ne espande le opzioni procedurali ma, dall’altro, alla tutela della maternità anche in ambito lavorativo riserva briciole o, peggio, inizia a promuovere il social freezing, ossia quel congelamento di ovociti finalizzato a rimandare in maniera indefinita la gravidanza e che rafforza la sottomissione femminile al lavoro, del quale si stabilisce così il primato sulla famiglia. Non meno dolorosi, per chi ha a cuore la dignità femminile, sono inoltre i versanti della fecondazione extracorporea e dell’utero in affitto, che vedono il corpo femminile nel mirino rispettivamente della tecnologia e del mercato. L’ordinamento italiano, va detto, ancora non ammette l’utero in affitto – la Cassazione ha anzi ribadito che «il divieto di pratiche di surrogazione di maternità è certamente di ordine pubblico» (Sent. 11.11.2014 n. 24001) –, ma le resistenze culturali a questa pratica rischiano di indebolirsi; non a caso la moratoria promossa da “La Croce” verte sul tema.
Da ultimo, ed è forse l’aspetto più grave, non si può non osservare come il fronte culturale che – lo si diceva all’inizio – non sembra avere altre preoccupazioni, per promuovere il rispetto della donna, che quella linguistica, sia indifferente o addirittura promuova le istanze gender, che com’è noto negano la differenza fra maschile femminile se non nell’ambito di convenzioni culturali rispetto alle quali la biologia avrebbe ben poca rilevanza. Com’è possibile dunque accettare proclami sulla dignità femminile dalla stessa cultura che intende liquidarne l’identità come inganno? Fino a quando potremo sopportare lezioni moraleggianti contro il dizionario sessista da coloro che, potessero, rimuoverebbero domattina ogni elemento di femminilità? Sono domande certamente scomode e forse anche provocatorie, ma con le quali è doveroso fare i conti non già per lesinare omaggi alla donna, bensì per salvaguardarne la specificità, per evitare che la sospirata parità conduca all’omologazione, e la lotta contro la discriminazione sessuale all’indifferentismo.
 

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