28 aprile 2015

Il Papa ha ragione: la teoria del gender è una truffa


di Giuliano Guzzo e Renzo Puccetti

Avevano retto alla teoria del gender «sbaglio della mente umana», ma quando il Papa ha rincarato la dose affermando che essa vuole abolire le differenze, i sacerdoti del pensiero secolarizzato non ci hanno più visto. All’udienza del mercoledì Papa Francesco ha infatti assestato alla loro costruzione un duro colpo, toccando in pieno un loro nervo scoperto. La risposta talora un po’ goffa, talora scomposta, talvolta irridente, ma sempre intellettualmente deludente alle parole del Papa recapitata dalla premiata ditta LGBTQ & Co. non si è allora fatta attendere ed è stata, tanto per cambiare, di marca negazionista: nessuno vuole annullare le differenze, dicono, anzi l’intento è esaltare e valorizzare le diversità. Capita però che proprio tale risposta non faccia altro che confermare le parole del Papa. Parificare ogni condizione intersessuale tra il maschio e la femmina, rendere insignificante la differenza tra patrimonio genetico XX, XY, X0 (sindrome di Turner), XXY (sindrome di Klinefelter), e XYY (sindrome di Jacobs), significa di fatto annullare il concetto di patologia e con esso quello di normalità. Questo vale nel sesso biologico, così come nell’orientamento sessuale. I sostenitori della teoria del gender infatti nella loro demolitoria opera tesa a depatologizzare ogni differenza (peraltro in controtendenza rispetto al disease mongering riproduttivo messo in campo per demolire la legge 40) individuano il nemico assoluto nel concetto di eteronormatività; il filosofo marxista Diego Fusaro, nel suo argomentare sul gender, lo ha colto molto chiaramente. Si continua sì ad affermare che esistono le patologie sessuali e le deviazioni, ma in realtà la teoria del gender riduce le stesse patologie e deviazioni a fantasmi eterei.
Rimosso il concetto che sia normale essere maschi e femmina e patologico non esserlo, su quale criterio potranno definire una patologia sessuale come tale? Rigettato che sia normale la sola eterosessualità, su quale principio si escluderanno dalla normalità tutti gli altri possibili orientamenti del caleidoscopico e pressoché infinito universo delle varianti dell’orientamento sessuale? Non è forse questo quanto sono giunti a dovere ammettere gli esperti che hanno redatto il manuale delle diagnosi mentali (DSM) quando nella V edizione hanno scritto che «la maggior parte delle persone con interessi sessuali atipici non hanno un disturbo mentale»? È come si negherà che il disagio connesso ai comportamenti atipici non sia soltanto il semplice frutto di stereotipi che alimentano le fobie interiorizzate? L’ossessione della dottrina del gender è ottenere l’accettazione universale del proprio credo: «no difference», nessuna differenza. Le tipologie di rapporti sessuali hanno un diverso statuto morale? «No difference», è la risposta LGBTQ. Vi sono diversità nella salute mentale in relazione all’orientamento e alla pratica sessuale? «No difference». C’è una differenza sociale nelle relazioni eterosessuali? «No difference». È meglio per i bambini crescere col padre e la madre piuttosto che con due uomini o due donne? «No difference». E’ rilevante la complementarietà uomo-donna? «No difference», è ancora una volta la risposta.
Nessuna differenza? Non c’è mai alcuna differenza? Ha ragione il Papa, quindi, a dire che la teoria del gender sostiene l’annullamento delle differenze. I paladini del gender ribattono allora che non si può parlare di normalità, perché le categorie sono fatte soltanto per semplificare una realtà che esprime una continuità. Ma se applicassimo coerentemente questo schema, che a prima vista qualcuno potrebbe pure giudicare convincente, dovremmo esaltare le differenze e dire che non esiste né il diabete, né coma ipoglicemico, ma tutte sono varianti normali della glicemia; il che comporterebbe, com’è evidente, un’assurda negazione della realtà.
Realtà che non a caso costituisce – lo vedremo – il nemico giurato della teoria del gender, tanto suggestiva sul piano dell’ipotesi tanto fragile, per non dire inconsistente, dinnanzi al dato di fatto. Anche per questo, la scialuppa di salvataggio dei sostenitori del gender rimane, quando sono messi alle strette, la negazione sistematica: suvvia, è tutta un’allucinazione cattolica – sostengono -, una fantasia creata ad arte per fare del terrorismo psicologico a buon mercato, inventando un pericolo inesistente. Basta però un semplice click sulla rete alla ricerca di “Gender theories” per scoprire migliaia di risultati, con articoli, libri, dipartimenti universitari dedicati proprio alle teorie del gender, addirittura sul sito della più nota associazione di atei del nostro Paese scopriamo un succinto inquadramento della teoria del gender ed allora possiamo stare tranquilli: le gender theories esistono.
