08 maggio 2015

Elezioni Uk. Nessun entusiasmo, ma Cameron era la scelta migliore

di Alessandro Rico
Le elezioni nel Regno Unito ci hanno regalato l’ennesima clamorosa smentita di proiezioni e sondaggi, in una fase storica di elettorati volatili e di rigide polarizzazioni dell’ultimo minuto. I Tories hanno stravinto e il sistema Westminster, con il gabinetto che è espresso dal partito dominante, è salvo. Quanto ai valori non negoziabili, per i cattolici non ci sono motivi di entusiasmo. Non ci sarebbero stati in ogni caso: solo l’Ukip difendeva una piattaforma un po’ più conservatrice, ma il partito di Farage è stato notevolmente ridimensionato rispetto alle Europee, dove pesava di più il malcontento nei confronti dell’establishment di Bruxelles  – lezione che la destra nostrana dovrebbe appuntarsi, ora che è tentata da una riconversione populista.
La Bussola Quotidiana aveva rilanciato i risultati di un sondaggio, che mostrava come la base elettorale dei Labour fosse sorprendentemente meno libertaria di quella dei Cons. Fatto sta che già da qualche anno il premier Cameron ha abbandonato le battaglie tradizionaliste, consegnando il Partito Conservatore all’aberrante crociata dei “diritti” civili. La cosa non stupisce, visto il passato di una nazione che ha una storia e delle tradizioni giuridico-politiche gloriose, ma pure il peccato originale di aver esiliato la Chiesa Cattolica e di aver soggiogato il potere spirituale a quello politico. Checché ne pensino alcuni conservatori inglesi doc, come Roger Scruton, l’anglicanesimo era di per sé destinato a finire preda del modernismo.
Tra i motivi di apprensione c’è soprattutto l’«economocentrismo» della politica contemporanea. Da una parte è un esito inevitabile, nell’epoca in cui sul mondo occidentale aleggia lo spettro della recessione. In questo campo, i Tories sono sembrati più credibili: Cameron ha alle spalle cinque anni di taglio della spesa e delle tasse, sensibile aumento dell’occupazione e crescita economica. Non gode di una leadership particolarmente carismatica (critica mossagli dal nemico interno, il sindaco di Londra Boris Johnson), ma è stato abile a drenare voti dall’Ukip, catalizzando gli umori nazionalisti (l’Italia lo sa bene, visto il sostanziale rifiuto di impegnare la Gran Bretagna nella gestione dei flussi migratori). Dal canto loro, i laburisti non hanno conquistato neppure i loro elettori. Il vecchio trucco di spendere i soldi degli altri non aveva appeal su questa Inghilterra; e la Scozia, roccaforte rossa, stavolta ha scelto l’ibrido socialismo nazionalistico dell’SNP, punendo i Labour per non aver sostenuto il referendum indipendentista.
Se sui temi etici non ci sono segnali incoraggianti, la vittoria dei Conservatori è tutto sommato una buona notizia. Vince un programma che sfida apertamente l’anticapitalismo montante tra gli intellettuali à la page. Vincono gli incentivi indiretti all’impresa, perseguiti tramite i tagli delle imposte. Vince l’attenzione al rigore nel bilancio. Vince l’idea di un’Inghilterra dinamica, capace di attrarre investimenti e “capitale umano” (anche questo, gli italiani in fuga Oltremanica lo sanno bene). E si consolida, come accennavo sopra, il modello Westminster. Per la verità, non più saldamente imperniato su un bipartitismo non scardinabile, ma almeno capace di riconsegnare a un singolo partito il controllo del Parlamento. Resta intatta la tenuta dei collegi uninominali, nucleo del modello maggioritario britannico, che la nostra Italia ha ripetutamente quanto timidamente e farsescamente provato a imitare. Sono dissolte le nubi del governo di coalizione, ostaggio di un gruppo minoritario nel ruolo di ago della bilancia. In questa prospettiva, lo Scottish National Party è davvero un terzo incomodo, ma il pericolo di una riconversione del Regno Unito alla democrazia consociativa sembra dissipato. Non ne viene una perfetta conferma della Legge di Duverger, che sanciva la tendenza di un sistema maggioritario verso il bipartitismo, ma in fondo si può ancora guardare all’Inghilterra come a un esempio istituzionale al tempo stesso stabile e flessibile. 

Come ultimamente succede spesso, i cattolici devono farsi bastare il male minore. 
 

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