16 maggio 2015

Il cardinale Mindszenty a 40 anni dalla morte


di Federico Catani 

Tempo fa, girovagando tra le bancarelle di libri usati vicino alla Stazione Termini, mi sono imbattuto in una vecchia copia delle “Memorie” del cardinal Jόszef Mindszenty, arcivescovo di Esztergom-Budapest negli anni del comunismo. Entusiasta per la scoperta, non ci ho pensato due volte a tirar fuori i soldi (pochi in verità) necessari per l’acquisto. Il venditore, stupito che un giovane facesse quel genere di compere, mi ha chiesto se avessi origini ungheresi. Alla mia risposta negativa, mi ha domandato se avessi scritto una tesi di laurea su quel personaggio. Ma ho risposto nuovamente di no. Allora ha voluto sapere il motivo della mia scelta, tanto lo aveva colpito. Ho spiegato che per me il cardinale Mindszenty è un eroe, un martire, simbolo di una Chiesa senza compromessi e senza paura nei confronti dei nemici, come piace a me. Dunque sentivo il bisogno di conoscerlo meglio leggendo quanto egli stesso aveva scritto della sua esperienza.

Ebbene, ricorrono i quaranta anni dalla morte del grande cardinale (6 maggio 1975). Un uomo che ne ha subìte tante, senza mai piegarsi. Venne arrestato per la prima volta dai comunisti di Bela Kun, che presero il potere in Ungheria dopo il crollo dell’Impero asburgico. Durante il secondo conflitto mondiale, divenuto vescovo, Mindszenty fu sbattuto in carcere la seconda volta dagli occupanti nazisti, che ovviamente non gradivano la sua azione in difesa della popolazione, ebrei compresi.

Finita la guerra, arrivò l’Armata Rossa e si passò dalla padella alla brace. Mindszenty, nominato primate d’Ungheria, nel 1946 fu creato cardinale da Pio XII. Nell’imporgli la berretta, Papa Pacelli gli disse: «Tu sarai il primo a sopportare il martirio simboleggiato da questo colore rosso». Tradizionalmente, il principe-primate aveva il compito di incoronare i re e di fare le loro veci in caso di necessità: aveva quindi funzioni spirituali e civili, che esercitava a servizio della patria. Mindszenty, pur nel mutare dei tempi, era ben conscio di questo ruolo e si adoperò con ogni mezzo per assolvere i propri doveri. Soprattutto volle ricordare a tutti che l’Ungheria era stata consacrata alla Madonna dal santo re Stefano, diventando così Regnum Marianum, terra di Maria: gli ungheresi non dovevano dimenticare quel patto, ma anzi ravvivarlo. L’arcivescovo fronteggiò indomitamente la persecuzione dei comunisti, che fecero di tutto per estromettere la Chiesa dalla vita pubblica e per sottometterla al loro volere. Mindszenty era quindi un personaggio scomodo. Si arrivò così alla sera del 26 dicembre 1948, quando la polizia penetrò in episcopio e lo arrestò. Era la terza volta che finiva dietro le sbarre.

Quello che i comunisti hanno commesso contro questo pastore resterà una delle più grandi infamie della storia. Per giorni e giorni il cardinale venne picchiato, drogato, privato del sonno e costretto ad ascoltare oscenità. Il tutto per fargli confessare di essere nemico del popolo e di aver tramato contro lo Stato. L’unica volta che i carcerieri gli permisero di rivestire la talare fu quando venne a visitarlo il senatore del Partito Comunista Italiano Ottavio Pastore: era un modo per dire al mondo che l’arcivescovo stava bene. Dopo un processo farsa, Mindszenty fu condannato all’ergastolo. Distrutto nel corpo e nello spirito a causa delle torture, alla fine firmò una confessione di colpevolezza, ma ebbe la lucidità di aggiungere, sotto il suo nome, C. F. (“coactus feci”, ossia “firmai perché costretto”). Papa Pio XII protestò pubblicamente e a gran voce per denunciare quello scempio. Il 6 febbraio 1949, dopo la condanna, Giancarlo Pajetta insultò e derise il cardinale in modo sprezzante sull’Unità. Tra una prigione e l’altra, Mindszenty fece ben 8 anni di dura galera. Riuscì a portare con sé un’immagine del Cristo coronato di spine che, quando aveva il permesso di celebrare la messa, usava come quadro d’altare. Per moltissimo tempo non gli furono messi a disposizione testi sacri. Tra le vessazioni subìte, anche il divieto di inginocchiarsi in cella e le continue interruzioni delle sue preghiere. Spesso gli portavano carne il venerdì, in modo da non farlo mangiare.

