15 aprile 2015

Gesù, martirizzato e ucciso perché proclamava una Verità insopportabile

di Francesco Filipazzi
Il tempo Pasquale è finito da poco e le riflessioni su Gesù, la sua vita, la sua morte e Resurrezione rimangono quotidianamente nei pensieri dei cristiani. Recentemente abbiamo letto ragionamenti secondo cui il Salvatore è stato torturato e ucciso per i motivi più svariati, si passa dal Gesù dissidente politico, al Gesù che in un mondo cattivo predicava il bene e quindi è stato ucciso dai cattivi perché era scomodo. Una specie di grillino ante litteram che si divertiva a riempire le piazze per denunciare la casta.
Ovviamente sono tutte analisi sono un po' semplicistiche, soprattutto perché anche laddove si coglie il fatto che Gesù predicava il “bene”, spesso non è ben presente cosa sia il Bene e cosa sia la Buona Novella che il Dio fatto uomo ci ha portato e donato. Si parla di un Gesù che predica un bene generico, analogamente a tanti santoni di terz'ordine. Sul Bene predicato nei Vangeli però molti si sono già soffermati, mentre spesso si perde di vista un altro significato basilare della vita e successivamente della Passione, cioè la causa della rabbia e della successiva furia nei confronti di un uomo che apparentemente era innocuo e che se si fosse limitato a predicare la pace e il bene sarebbe morto nel suo letto in tarda età.
Leggendo il Vangelo di Giovanni possiamo però capire quale sia la vera causa del martirio di Nostro Signore. Il capitolo sette ad esempio ci offre uno spaccato molto interessante di un periodo della vita pubblica di Gesù. Egli si trova praticamente esiliato dalla Giudea ed è costretto a rimanere in Galilea per non essere ucciso, perché aveva effettuato una guarigione nel giorno di sabato e, soprattutto, aveva chiamato Dio “suo padre” (cap 5, versetto 10). Capiamo quindi che la minaccia alla sua vita non deriva dall'essere scomodo o addirittura dall'aver compiuto un'attività durante il sabato, ma nell'essersi palesato come Figlio di Dio.
Gesù quindi, nel capitolo 7, rimane a casa ma manda i parenti in Giudea per una festa, dicendo che loro non hanno nulla da temere. Successivamente si reca alla festa in incognito, salvo poi palesarsi e parlare pubblicamente. Tutto sembra poco pericoloso, ma quando, nel mezzo del discorso (versetto 29) dichiara “Chi mi ha mandato è veritiero e voi non lo conoscete. Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato”, iniziano i problemi e scoppia (presumibilmente) un tumulto per cercare di “mettergli le mani addosso”. Successivamente durante l'ultimo giorno della festa Gesù si erge ancora fra la folla e urla “Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. La folla quindi inizia a porsi delle domande e qualcuno inizia a riconoscere questa persona che parla così bene delle Scritture come un profeta o, addirittura, come il Cristo. Il popolo inizia quindi a intuire la Verità, cioè di aver di fronte Colui che è stato mandato a salvare il mondo e i sommi sacerdoti decidono di farlo arrestare, ma le guardie non eseguono l'ordine. Troviamo quindi in questo capitolo del Vangelo di Giovanni, come del resto in altri, la spiegazione della causa principale della Crocefissione che è stata il rifiuto della Verità. Gesù dichiarandosi Figlio di Dio e Cristo, dichiarava un'enorme Verità, che però era inaccettabile e, ci sembra il caso di dirlo, continua ad esserlo. Il Dio Incarnato è uno scandalo talmente grande che l'unica via per sopportarlo è, per molti, negarlo e combatterlo con tutte le proprie forze, perseguitando lo stesso Cristo e chi lo segue. “Non ti lapidiamo per un'opera buona”, dicono i Giudei qualche pagina dopo, “ma per una bestemmia e perché ti fai Dio”. E tutt'ora il volto di Cristo è insanguinato, per via della Verità, inaccettabile per chi serve un altro tipo di padrone, un padrone illusorio e seduttore, che però non c'entra vera ed unica via per la Salvezza eterna. Riconoscere la verità dell'incarnazione del Verbo nel seno della Vergine Maria, della predicazione di Cristo, del suo martirio e della sua morte e infine della sua Vittoria sulla morte, è la scomoda condizione per poter aspirare a qualcosa di più alto, nonostante il mondo continui a non accettarlo.

 

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