L’ultima carta per negare l’evidenza, a questo punto, è quella – da parte dei fautori dell’ideologia del gender – di sostenere che dietro le gender theories vi siano gli studi scientifici di genere, noti agli addetti come gender studies. Si tratta di studi che hanno contribuito, secondo un documento di un’associazione di psicologi, «alla riduzione, a livello individuale e sociale, dei pregiudizi e delle discriminazioni basati sul genere e l’orientamento sessuale». Ma è proprio questo il punto. Gli studi volti a verificare la teoria del genere sono i benvenuti, purché però siano corretti metodologicamente, rigorosi nell’analisi dei risultati e correttamente interpretati. L’ideologia si inserisce dunque quando si vuole imporre come una verità dimostrata dagli studi di genere il postulato: «No difference».
Il problema, si fa per dire, è che non solo la principale differenza negata – quella delle diverse attitudini comportamentali, ruoli ed atteggiamenti dei sessi – esiste, ma risulta comprovata da un numero immenso di riscontri certi. Si pensi, per fare un esempio, alle preferenze lavorative: considerando non già il trascurabile campione di un singolo Paese, bensì i dati provenienti da più di 200.000 soggetti a loro volta provenienti da 53 nazioni diverse, il professor Lippa ha scoperto una sbalorditiva stabilità nella differenza fra uomini e donne, con i primi che tendono sempre ed ovunque – dalla Norvegia al Pakistan, dall’Arabia Saudita alla Malesia – ad optare maggiormente per professioni di ambito meccanico o ingegneristico, e le seconde più orientate verso professioni contraddistinte da più rapporti interpersonali (Arch Sex Behav, 2009).
Differenze fra maschi e femmine non riconducibili alle sole influenze sociali e dunque espressioni di quella natura maschile e femminile che smentisce i negazionisti della differenza, se così possiamo chiamarli, sono state osservate nell’infanzia: dalle generali difformità comportamentali fra bambini e bambine – con la curiosità dei primi che primeggia dinnanzi ai nuovi giocattoli e l’attenzione delle seconde quando arrivano nuovi bambini (Sommers, The War against Boys 2000) a differenze, fra maschi e femmine, nella scelta dei giocattoli risultate talmente nette da essere registrate persino monitorando specie di primati caratterizzate da un modesto grado di dimorfismo sessuale (Horm and Behav, 2008), fino a distinte preferenze nella scelta dei colori che a due anni di età, nei bambini, sono riscontrabili e che al terzo anno si rendono indiscutibilmente significative (Arch Sex Behav, 2015).
Simili risultanze mettono evidentemente in crisi l’ipotesi che le differenze fra i sessi possano essere solo esito di stereotipi la cui ipotetica manifestazione viene disperatamente anticipata ogni qual volta uno studio o una ricerca sottolineano come maschile e femminile siano universi distinti sin dal principio. D’altra parte, occorre uno sforzo di immaginazione non indifferente nel negare la differenza sessuale nell’infanzia alla luce del fatto, per esempio, che in tutte le culture studiate le bambole risultino maggiormente preferite dalle bambine le quali, rispetto ai bambini, sono più propense anche a giocare a fare i genitori (Geary, Male, Female: The Evolution of Human Sex Differences 1998).
Ma si sa: per l’ideologo i fatti contano fino ad un certo punto, e se per caso osano contraddire lo schema precostituito «tanto peggio per i fatti», com’ebbe a dire Hegel (1770–1831). La componente ideologica, con riferimento alle differenze fra i sessi, sta pertanto nell’insistito sovrastimare il peso delle componenti ambientale e di socializzazione nella definizione di una differenza sessuale che non può – per diffusione interculturale e per precocità di configurazione nell’infanzia – non derivare anche da una diversa natura maschile e femminile. Per quanto riguarda invece la negazione della differenza in ambito familiare, l’ideologico rifiuto della realtà si esprime in molti modi: spacciando campioni selezionati e numericamente esigui come rappresentativi, svolgendo comparazioni scorrette, sovra-aggiustando i risultati e distorcendo ciò che essi affermano. È difatti un’operazione ideologica trarre conclusioni forti da evidenze deboli, o inesistenti, o addirittura contrarie alle conclusioni e sbandierarle come “evidenze empiriche”.