Nell’ottobre del 1956, durante la rivolta d’Ungheria, il cardinale fu liberato dagli insorti. Ma i carri armati sovietici riportarono ben presto il buio in terra magiara. Pio XII, al proposito, scrisse due memorabili encicliche: la Luctuosissimi eventu, con cui chiedeva preghiere pubbliche per il popolo ungherese e la Datis nuperrime, per condannare i luttuosi avvenimenti in Ungheria. Mindszenty dovette rifugiarsi nell’ambasciata americana di Budapest, dove rimase recluso per quindici anni, senza poter uscire nemmeno per il funerale della mamma. Nel frattempo, però, il Vaticano aveva iniziato a mutare atteggiamento nei confronti dei regimi dell’Est Europa: era la Ostpolitik, la politica di apertura e dialogo verso i comunisti. In questo clima di distensione, Mindszenty era divenuto ormai un ospite scomodo anche per gli americani. Dopo varie trattative, la Santa Sede riuscì a far giungere il cardinale a Roma. Iniziò in quel momento l’ultima tappa della sua Via Crucis, forse la più dolorosa.
Mindszenty, infatti, pur in spirito di obbedienza ed umiltà, ricevette grandi amarezze proprio dalla politica vaticana. L’Osservatore Romano scrisse che il trasferimento dell’arcivescovo aveva reso più facili i rapporti tra Vaticano ed Ungheria. Il primate decise di risiedere a Vienna, iniziando a effettuare numerosi viaggi per incontrare le comunità ungheresi sparse nel mondo e per raccontare a più persone possibili la verità sul comunismo. Ma da Roma (all’insaputa del Papa) gli fecero sapere che non avrebbe dovuto più parlare in pubblico senza prima aver sottoposto i suoi interventi e le sue omelie al vaglio della Santa Sede. «Pregai il nunzio di comunicare ai competenti organi vaticani – spiegò il cardinale - che in Ungheria regnava ora un opprimente silenzio di tomba e che io inorridivo al pensiero di dover tacere anche nel mondo libero». Mindszenty capì che Paolo VI non era stato «più in grado di resistere alla pressione del regime di Budapest, che si appellava alle garanzie e alle promesse del Vaticano». Nonostante le promesse fatte in precedenza, nel 1973 il Papa chiese al cardinale di rinunciare alla sua carica arcivescovile, ricevendone un rispettoso ma fermo rifiuto. «Non lo potevo fare – scrisse Mindszenty – perché queste misure avrebbero aggravato la situazione della Chiesa ungherese, recando danno alla vita religiosa e confusione nelle anime dei cattolici e dei sacerdoti fedeli alla Chiesa». Il primate temeva che un’eventuale rinuncia avrebbe potuto in qualche modo far pensare ad una legittimazione del regime ungherese. Paolo VI però fu irremovibile. Di fronte ad alcune agenzie di stampa che diffusero la notizia di una rinuncia volontaria, il cardinale ribadì che tale decisione era stata presa unicamente dalla Santa Sede, non avendo egli mai rinunciato né alla carica di arcivescovo né alla sua dignità di primate d’Ungheria. Nonostante la differenza di vedute dal punto di vista strategico, mantenne intatto il suo amore al Papa. Non chiese mai nemmeno l’amnistia, che pure gli fu strumentalmente concessa, ma la piena riabilitazione. Riabilitazione ottenuta soltanto nel 2012. Attualmente, peraltro, è in corso la sua causa di beatificazione.

Giovannino Guareschi, che lo avrebbe voluto Papa per vederlo libero dalla prigionia, ha fatto la celebrazione più bella di Mindszenty. Al pretino progressista don Chichì che, riferendosi al cardinale, domanda: «Perché questa smania di martirio? Non avrebbe potuto trovare anche lui un modus vivendi con l’autorità del suo Paese?», don Camillo risponde: «Bisogna compatirlo. È stato portato fuori strada da quell’altro tizio che s’è fatto inchiodare sulla croce. I soliti estremismi». Non c’è complimento migliore. 


(La Croce quotidiano, 6 maggio 2015)
 

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