25 marzo 2015

Sulla legittimità di dirsi tradizionalisti

Il prof. Fabrizio Cannone (Roma, 1974), nostro collaboratore, ha avuto uno scambio teologico con il noto filosofo mons. Antonio Livi (Prato, 1938) sulla legittimità - per un cattolico che voglia manifestare la propria fedeltà alla Tradizione e al Magistero - di dirsi ‘tradizionalista’. Credendo di fare cosa gradita ai nostri lettori, riprendiamo e pubblichiamo questo interessante dibattito introdotto dallo stesso Livi.

In questa sede ho spiegato più volte che la “difesa scientifica della verità cattolica”, scopo dichiarato della nostra Unione, ci mette in netta contrapposizione con tutte quelle forme di ideologia riformista o progressista che rappresentano oggi la reviviscenza del modernismo condannato da san Pio X. Questa ideologia, che mira a eliminare la normatività dottrinale del dogma e la sua funzione di orientamento di tutta la pastorale della Chiesa, è oggi dominante, non solo tra i teologi e nelle istituzioni accademiche ma anche tra molti vescovi, in intere conferenze episcopali e tra alcuni membri del Sacro Collegio. Questo è il motivo per cui ho sempre dedicato i maggiori sforzi alla difesa della fede cattolica dall’eresia modernistica attraverso una critica rigorosa (“scientifica”) degli errori di metodo e di contenuto che inficiano le sue proposte, sia teoretiche che pragmatiche. Lo testimoniano le mie opere sistematiche (a cominciare del trattato su Vera e falsa teologia) nonché gli interventi di critica teologica occasionale pubblicati in questo e in altri siti. I cattolici che amano definirsi “tradizionalisti” mi hanno sempre apprezzato e sostenuto in questa mia battaglia culturale, ma non comprendono perché non voglia anch’io definirmi “tradizionalista” e perché abbia addirittura classificato il tradizionalismo tra le forme di difesa della fede cattolica che confidano più nella forza comunicativa e operativa dell’ideologia che nella forza delle argomentazioni che si limitano a ciò che può esser affermato con assoluta certezza in base alla “scienza della fede”, ossia a una corretta interpretazione del dogma. Le tesi e le iniziative pubbliche dei tradizionalisti mescolano inevitabilmente la teologia con la sociologica, il dogma con le libere opinioni teologiche, la dottrina della fede con la disciplina ecclesiastica, la religione con la politica. Sono modi di difendere la fede che io rispetto ma che non posso condividere in toto, ragione per cui non milito in quella corrente che si autodefinisce “tradizionalista”. Ciò non significa critica o tanto meno disprezzo, ma solo coerenza con il metodo di difesa della fede che io ritengo più consono alle mei competenze scientifiche e anche più utile alla causa. Del resto, la forza delle argomentazioni scientifiche sta proprio nel fatto che chi le propone non pretendere si ottenere il consenso con il prestigio della scuola di pensiero cui appartiene o con i risultati visibili delle iniziative del groppo sociale che lo sostiene pubblicamente. Perché presentarmi come “tradizionalista” quando basta presentarsi semplicemente come un sacerdote cattolico sollecito del bene delle anime – la cui salvezza dipende esclusivamente dall’accettare e dal vivere integralmente la fede della Chiesa – il quale intende solo richiamare i fedeli alla conoscenza del dogma (termine teologicamente più preciso di “tradizione”) e alle sue legittime interpretazioni e applicazioni pastorali (quelle sancite dal magistero ecclesiastico solenne e ordinario) senza dare ascolto ai cattivi maestri e ai falsi profeti.
Ritengo utile, ai fini di un ulteriore chiarimento di questa mia posizione, riportare qui appresso il dialogo costruttivo che ho sostenuto recentemente con un intellettuale laico, il dottor Fabrizio Cannone, il quale mi ha interpellato su questo argomento.

