01 aprile 2015

W il gender!


di Giuseppe Signorin

La natura vuol farci credere che siamo solo maschi o femmine. Non solo la natura, anche gli ultracattolici, gli integralisti, quelli che addirittura praticano. Per fortuna la cultura, oggi, ci insegna altro, che siamo molto più di maschi o femmine. In linea teorica possiamo autodeterminarci senza fine. Facebook USA (là sono più avanti) permette di scegliere fra più di cinquanta tipi di gender. Per esempio il “genderfluid”, una persona che fa surf fra maschio e femmina. Se fossi in Facebook USA, farei surf fra maschio e femmina anch'io. Almeno per qualche settimana. Poi magari l'onda scende. In ogni caso sono qui, non in Facebook USA, e sono pure sposato.

Chi glielo spiega a mia moglie che per qualche settimana sua marito, in quanto marito, è chiuso per ferie? Spero non Marguerite A. Peeters, autrice medievale di cui ho appena letto un libraccio medievale in cui tenta di vederci chiaro, ma lo capisce l'autrice stessa che vederci chiaro non è facile in un contesto del gender. Perché il gender non è robaccia medievale. È roba buona, postmoderna. Per definizione, noi sgusciamo via dalle definizioni. Il senso esiste per perdercisi dentro e poi per perderlo. E dopo il senso, anche il sesso. Dopo la caduta del muro di Berlino, i nostri amici dell'ONU, fra cui tante compagne femministe, hanno pensato bene di allargare i semplici orizzonti a cui eravamo abituati attraverso nove grandi conferenze internazionali, tra il 1990 e il 1996. In queste, il termine "gender", per quanto volutamente vago, viene ripetuto un sacco di volte. Roba vintage come "padre" e "madre", invece, è quasi scomparsa. Ogni rivoluzione parte dal linguaggio. Io stesso, se non sapessi di questa parola, "genderfluid", come potrei surfare realmente tra maschio e femmina? Però bisogna essere prudenti. I fratelli dell'ONU sanno che certi argomenti è meglio non facciano troppo rumore. Piano piano, sottovoce, come direbbe il mio amico Marzullo. L'importante è che passi questo concetto, che non siamo quello che siamo, siamo quello che diciamo di essere. Via gli stereotipi. Pensiamo alla maternità. Quante donne costrette a partorire. Per fortuna questa nuova etica è venuta a liberarci. Le donne non saranno più rinchiuse nei vecchi ruoli di mamma e sposa. Nemmeno più in quello di donna. Questa la rivoluzione. Altrimenti un ultracattolico fondamentalista potrebbe obiettare: la donna in carriera non è un altro stereotipo? No, con il gender andiamo oltre. Insomma, questa nuova etica del gender è una figata (scusate, forse dire "figata" è sessista, ma l’emozione non mi fa stare nella pelle). Il gender è una bomba. Per esempio in Svezia c'è già quest'idea nelle scuole del pronome sessualmente neutro "hen", invece di "lui" e "lei". E si pensa di trovare nomi nuovi per i bambini, che non corrispondano al sesso. Per non influenzarli. Anche i bagni, bagni unisex. Come i vestiti. Ma in Svezia, oltre a essere più avanti, sono anche più in alto. Ci sono paradisi terrestri in cui siamo già stati liberati dalla schiavitù della realtà. Qui ancora bisogna lavorare. Piano piano. Meglio se in maschera. Magari facendo credere che non esiste nulla del gender. Le riviste più cool collaborano con noi in questo modo. Mica si può costruire l'Eden del postgenere e del postumano così, su due piedi. Piano piano. Sottovoce. Le famiglie dormono davanti ai televisori. I bambini fanno surf fra un link e l'altro. Piano piano. Non svegliamoli.
 
PS: mi raccomando non leggete il libraccio della Peeters, "Il gender. Una questione politica e culturale", con la prefazione del terribile uomo nero card. Robert Sarah, edito da San Paolo. È lungo, pieno di dettagli. Costa anche un botto, 17 euro e 50. E non ha neanche la copertina cartonata.
 

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