21 aprile 2015

Le femministe (all’estero) denunciano l’utero in affitto come schiavitù


di Giuliano Guzzo

Ad osservare il panorama italiano, almeno per come si presenta ora, sembra quasi la pratica dell’utero in affitto preoccupi solamente la redazione de “La Croce” e i suoi lettori, e che a tutti gli altri la cosa vada tutto sommato bene. Dopo l’appuntamento del 13 giugno al Palalottomatica molto probabilmente si scoprirà che le cose sono un po’ diverse, e che in realtà moltissimi pensano che i figli non si possano pagare e che la maternità surrogata sia una brutale violazione della dignità della donna; ma nel frattempo in Italia tanti sembrano non preoccuparsi della questione. Scenario molto diverso, invece, è quello internazionale, con mobilitazioni significative. Ne costituisce un esempio un recente documento francese – Contribution d’un groupement d’associations féministes et de défense des Droits Humains aux travaux de la Conférence de La Haye de droit international privé – indirizzato agli organi internazionali che denuncia pubblicamente l’utero in affitto quale nuova forma di schiavitù.
E’ di particolare interessante, anzitutto, soffermarsi sulle associazioni firmatarie di queste venticinque pagine: una dozzina di realtà e movimenti – da Le Collectif pour le Respect de la Personne a Coordination Lesbienne en France, da Assemblée des Femmes a Elu/es Contre les Violences faites aux Femmes – certo non etichettabili come conservatori. Anzi: trattasi di una vera e propria galassia femminista che però non ne vuole sapere di accettare la pratica dell’utero in affitto, «dite par euphémisme “gestation pour autrui” ou “GPA”» (p.7). La prima critica che viene mossa è infatti formulata sul piano linguistico: già il voler parlare di “maternità surrogata” – si legge nel documento – è qualcosa di gravemente manipolativo e riduttivo della gravidanza, che viene così equiparata a mera funzione d’organo, mentre la realtà è che la “gestante per altri” non mette solo il proprio grembo, bensì il proprio corpo ed indefinitiva se stessa a disposizione di una vera e propria fabbricazione di bambini.
Segue una denuncia articolata della “maternità surrogata” che non solo ferisce ed umilia la dignità della donna, ma ne mette per ovvie ragioni a rischio la salute, a partire da quella psichica. Che questo sia vero – fanno notare le associazioni femministe – è dimostrato dal fatto che sono le stesse agenzie che si occupano di “maternità surrogata” a sottolineare la necessità di un sostegno psicologico per le donne che accettano di collaborare con loro; una necessità, del resto, confermata anche dalla letteratura scientifica (Journal of Social Issues, 2005). C’è poi il questione del bambino, a tutti gli effetti ridotto a cosa. «La gestation pour autrui – si legge – aboutit à une véritable réification de l’enfant» (p.10). La totale negazione della dignità umana del figlio, si fa osservare, non si riscontra solo nel fatto che il figlio viene commissionato esattamente come una cosa, ma pure nell’inumano rifiuto – come non pensare alla «cultura dello scarto» denunciata dal Papa? – di cui è oggetto quando non corrisponde agli standard qualitativi richiesti dai facoltosi committenti.
Ma i figli non si pagano, dicono – dando così ragione a “La Croce” – queste femministe. Che si oppongo alla “maternità surrogata” non solo quando ha per protagoniste – sarebbe meglio dire vittime – donne dei Paesi poveri, ma anche quando avviene altrove. Si cita al riguardo il caso del Regno Unito, dove la pratica è accettata solo se «altruista»: ma si può parlare di altruismo quando all’utero in affitto seguono generosi compensi economici? Le associazioni femministe autrici di questo documento ne dubitano: e fanno bene. Il loro documento si chiude facendo notare come l’utero in affitto sia incompatibile, fra le altre cose, con la Convenzione dell’abolizione della schiavitù (1926), e con quella della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (1989). Rattrista solo il fatto che una simile protesta contro la “maternità surrogata”, da noi, fatichi a sollevarsi: quasi fosse solo una fissazione cattolica. Ma dopo il 13 giugno sarà diverso e quanti, finora, han fatto finta di nulla dovranno scegliere da che parte stare: se da quella della libertà e della dignità umana o da quella della nuova schiavitù.

(“La Croce”, 28.3.2015, p.3).

 

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