22 aprile 2015

Ecco dove ci porterà il “divorzio breve”



di Giuliano Guzzo 

Dopo l’approvazione del ddl sul “divorzio breve” al Senato, in attesa che il testo passi in terza lettura alla Camera, è più che mai il caso di interrogarsi sulle possibili conseguenze che un simile provvedimento, una volta pienamente in vigore, potrà determinare, soprattutto alla luce dell’ipotesi – da molti considerata plausibile – secondo cui, per le coppie italiane desiderose di continuare ad amarsi, non cambierà nulla, essendo la novità riservata a coloro che già intendono lasciarsi e si ritrovano purtroppo impigliati in un iter lungo ed economicamente costoso. Le cose stanno veramente così? Davvero facilitare gli addii non comporta alcun tipo di effetto? Un rapido sguardo alla situazione internazionale potrebbe aiutare a capire. Iniziamo con il considerare il caso della Spagna. Da quelle parti, grazie al governo progressista guidato da Josè Luis Zapatero, dal 2005 il divorzio express è realtà essendo la fase della separazione meramente eventuale. Ebbene, gli esiti di questa novità non si sono fatti attendere: 1.343.760 di rotture coniugali fra il 2003 ed il 2012 (la quasi totalità determinate dal “divorzio breve”) con l’aumento vertiginoso di quelle conflittuali – furono il 35,52% del totale nel 2004, sono state il 40,74% nel 2012 (Instituto Política Familiar, 2013). A ciò si aggiunga il consistente flusso dei cittadini volati dall’estero in terra spagnola appositamente per portare a termine prima il loro divorzio – si stimano 2.000 italiani solo nell’ultimo quinquennio – e il risultato finale è purtroppo servito: in Spagna, oggi, finisce un matrimonio ogni 4 minuti.
Un altro caso utile da esaminare è quello svedese. In Svezia per divorziare non vi sono particolari difficoltà da affrontare: niente tribunali, notai, avvocati, per capirci. Chi è intenzionato a lasciare il proprio marito o la propria moglie, infatti, può recarsi in Comune e dichiarare finito il matrimonio; un funzionario annoterà nel registro e seduta stante accorderà il divorzio: un’immediatezza che in Italia, c’è da scommetterci, molti guarderanno con invidia. Anche in questo caso la possibilità offerta dalla legge sembra purtroppo essersi tradotta in tendenza di massa: solo nell’anno 2013 oltre 25.000 matrimoni sono finiti in divorzio. Un dato impressionante che – stando a quanto osservato dall’Ufficio statistico svedese – non si era mai registrato dall’anno 1975 (Statistiska centralbyrån, 2014). Altrettanto preoccupante, se non di più, è inoltre il caso della Danimarca dove, dal luglio 2013, è possibile divorziare on-line, tramite firma elettronica, senza così dover neppure più incontrare l’ex partner. Una possibilità, questa, che più di qualcuno giudicherà ancora più efficiente e meno ipocrita delle altre presenti nel panorama internazionale, dal momento che riduce al minimo l’iter che precede l’ufficializzazione della fine di un matrimonio. Il prezzo di questo “progresso civile”? Eccolo: il 2014, per i danesi, è stato l’anno record dei divorzi, con una percentuale di rotture coniugali mai vista ed un tasso di divorzi cresciuto del 23% rispetto ai dieci anni precedenti, in particolare fra i più giovani, di età compresa cioè tra 20-29 anni, fra i quali si è registrata una percentuale di divorzi due volte più alta che nel resto della popolazione (Danmarks Statistik, 2015).

Dunque, che cosa ci insegna l’esperienza internazionale? Un dato semplice ma al tempo stesso drammatico: che esiste un legame fra i divorzi maggiormente veloci e un numero maggiore divorzi, esattamente come ce n’è uno – messo in evidenzia da uno studio effettuato confrontando l’esperienza di diversi Paesi europei – fra la semplificazione o meno all’accesso al divorzio richiesto unilateralmente, consentita da un Paese, e la stabilità coniugale media che là si registrerà (Demography, 2014). Questo naturalmente non significa, tornando a noi, che se il Parlamento si decidesse improvvisamente a cestinare il progetto di legge sul “divorzio breve” le cose, per la famiglia italiana, di colpo migliorerebbero o che l’indissolubilità tornerebbe un valore condiviso da tutti. Però è pressoché sicuro – matematico, potremmo azzardarci ad affermare – che accelerare i tempi della rottura coniugale, in Italia, determinerebbe un drastico peggioramento della situazione. Per le persone che comunque sperimenterebbero sulla propria pelle un fallimento e il peso di dover ricominciare daccapo; e, soprattutto, per i più giovani i quali, oltre al precariato lavorativo, dovranno fronteggiare sempre più quello affettivo, che sarà presentato loro come un diritto anziché come un limite, come una conquista e non come un elemento di drammatico impoverimento: oltre al danno, la beffa. Prima di dare la loro definitiva approvazione al “divorzio breve”, quindi, ci pensino i bene, i signori parlamentari. Pensino a quale Paese vale la pena lasciare non tanto ai loro figli, bensì ai loro nipoti, ai quali potrebbe essere consegnata un’Italia senza speranza non già perché priva di occupazione o in ritardo con le riforme, ma perché con un pilastro fondamentale, com’è quello della famiglia, fortemente compromesso.

http://giulianoguzzo.com/2015/03/23/ecco-dove-ci-portera-il-divorzio-breve/  

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