Caro monsignor Livi,
da anni la seguo e la stimo grandemente. Anche lei un minimo mi stima come disse una volta a mia moglie a margine di una conferenza. Proprio per questo non ho condiviso affatto questa assoluta identificazione che lei fa del termine tradizionalista con una visione ideologica del cattolicesimo. Sembra quasi che se uno si dichiara cattolico e basta sia alieno da rischi di natura dottrinale e se uno usa un neologismo sarebbe per forza di cose un ideologo della fede (senza nessuna teologia alle spalle). Da vent’anni circa studio teologia ogni giorno e non ho alcun problema a definirmi tradizionalista. Se i termini facessero problema allora avrebbero sbagliato anche i Papi: Pio X in un discorso disse che i veri amici del popolo non erano i riformatori ma i tradizionalisti, e altre volte disse che di termini come “papista” bisognava farsene un vanto. Pio IX esaltò i cattolici “intransigenti” che si definivano loro stessi così. Anche BXVI ha parlato di riforma nella continuità: se uno identificasse la continuità con la tradizione, come faccio io nel senso teologico della Tradizione della Chiesa, potrebbe invece che dirsi continuista, che suona male, dirsi tradizionalista. Dov’è l’eresia?
In un piccolo studiolo su Fides Catholica avevo risposto positivamente a questa domanda: “E’ lecito nella chiesa attuale dirsi tradizionalista?”. Oltre a ragionamenti sulla bellezza e la pregnanza di un termine che ha un valore anche culturale, facevo notare che la parrocchia personale affidata alla Fraternità s. Pietro nel centro dell’Urbe per volontà diretta di BXVI era stata eretta “per la comunità dei fedeli tradizionalisti” (dal Decreto pubblicato sulla rivista diocesana di Roma). Non sono lefevriano né sedevacantista, ma non mi pare in nulla ideologico l’uso di quel nomignolo, assai diffuso in Francia tra i migliori cattolici detti comunemente ‘tradis’ (per abbreviazione di traditionnalistes). Rischi di natura dottrinale sono indipendenti dall’uso dei termini: la stragrande maggioranza dei modernisti, antichi e moderni, non si chiamavano modernisti, ma lo erano nel senso della Pascendi.
Mi creda davvero dispiaciuto per questa sua presa di posizione, che vuole sottolineare una impossibile equidistanza (tra chi vuole difendere la Tradizione e chi vuole demolirla): la Chiesa è sofferente e l’eresia abbonda (secondo quanto dice il Cavalcoli in Il problema dell’eresia oggi) non per fantomatici tradizionalisti (inesistenti o quasi), ma per la valanga del progressismo, del relativismo e del modernismo.
Con stima, rispetto, ammirazione,
Fabrizio

Carissimo Cannone,
La ringrazio di avermi scritto, e desidero risponderLe con calma e completezza, perché la questione da Lei sollevata è quella che mi preoccupa di più in questo periodo, essendo essa legata alla tragedia che la pastorale sta vivendo da alcuni anni a questa parte. E io vivo il mio sacerdozio, ivi compresa l'attività accademica, solo per la pastorale, ossia per l'annuncio del Vangelo a tutti e con tutti i mezzi.
Prima di risponderle in modo sistematico, Le chiedo se ha letto il mio articolo sull'Isola di Patmos nel quale spiegavo perché non desideravo essere etichettato, nel mio servizio pastorale alla retta interpretazione della fede, né come progressista né come tradizionalista. Scrissi quell'articolo per non provocare confusione nei lettori, e anche per indurre gli altri due redattori della rivista telematica e smetterla con la loro polemica disgustosa contro i tradizionalisti, identificati in blocco con i lefebvriani. L'inutilità del mio sforzo di prudenza pastorale non ha sortito alcun effetti, come Lei avrà capito leggendo il commiato dall'Isola di Patmos, che gli altri due hanno avuto almeno la bontà di pubblicare (e ancora è leggibile nel sito).
Se mi risponde dicendomi che ha letto quei testi e che ciò nonostante non approva la mia posizione, allora vuol dire che davvero devo spiegarmi meglio, sia con Lei che con tante ottime persone che nella sostanza sono d'accordo con me, come io son d'accordo con loro. Restano solo equivoci lessicali e ambiguità concettuali determinate dalla presente situazione ecclesiale.
La coerenza della mia impostazione dottrinale la trova consultando il sito www.fidesetratio.it
A presto. Attendo una Sua breve risposta in merito, e nel frattempo restiamo spiritualmente uniti nell'amore per la Chiesa: amore effettivo e sincero che realmente ci ha tenuti uniti sempre, malgrado quello che Lei ha potuto sospettare.
Dio La benedica!

