04 aprile 2015

La solitudine di Gesù


di Giuliano Guzzo

Dell’intero susseguirsi di eventi che ha contrassegnato l’ultima parte della vita di Gesù, quel remoto venerdì di aprile del 30 d.C., c’è un aspetto, su tutti, che colpisce e sul quale non può che convergere la nostra attenzione: la sua profonda solitudine. E’ stato lasciato solo, profondamente solo. E questo anche prima, si badi, del suo arresto, del processo e della passione. Già durante l’agonia nel Getsemani, infatti, Cristo venne abbandonato dai tre apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni –, i quali non erano affatto tre qualsiasi, essendo coloro che, in precedenza, furono testimoni della sua trasfigurazione sul monte Tabor. Eppure sappiamo com’è andata: la sonnolenza prese il sopravvento sui tre, e Gesù venne lasciato solo anche nella preghiera.
Una solitudine che crescerà mettendo Gesù non solo di fronte all’ingiustizia di chi viene condannato ingiustamente, ma anche di fronte ad un totale senso di abbandono: dagli uomini, dagli amici, perfino da Dio sembrerebbe. Se non si riflette su bene questo – sull’abisso spaventoso in cui Cristo si è immerso -, il senso del Suo gesto rischia di non essere colto fino in fondo, e la portata incredibile di quel sacrifico di non essere compresa. Perché Gesù non ha “semplicemente” subito l’indicibile – la Sindone, per dire, testimonia oltre 100 ferite da flagrum taxillatum, frusta con due, tre strisce di cuoio con piombo agli estremi -, ma lo ha fatto, questo è il punto, potendolo benissimo evitare; in quanto Figlio di Dio, per chi già crede, e in quanto cittadino, per chi comunque non può fare a meno di osservare come nulla abbia fatto, quest’uomo, per sottrarsi al suo destino.
Perché mai non fece nulla? Cosa può spingere un uomo a sprofondare nel dolore senza cercare di reagire, a farsi crocifiggere senza tentare di fuggire ed arrivando, anzi, a rimproverare i suoi discepoli nella sola fase in cui, per evitare il suo arresto, tentarono di difenderlo («Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la tua spada nel fodero”»: Gv 18,10-11)? Una conoscenza anche radicata della natura umana, inutile girarci attorno, non può spiegarlo; non può dirci se Gesù fosse pazzo oppure se, invece, era davvero chi affermava di essere. Il compito di chiarire l’enigma, dunque, spetta a ciascuno di noi, che crediamo di conoscere cosa davvero patì quell’uomo solo nella misura in non riflettiamo su cosa davvero patì, per quanto a lungo e circondato da quale solitudine.

http://giulianoguzzo.com/2015/04/03/la-solitudine-di-gesu/

 

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