17 aprile 2015

Erdogan, il Papa e la fine della Turchia laica


di Francesco Filipazzi
Le polemiche di questi giorni sollevate da Erdogan e dal governo turco contro Papa Francesco, per la commemorazione da parte di quest’ultimo del “genocidio” degli armeni, hanno colto impreparati molti osservatori e lo stesso ministro degli esteri italiano, Gentiloni, ha espresso perplessità, in quanto anche Giovanni Paolo II usò parole analoghe.
Molti si chiedono quindi perché i turchi stiano alzando i toni della polemica in questo modo, quando già molti stati hanno riconosciuto il genocidio degli armeni come realtà storica. La soluzione del quesito è però più semplice di quanto si pensi e sta tutta nel nuovo volto che il longevo premier Erdogan vuole dare alla Turchia dei prossimi decenni.
La Turchia all’interno del mondo islamico ha rappresentato per molti versi una novità, in quanto è una repubblica democratica e laica. Il padre della patria, Kemal Ataturk, è stato colui che, abolendo il califfato, ha creato un paese nuovo, pensando che il crollo dell’Impero ottomano fosse dovuto dall’arretratezza imposta dall’Islam, che sembrava fosse un impedimento alle riforme. Cancellò i riferimenti alla Sharia nel codice civile, proibì la poligamia, istituì il calendario europeo, impose i riti religiosi in turco e non in arabo e successivamente fece molte altre riforme in senso laicista. Eliminò i riferimenti all’Islam come religione di stato e nel 1937 scrisse nella Costituzione che “Lo Stato turco è repubblicano, nazionalista, popolare, statalista, laico e rivoluzionario”.
Oggi la situazione è molto cambiata ed Erdogan sta procedendo con una serie di contro misure che lentamente sembrano riportare la Turchia ad essere un paese islamico a tutti gli effetti. Ha reintrodotto nel 2013 la possibilità di indossare il velo per le donne in uffici pubblici, cosa che sua moglie fa spesso in pubblico, il permesso di portare la barba islamica per gli uomini. La svolta anti laicista è chiaramente più profonda dell’esteriorità e sembra funzionale ad un progetto che vuole porre la capitale dell’ex impero ottomano come punto di riferimento di un mondo islamico ormai destrutturato, in cui i rais laici e baathisti sono stati rovesciati e dove quindi la religione ha assunto un ruolo di primo piano, rispetto a anche solo un decennio fa. Da governanto laico però Erdogan non può essere punto di riferimento per nessuno e quindi è obbligatorio per lui proporsi come leader di natura politica e religiosa.
Lo scontro con Papa Francesco è quindi da leggere in questa logica, soprattutto perché il Pontefice non si è limitato a ricordare il genocidio degli Armeni, ma ha dato una lettura incentrata sul fatto che gli Armeni sono stati massacrati in quanto cristiani. Tesi difficile da accettare per chi vuole reintrodurre l’Islam nella vita pubblica e non può permettersi di darne un’immagine violenta e assimilabile a quella di un Isis qualsiasi. Erdogan quindi è salito sugli scudi per negare una verità storica, non tanto perché si è parlato di un fatto che vuole nascondere, ma perché il rischio, anche interno, di presentare il passato profondamente mussulmano del paese come un passato negativo non può essere corso. A questi elementi va aggiunto che le elezioni sono imminenti e l’appoggio dei nazionalisti sarà sostanziale per permettere a Erdogan vincere.
 

1 commento :

  1. Certo che sarebbe assai duro fare il gioco della torre tra l'iperlaicismo massonico e, come ha dimostrato Maurizio Blondet, cripto-giudaico dei Giovani Turchi e poi di Ataturk, da un lato, e il semi-regime semi-islamico di Erdogan che, neppure troppo velatamente, sostiene l'Isis, dall'altro.
    Sono da buttare giù entrambi.
    Forse, e lo dico come voluta provocazione, non ci rimane che sognare inattualmente, romanticamente e visionariamente la riconquista, la liberazione e la riconversione cristiana di Costantinopoli. Perché non è sempre vero quello che scriveva J. Joyce: "La storia è un incubo da cui cerco di svegliarmi". Si può anche sognare la storia. E i sogni, talvolta...

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