Caro mons. Livi,
ho letto quell’articolo e proprio per questo le ho scritto. Non ho dubbi sulla sua coerenza dottrinale e rara e coerente visione teologica cattolica. La rarità della sua visione sta nel fatto di essere legata alla Tradizione, Tradizione odiata dal progressismo, dal relativismo, dal fideismo odierno. Per me lei proprio lei merita, perché è un punto d’onore e un fiore all’occhiello, la qualifica di tradizionalista!!
Io stesso non mollerò mai questo termine nobile. Ancora un esempio storico: il ‘Sodalitium pianuum’ di mons. Benigni era certamente sostenuto da Pio X (con vari rescritti autografi e con delle donazioni periodiche). Ebbene, essi si definivano ‘cattolici romani integrali’. Certo, cattolico in astratto potrebbe bastare: ma tutti noi viviamo nel concreto… In ogni caso mi pare davvero assurdo il dire che se uno si definisce tradizionalista (mi pare che Paolo VI definì una volta la Chiesa come ‘conservatrice intransigente’) sarebbe fuori dall’ovile o avrebbe una visione ideologica della fede. Questo per me è assurdo. Anche milioni di coloro che si definiscono cristiani sono devianti, ma allora dovremmo per evitare confusioni rifiutare un termine che evidentemente ci ricollega al Maestro? Per me sarebbe magnifico sei lei spiegasse sul blog in che senso e in che modo (coi distinguo che lei sa fare da par suo) si può dirsi tradizionalisti. Ma appunto in che senso si può e forse si deve.
Cito da un testo di Cavalcoli intitolato Per la pace nella chiesa: ‘Esiste un sano tradizionalismo, in comunione con la Chiesa’. Meno male!! Non esistono solo i lefevriani a usare quel termine!!
Attendo sempre il suo chiarimento.