Eppure è esattamente quanto avviene nonostante vi siano molteplici risultanze, peraltro recentissime, che attestano come fra i diversi nuclei familiari, specie per quanto concerne il benessere dei bambini, delle differenze vi siano: eccome. A questo proposito, nell’ambito degli studi di genere dedicati a verificare gli effetti sui minori dell’omogenitorialità, ai risultati ottenuti da cinque ampi campioni rappresentativi della popolazione generale per un totale di oltre un milione e quattrocentomila soggetti (New Family Structures Study, Early Childhood Longitudinal Study, US Census, Canadian Census, US National Health Interview Survey), attraverso i quali in maniera concorde i risultati indicano punteggi migliori per i figli cresciuti in famiglie con il padre e la madre biologici sposati, si aggiungono nuovi dati che abbiamo visionato in una forma provvisoria prima che siano sottoposti ad una rivista scientifica.
Si tratta di una rivalutazione di tre pubblicazioni distinte in cui gli autori avevano analizzato la popolazione dello studio Quality Education Data for Add Health per concludere che «i dati non confermano l’opinione che lo sviluppo degli adolescenti è condizionato dall’orientamento sessuale dei genitori». Nella nuova analisi, redatta dal professor Donald Sullins, sociologo alla Catholic University of America, è stata effettuata una codifica più stringente del campione in modo da identificare con maggiore certezza l’orientamento sessuale dei genitori ed escludere i casi d’incongruenza tra le risposte fornite dagli adulti e dai figli che invece erano stati inclusi negli studi precedenti. I risultati mettono ancora una volta in evidenza come i figli che vivono in famiglie omogenitoriali abbiano molti punti in cui mostrano una maggiore sofferenza. Lo indicano i punteggi depressivi, d’infelicità e di ansia, la probabilità di essere impauriti e di pianto.
Il fatto che invece i punteggi di relazione interpersonale negativa siano più bassi e quelli di vicinanza emotiva da parte dei genitori siano normali dimostrano che i risultati non possono essere attribuiti ad una reazione di rigetto sociale, o a maggiore trascuratezza genitoriale. I nuovi dati però aggiungono un elemento inedito e inatteso: per la maggior parte degli aspetti esaminati, mentre il matrimonio dei genitori eterosessuali si traduce in una situazione migliore dei figli rispetto a quella dei coetanei figli di genitori non sposati, per i figli in famiglie omosessuali la situazione è inversa, risultando peggiore quando le figure genitoriali omosessuali sono sposate. Il peggioramento della salute psicologica dei figli che avviene col matrimonio omosessuale non può essere attribuito ad una maggiore instabilità familiare; infatti la permanenza media dei figli con gli stessi genitori omosessuali non sposati è di 4 anni e sale a 10,3 anni quando sono invece sposati e non c’è differenza nella misurazione della percentuale di figli che ha dovuto subire il cambiamento delle figure genitoriali. Il risultato in assoluto più allarmante è quello dell’abuso sessuale: invitati a rispondere in maniera anonima attraverso un computer se erano mai stati costretti, prima del sesto anno di scuola, ad avere contatti sessuali per opera di un genitore o un adulto, le risposte affermative sono risultate il 3,5% tra i figli di coppie eterosessuali sposate e il 37,8% tra i figli in coppie omosessuali sposate. Il dato resiste, ed anzi aumenta, inserendo nel modello le covariate.
Ora, quanto si è sin qui, sia pure in estrema sintesi, ricordato sulle differenze, considerando prima i sessi e quindi i nuclei familiari, appartiene senza dubbio agli studi di genere, ma abbiamo il ragionevole dubbio che non trovi accoglienza nei programmi promossi dal caravanserraglio pedagogico genderizzante che sta cominciando ad invadere la scuola statale. Quando a pagina 38 del documento assunto come quadro di riferimento redatto dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS per i responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti si legge che i bambini da 0 a 4 anni si devono «mettere in grado di acquisire consapevolezza dell’identità di genere» per «aiutarli a sviluppare rispetto per l’equità di genere», laddove per l’OMS il genere (gender) è cosa ben distinta dal sesso e «si riferisce ai ruoli, i comportamenti, le attività e gli attributi costruiti socialmente che una data società considera appropriati per uomini e donne», diventa allora molto difficile negare come la cosa stia travalicando i confini della mera speculazione teorica per diventare scienza pedagogica applicata, anzi ideologia pedagogica applicata, una cosa cioè indistinguibile dall’indottrinamento. Esattamente quello che, non appena gli si presenta l’occasione, Papa Francesco continua a denunciare.

(Puccetti R. – Guzzo G. Gender, perché il Papa ha ragione, “La Croce”, 23.4.2015, p.2).
 

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