02 aprile 2015

Apologia dell’agnello pasquale


di Alessandro Rico

È notizia recente la proposta di legge di Michela Brambilla, che condannerebbe a due anni di reclusione chi mangia il coniglio, tenero animale da compagnia che merita quindi le stesse tutele giuridiche di cani e gatti. Spaventosa è la prospettiva illiberale di uno Stato che si ricorda di essere etico quando vuole decidere cosa possiamo mangiare‚ e non quando nelle scuole pubbliche si insegna la dottrina gender. In realtà si tratta solo di una delle tante tiritere animaliste che subiremo durante le festività pasquali, quando le bacheche dei social network si riempiranno di commoventi immaginette di agnelli da salvare dal mattatoio. Da qualche anno a questa parte sembra proprio che l’umanitarismo liberal, tanto di moda negli ambienti più all’avanguardia di Europa e Stati Uniti, si sia spinto così in là da far rientrare nella categoria dell’umano anche gli animali. Ne è un esempio piuttosto celebre il filosofo australiano Peter Singer, tra i massimi esponenti della corrente intellettuale devota alla causa degli animal rights – anche se fonti ufficiose ci assicurano di averlo visto gustare una bella bistecca. In fondo, è il prevedibile approdo del materialismo sensistico del mondo moderno, in cui non c’è più posto per l’idea di una creazione ordinata e disposta finalisticamente, né per la fede in un’anima razionale che distingue uomo e bestia. Contano solo i sensi, ossia in che misura si può assecondare la ricerca del piacere; e in ciò non ci sono soglie che dividono l’animale dall’essere umano – qualcuno direbbe che un pastore tedesco adulto ha la stessa intelligenza di un bambino di tre anni. 
Eppure, c’è tutto un sistema di significazione attraverso il quale diamo un nostro senso al mondo, tutto un universo cognitivo che ci separa dagli animali, al punto che Wittgenstein, nelle sue Ricerche filosofiche, poteva affermare che “anche se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo”. Questo mondo è il nostro mondo e ha un certo senso per noi, e solo dentro questo nostro senso ci sono “loro”. Che posto occupano allora gli animali? Possono essere sfruttati, maltrattati come oggetti? Il filosofo conservatore Roger Scruton offre forse la risposta più convincente alla pletora di buonisti, dalla Brambilla ai vegani di Facebook. Gli animali sono nostri amici, ma trattarli da amici significa rispettare la verità della loro condizione. Essi non sono passibili di scelte morali, neppure potenzialmente. Pertanto può essere discutibile una certa modalità industriale di impiegarli, come l’allevamento in batteria; al contrario, i metodi tradizionali di allevamento, in cui l’animale vive nel suo ambiente prediletto, indisturbato fino al momento della macellazione, rispondono perfettamente all’ordine (e alla gerarchia) della natura. In questo quadro si inserisce anche la cultura venatoria, oggetto di attacchi feroci da parte degli animalisti, che evidentemente non hanno coscienza di quanto il vero cacciatore ami e rispetti l’ambiente, inserendosi al posto giusto in quella che una volta si chiamava catena alimentare – a differenza di certi ambientalisti che per salvare una specie di pesci porterebbero alla rovina un intero ecosistema.
A ciò si aggiunga che l’agnello di Pasqua veicola un profondo significato spirituale‚ quello dell’Agnello di Dio che col suo sacrificio dona salvezza agli uomini. Da questo punto di vista quell’arrosto segnala un profondo cambiamento nella sensibilità religiosa dei cristiani‚ che agli animalisti dovrebbe piacere: la fine di ogni olocausto‚ sostituito una volta per tutte dalla morte del Figlio di Dio. In effetti‚ verrebbe da chiedersi quanti dei sostenitori dell’etica animale si sarebbero dissociati dalla condanna sommaria di quell’Agnello‚ il Cristo appeso alla croce a soffrire per la nostra redenzione. Perché l’esito di queste morali senza Dio‚ che pure partono da premesse tanto umanistiche da radunare in unico abbraccio anche cani e capretti‚ è di sottrarre all’uomo la sua posizione speciale‚ specie quando la persona si trova in condizioni di particolare invisibilità‚ debolezza o malattia. Si può uccidere un feto e sopprimere un malato‚ ma guai a cuocere gli arrosticini. E allora‚ da buoni cristiani‚ sediamoci con la famiglia‚ ringraziamo Dio e godiamoci l’agnello pasquale. Prima che ci vietino pure questo.

 

1 commento :

  1. Incondizionatamente d'accordo. L'animalismo nulla è se non una tragica negazione della gerarchia del Creato e delle conseguenti, necessarie differenze ontologiche delle creature. L'affetto per gli animali - o meglio, per alcuni animali - è comprensibile e persino apprezzabile, ma questo sentimento non ci deve far dimenticare che l'Universo è stato creato, biblicamente, in funzione dell'uomo e per l'uomo.
    L'animalismo, il vegetarianismo, l'idolatria per la natura, l'equiparazione dell'uomo a ogni altro essere vivente rappresentano non solo una folle negazione della realtà, non solo una perversa e insensata ideologia anti-umana, ma anche un gravissimo rischio totalitario, come ben dimostrano le demenziali proposte della Brambilla, che rappresentano il lato "moderato" e "legalitario" dell'eco-terrorismo e delle sempre più diffuse attività e violenze animaliste ed ecologiste, da Greenpeace a Earth first agli assaltatori di allevamenti di animali.

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