Carissimo Cannone,
anche il cardinale Burke, se è per questo, parla positivamente di "tradizionalisti". Le spiego meglio la mia posizione. Abbia la pazienza di leggere quanto segue. Gli amici di Alleanza Cattolica scrissero sulla rivista Cristianità, recensendo favorevolmente il mio trattato Filosofia del senso comune, che io mi potevo considerare, come si considerano loro, “tradizionalista”. Il motivo? Aver dimostrato che - da un punto di vista strettamente logico – non è possibile negare la trascendenza e la validità perenne delle certezze del “senso comune”, che sono di fatto la premessa razionale sia della scienza (riflessione sull’intero dell’esperienza o su alcune sue parti) che della fede nella rivelazione. Ma questa dottrina, che smentisce il relativismo, può essere etichettata come “tradizionalismo” solo se la si vede in contrapposizione all’ideologia dello storicismo e dunque anche del progressismo teologico. Ammetto che la mia posizione possa essere vista e anche utilizzata, dialetticamente, in questo rapporto con il maggiore conflitto ideologico in atto oggi nella Chiesa; ma ciò non toglie che io non desideri limitarmi a questo aspetto contingente e che quindi consideri superflua questa aggettivazione, ché anzi la rifiuto per me in quanto può offuscare il carattere scientifico e non – appunto – ideologico della mia tesi, peraltro fondamentale anche in rapporto alla necessaria ricostruzione della teologia fondamentale (o apologetica) su basi solide.
Ma a questo punto occorre chiarire in quale senso io parlo di “ideologia”. Certamente, riguardo ai cattolici che si definiscono “tradizionalisti” io non uso questo termine in un senso negativo, e tanto meno dispregiativo. Lo uso in un senso epistemico molto preciso (e necessario al dialogo culturale), anche se poco condiviso, perché da Marx i poi “ideologia” è venuta a significare qualunque teoria che non sia la “scienza” del materialismo storico e dialettico, ossia il marxismo. Invece proprio il marxismo è la prima grande ideologia nel senso che io dò al termine, come insieme di analisi e di sintesi teoriche che pretendono di essere “scienza” – e quindi si presentano come verità apodittica e reclamano il consenso di tutti - ma non rispettano l’esigenza primaria di ogni vera scienza, che è la capacità di giustificare ogni singola affermazione, sia di tipo fenomenologico che di tipo ermeneutico. L’ideologia è dunque un’opinione, a volte rispettabile e a volte inammissibile, la cui caratteristica fondamentale è di mirare al consenso per motivi pragmatici, a volte nobili e a volte ignobili, proprio in forza della sua apparente qualità di scienza.
Io applico questa categoria epistemica a molta parte della filosofia contemporanea e anche della teologia. Ma la applica anche a le correnti di opinione, maggioritarie o minoritarie, che nella Chiesa oggi si contrappongono, ossia appunto al progressismo e al tradizionalismo. Che la applichi al progressismo significa che intendo difendere la fede del popolo di Dio dalle arbitrarie interpretazioni della vita ecclesiale e in particolare del magistero solenne e ordinario degli ultimi tempi. Si tratta di interpretazioni, non solo arbitrarie (perché basate sul falso dogma filosofico dello storicismo dialettico, quale è professato da Hans Küng), ma anche mirate a promuovere nell’opinione pubblica cattolica un consenso sempre più ampio alle tesi ereticali, il che è quanto di più contrario al bene della Chiesa si possa pensare e fare. Per contrastare tale ideologia combatto da anni con la armi della logica epistemica, capaci –ne sono convinto e chi mi legge mi dà ragione – di de-costruire i le false o almeno parziali analisi testali e soprattutto i falsi argomenti della retorica progressista. Nel fare tale critica dell’ideologia progressista mi colloco a mia volta in un ambito ideologico, quello dei tradizionalisti? No, perché mi limito a operare, con tutto il rigore possibile (e con tuta la passione per la verità della fede che mi muove come la ragione della mia vita), nel campo del quale sono competente, quello della scienza filosofica (logica e metafisica).
E perché chiamo talvolta “ideologia” anche la posizione dei tradizionalisti, che pure sono animati a dalle mie medesime intenzioni? Perché talvolta anche i tradizionalisti non si limitano a quanto ognuno di loro può sapere e dire con rilevamenti davvero scientifici (sulla base della loro competenza specifica, ad esempio Roberto de Mattei come storico) e argomentazioni teologicamente rigorose (rispettose della logica aletica e dell’ermeneutica della fede) ma estrapolano da dati inevitabilmente parziali conclusioni generalizzate (di carattere esegetico) sulla conformità dei documenti del Vaticano II con la Tradizione, assieme conclusioni generalizzate (di carattere socio-religioso) sulla situazione di fatto nella Chiesa cattolica, confrontandola con quella rilevabile prima del Vaticano II. Sono induzioni e deduzioni legittime, beninteso, ma solo come opinioni prive di fondamento certo, anche se formulate da persone di indubbia onestà intellettuale e di solida formazione dottrinale. Se tali opinioni, che per la loro stessa natura non hanno la garanzia di un fondamento scientifico pubblicamente comunicabile e condivisibile, vengono presentate con la pretesa di proporre a tutti i cattolici una verità apodittica, ecco che allora assumono i connotati dell’ideologia: un’ideologia, in questo caso (il caso dei tradizionalisti che io conosco, apprezzo e frequento) che diffonde opinioni del tutto rispettabili, anzi talvolta convincenti, persino condivisibili da parte di tutti i cattolici sensibili ai problemi della pastorale, ma pur sempre un’ideologia, che si costituisce come tale nel momento stesso di darsi un nome – quello di “tradizionalismo” – che vorrebbe essere comprensivo di tutte le varie tesi e di tutti i loro rispettivi autori. Questo è il vero motivo per il quale rifiuto per me l’etichetta di “tradizionalista” e non accetto “in blocco e a scatola chiusa” le tesi dei tradizionalisti. Tante volte mi sono trovato d’accordo con alcuni di loro, ed essi con me, su singole tesi dottrinali e su singole iniziative culturali, ma non posso condividere altre tesi che risentono delle premesse ideologiche di partenza. Non posso condividere, in generale, il metodo troppo “politico” (troppo legato alla necessità di semplificare il linguaggio per esigenze di comunicazione socio-culturale in una realtà dominata dal potere mediatico dei progressisti) di difesa della Tradizione cattolica. I tradizionalisti – dei quali condivido in pieno gli intendimenti apostolici - hanno tutto il diritto di adottare questo metodo dialettico, ma io mi attengo sempre a un metodo diverso, lavorando per quella “difesa scientifica della verità cattolica” che è lo scopo della mia Unione Apostolica “Fides et ratio”.

