27 aprile 2015

Perché aderiamo alla Marcia per la Vita


di Campari&deMaistre

Il beato Paolo VI, confidandosi con l’amico e filosofo Jean Guitton poco prima di morire, disse che temeva una nuova ondata di incredulità e di miscredenza nella Chiesa ed anzi fremeva al pensiero che potesse essere vicino per lui e per il mondo il redde rationem e il ritorno finale del Cristo (cf. J. Guitton, “Paolo VI segreto”, Paoline).

I processi storici secolari della scristianizzazione e della secolarizzazione hanno portato, oggettivamente, ad una perdita della sostanza della fede da parte di numerosissimi credenti, specialmente nel mondo cattolico occidentale ed europeo. La perdita della fede poi, con la drastica riduzione della pratica religiosa, ha comportato a sua volta un netto disorientamento morale dei credenti, ovvero nella coerenza tra la fede professata e la vita vissuta. I casi più emblematici di questa decadenza, in Italia, restano i tragici referendum sul divorzio (1974) e sull’aborto (1981). La cosa forse più triste è che, in generale, dopo la sconfitta dei cattolici (e di tutti i buoni) nelle due consultazioni referendarie, la gran massa degli italiani abbia in un certo qual modo “assimilato” quella sconfitta come un dato di fatto ormai irreversibile e quindi da accettare, nonostante un rifiuto di principio. Ma questo rifiuto di principio si è andato via via attenuando fino al punto che molti di coloro che votarono nei due referendum seguendo la loro retta coscienza illuminata dal Vangelo, pochi anni dopo hanno essi stessi abortito e divorziato, o quanto meno hanno giustificato chi lo ha fatto. E spesso per una malintesa misericordia, consistente nel non condannare (il male), ma capire…


Crediamo che si possa essere d’accordo su questa analisi storica dei fatti, al di là delle posizioni etiche di riferimento. D’altra parte, una battaglia politica e culturale si cerca di vincerla, ma si può anche perdere. E in democrazia non sempre l’opinione della maggioranza coincide con la verità. Ma è tremendo pensare che perfino coloro che si opposero ai mali sociali dell’aborto e del divorzio hanno finito, lentamente, per giustificarli in nome di principi mal fondati e di nessuna intrinseca evidenza come la laicità dello Stato (concetto di una vaghezza assoluta a ben vedere…), la volontà popolare o la libertà di autodeterminazione della donna. Sarebbe come se, dopo la proclamata volontà da parte di un qualsivoglia regime di effettuare un genocidio, gli oppositori del regime tirannico finissero per “assimilare” la legge genocida e la considerassero un dato di fatto assodato e indiscutibile, mentre ancora si uccide, quotidianamente, in nome di quella “legge”. Legge che, come tutte le norme ingiuste, bisognerebbe evidentemente abrogare del tutto e, non riuscendoci, almeno sabotare, correggere, modificare, limitare secondo le chiarissime parole di Evangelium vitae 73, e del principio classico in teologia morale del (cosiddetto) male minore, che in nulla contraddice all’assolutezza della norma morale, come insegnano i moralisti più autorevoli (tra cui s. Alfonso, fautore di una via media tra lassismo e rigorismo, via media che non è dunque sinonimo di mediocrità).
Eppure la condanna netta dell’aborto e dello stesso divorzio da parte del Magistero della Chiesa è palese e, cosa significativa, è avvenuta anche dopo la legalizzazione dei nuovi diritti/delitti: segno che la Chiesa, i cittadini e i cristiani non debbono accettare supinamente ogni normativa per il solo fatto che sia formalmente promulgata, ma debbono contrastare le leggi ingiuste, immorali e anti-sociali. Il Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato in edizione definitiva da san Giovanni Paolo II nel 1997, riguardo al matrimonio dichiara senza ombra di dubbi e di equivoche interpretazioni: “Il Signore Gesù ha insistito sull’intenzione originaria del Creatore, che voleva un matrimonio indissolubile. Ha abolito le tolleranze che erano state a poco a poco introdotte nella Legge antica (…). Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale. Esso pretende di sciogliere il patto, liberamente stipulato dagli sposi, di vivere l’uno con l’altro fino alla morte. Il divorzio offende l’Alleanza della salvezza, di cui il matrimonio sacramentale è segno” (CCC 2382-2384). In sintesi, il divorzio è contrario alla legge naturale (l’intenzione originaria del Creatore) ed è un’offesa a Dio e al sacramento. Bello il passaggio in cui si dice che Cristo ha abolito la tolleranza del male… Sull’aborto, il Catechismo è ancora più rigoroso e fermo: “La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana” (CCC 2272).
La pace e la convivenza sociale, l’armonia nel consorzio familiare e l’educazione dei giovani hanno due velenose spine nel fianco: l’aborto e il divorzio (breve o meno che sia), crimini e delitti che nessuna legge umana potrà mai legittimare. Dopo decenni di silenzio passivo e di complicità, un popolo giovane e gagliardo si è levato pure in Italia per gridare ai potenti della terra che il sangue versato negli ospedali di Stato con l’aborto (e presto con l’eutanasia) non sarà mai giustificato dalla legittimazione popolare e “democratica” seguita alla legge 194. La Marcia per la vita è in tal senso un epifenomeno e una sorpresa. Il segno inatteso e profetico che il senso della giustizia non è morto nelle nuove generazioni! Papa Francesco ha finora incoraggiato dall’alto le varie Marce per la vita che si tengono nel mondo, come quella di Washington, Parigi, Madrid, Lima, etc. Tutti i buoni cristiani e tutti i cittadini che hanno a cuore il vero progresso sociale e umano debbono collaborare tra loro - malgrado le differenze - per costruire un mondo migliore, in cui la vita sia rispettata e difesa dal concepimento alla morte naturale.


E a proposito di differenze, vogliamo dire due paroline. Inutile girarci intorno o fare dei generici fervorini tanto pii quanto inutili: sulla Marcia per la Vita purtroppo c’è divisione e incomprensione. Si tratta di divisioni, lo vogliamo sottolineare, che non riguardano il campo ideale, poiché tutti stanno dalla parte giusta, quanto piuttosto questioni personali e umane. Allora quello che noi chiediamo è trasparenza da tutte le parti, perché da tutte le parti non ce n’è o almeno nessuno ha parlato in maniera sufficientemente chiara. I problemi li si affronta con pacatezza, prima attorno ad un tavolo, da buoni cristiani e poi, se del caso, presentando pubblicamente le proprie osservazioni e rimostranze.
Detto ciò però – e detto con vivo dolore, perché nessuno può gioire per divisioni e incomprensioni su questi temi noi di Campari alla Marcia ci saremo. Non ci interessano le beghe tra puri e impuri, tra prime donne e attori protagonisti. Anzi, riteniamo che per vincere ci sia bisogno sia di falchi che di colombe, tendenzialmente uniti.
Noi marceremo per la vita e contro l’aborto, perché è giusto così e perché ci crediamo. E andremo ad ogni evento che va nella direzione giusta, a prescindere da chi lo organizza. Noi non abbiamo interessi personali da difendere, ma siamo disposti a collaborare con chiunque in vista del bene comune e di quella civiltà cristiana che sogniamo di ricostruire.
Dividerci mentre il mondo intero ci combatte è da folli.

Tutti a Roma quindi il 10 maggio e a bandiere spiegate!
 

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