30 giugno 2015

La sentenza della Corte Suprema è la morte del federalismo USA

 
di Alessandro Rico

La sentenza della Corte Suprema non è solo gender contro diritto naturale. Cambia per sempre anche il federalismo americano. La dialettica tra federal government e States’ rights attraversa tutta la storia statunitense, culminando con la Guerra di Secessione, che spianò la strada al centralismo. Un’evoluzione già segnata dalla celebre sentenza Mason vs. Marbury del 1803, con la quale il giudice Marshall (che in realtà era un politico e non un giurista) inaugurò il sistema della judicial review, ossia il controllo costituzionale sulle leggi da parte della Corte Suprema. Quest’ultima, insomma, si arrogava l’autorità di promulgare l’esegesi ufficiale della carta fondamentale su tutto il territorio nazionale, con le ovvie implicazioni sull’autonomia interpretativa che i singoli Stati rivendicavano. La rivendicava, ad esempio, il senatore John Calhoun, autore della Disquisition on Government, in cui criticava il centralismo e, più profondamente, gli effetti deleteri del principio maggioritario fondato sull’invenzione di un “popolo” e sulla depredazione delle minoranze perdenti. Un leitmotiv che Bastiat avrebbe tradotto nella definizione dello Stato come «la grande illusione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese degli altri». Tra i paladini degli States’ rights si annoverava anche il Ministro per i rapporti con la Russia John Randolph of Roanoke, grande oppositore di John Quincy Adams e propugnatore di severe limitazioni alle ingerenze del governo federale negli affari dei singoli Stati. La progressiva trasformazione degli USA da una confederazione di entità politiche autonome, in un Leviatano in tutto e per tutto simile agli analoghi europei, è stata dunque costante, inesorabile e accelerata dal ruolo che la superpotenza americana assunse dopo la Seconda Guerra Mondiale. Certamente, le intromissioni del governo hanno a volte corretto delle ingiustizie: è il caso del Civil Rights Act del 1964, che il Presidente Johnson impose agli Stati recalcitranti, senza peraltro poter debellare la piaga della segregazione razziale. D’altro canto, la maggior parte degli uomini politici sudisti ai tempi della guerra civile era contraria alla schiavitù, tanto che probabilmente in caso di sconfitta degli yankees quell’odiosa istituzione sarebbe andata incontro a uno spontaneo esaurimento – ma già Tocqueville, nella sua Democrazia in America, profetizzava l’impossibilità di risolvere definitivamente la questione razziale. 

La sentenza sul matrimonio gay si inserisce in questo meccanismo di graduale snaturamento della vocazione originale degli Stati Uniti d’America: terra di libertà, in cui società altrove reiette potevano vivere in pace e cercare, come recita proprio la Costituzione, la «felicità». Quella «felicità» che significava la più ampia libertà negativa per gli individui e per le persone all’interno delle loro comunità, in linea con la tradizione cristiana della sussidiarietà, si è poi trasformata in onerosi diritti sociali e infine in licenze edonistiche, che hanno inverato le premonizioni di Bastiat e Calhoun sul welfarismo. Oggi gli americani rischiano di dover finanziare gli sgravi fiscali anche alle “famiglie gay”, dopo che la scandalosa amministrazione Obama aveva cercato di costringerli a sovvenzionare una specie di sistema sanitario statale che avrebbe erogato gratuitamente (ossia a spese dei contribuenti) persino i contraccettivi. In quel caso, è stata proprio la Corte Suprema a bocciare la riforma, dando ragione alla corporation cristiana Hobby Lobby. Così, è al Primo Emendamento sulla libertà religiosa, che si vuole appellare il Governatore del Texas per impedire l’attuazione della decisione della Corte sul matrimonio “egualitario”. Forse non è abbastanza. Ma qui si combatte tanto per la famiglia naturale che per l’anima autentica dell’America. Nei giorni in cui, sulla scia della strage di Charleston, persino il Sud Carolina bandisce le bandiere confederate, lo spirito delle origini sembra un’anticaglia da film western. La judicial review si è estesa pure a materie tanto controverse come i presunti diritti degli omosessuali, incrementando la centralizzazione e facendo strage delle libertà locali. Gli States’ rights sono morti e gli USA sembrano diventati l’Unione Sovietica.

 

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