Sintetizzo in alcuni punti quanto lei ha scritto.
1. Il termine di tradizionalismo e tradizionalista in sé non ha una valenza negativa. Anzi racchiude valori e concetti alti e nobili.
2. Questo termine dunque anche vedendo l'uso di neologismi fatti nella storia dai cattolici può essere usato in chiave apologetica o sanamente polemica.
3. Certi tradizionalisti usano a volte argomenti e analisi né ben fondate nel dogma né ineccepibili sotto il profilo filosofico.
4. La chiesa è colpita nel suo cuore oggi da tendenze e orientamenti che nulla hanno a che fare con il tradizionalismo anzi ne sono la perfetta negazione come il modernismo il relativismo il soggettivismo morale etc.
5. La conclusione è mia: visti i punti sopra esposti cerchiamo di migliorare le argomentazioni dei tradizionalisti, evitiamo di usare troppo tale termine (che io uso quasi solo in privato) e soprattutto restiamo uniti e fermi nella lotta apocalittica tra gli amici di Dio, della Chiesa e della Tradizione, e i nemici di Dio.

Caro Cannone,
Lei, da persona intelligente e di fede sicura, ha compreso bene quello che io volevo dire. Le saranno parse eccessive tante complicate considerazioni, ma il problema sta tutto qui: se si vuole parlare di ciò che è la fede necessaria alla salvezza (che molti chiamano la "tradizione"), esigendo il consenso di tutti i cattolici (non solo quelli di una parte o fazione o corrente) bisogna distinguerla accuratamente dalle opinioni o interpretazioni ipotetiche, che possono essere legittime ma non coincidono con il dogma. Fare queste distinzioni non è dovere di tutti, ma lo è per me, per l'apostolato della dottrina che svolgo, e quindi si capisce che io perda tanto tempo (e lo faccia perdere a buoni amici come Lei) per giustificare la mia scelta di restare nel recinto del dogma, pur rispettando e condividendo, se del caso, opinioni altri in materia di fede e di pastorale.

Con rinnovati sensi di sincera stima e di immutabile cristiana fraternità.

 

2 commenti :

  1. Ha ragione Livi , troppe salamelle spacciate per dogma nella galassia tradizionalista , commistioni di bottega , censurette da quattro soldi , sagre della porchetta , parenti , amici , ecc. ecc. specie sul web. Questo ha impedito la nascita di una vera area culturale di ispirazione cattolica in grado di avere un certo peso in tutte le circostanze.

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  2. Va bene. Mons. Livi, giustamente compreso nei suoi doveri di stato, prende, sia pure con rispetto, le distanze dal termine "tradizionalista". Comprensibile, persino giustificabile.
    Ciononostante, io continuerò a definirmi "tradizionalista". Orgogliosamente e , se necessario, anche rabbiosamente: lo necessitano il contesto attuale, l'apostasia dilagante, il costante attacco di presuli, conferenze episcopali, persino Cardinali alla dottrina tradizionale della Chiesa. Lo necessitano le ambiguità conciliari e le aberrazioni post-conciliari. Lo necessita lo stato miserabile della Liturgia, dopo l'abbandono della S. Messa di sempre. Lo necessita il fatto che la Tradizione è una delle Fonti, con la Parola, della Rivelazione.
    Se non si crede nella Tradizione, incorrotta e incorruttibile, immutabile, fonte metafisica di Verità, semplicemente non si è cattolici.

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