26 giugno 2015

Libertà di educazione e scuole parentali



di Michele Silvi 


Patto educativo di corresponsabilità, Sussidiarietà, Autonomia, Cooperazione, Sistema formativo integrato... Ne abbiamo sentite tante, negli ultimi anni, di paroline magiche che si proponevano di risolvere l'ormai eterno problema dell'alienazione delle istituzioni educative pubbliche. Abbiamo visto nascere i POF (Piani dell'Offerta Formativa) per permettere a famiglie, associazioni ed enti locali di interagire con la programmazione scolastica, ma in definitiva cosa si è risolto?

Ce lo dice l'esperienza: niente. Per migliaia di bambini e ragazzi la scuola continua ad essere un non-luogo, un mondo separato dalla realtà, dalla società e dalla stessa comunità educante in cui gli input esterni, quando ci sono, o vengono del tutto inglobati nella burocrazia scolastica a tal punto da accrescere tale separazione o prendono la forma di sceneggiate, momenti di intrattenimento, pause dalla vera esperienza scolastica.


Quando si parla di rapporti scuola-famiglia l'idea comune è quella del controllo (da parte della famiglia) oppure della denuncia (da parte della scuola) di situazioni “difficili”. Il clima di reciproca diffidenza è così diffuso che è sempre più difficile ottenere l'autorizzazione dei genitori ad avviare quelle pratiche che garantirebbero un insegnante di sostegno ad un bambino bisognoso, e d'altra parte gli insegnanti sono portati a mantenersi nei limiti di competenza della loro professione per non rischiare che un sincero interessamento per il bene dell'alunno venga visto come un'“invasione” nella vita privata delle famiglie fino ad arrivare a conseguenze legali.

Ciò che ne deriva è un rapporto di sussidiarietà solo formale, burocratico, in cui sulla carta famiglia e scuola “cooperano” ma nella realtà sono estranei; tutto è formalizzato e codificato fino a tal punto che tutti gli attori in scena si trovano spesso con le mani legate dalla paura di essere accusati di abusare del  proprio ruolo o di evadere dalla propria zona di competenza.


Se vogliamo parlare davvero di “comunità educante”, tuttavia, è necessario che esista innanzitutto una comunità: “Insieme di persone che hanno comunione di vita sociale, condividono gli stessi comportamenti e interessi.” (treccani), di cui, a mio parere, l'elemento  caratterizzante è proprio la “comunione di vita sociale”, il vivere insieme, il condividere un'esperienza della realtà. Proprio ciò che nelle nostre scuole non avviene.

La comunità non è una cosa che si limita a vivere entro gli stessi confini geografici, o meglio: non può esserlo se deve essere comunità educante. È necessario che ci sia un laccio che tenga unita una comunità che voglia educare, legame che si chiama fiducia: fiducia sì nelle istituzioni, ma soprattutto nelle persone. E di chi si fiderebbe un genitore? Di un professionista forgiato dal Ministero? Ancora, l'esperienza ci dice di no. Quei genitori che non si fidano dei servizi sociali e delle Asl non si fideranno nemmeno del professionista della formazione che il nostro Ministero si impegna a formare, perché questi sono meri ruoli, maschere, mentre per rendere possibile la fiducia bisogna presentare alle persone altre persone; persone che non ricoprono un ruolo part-time ma  che testimoniano a tempo pieno la volontà di mettersi a disposizione dei bisogni formativi degli alunni.

È per questo motivo, presumiamo, che molti genitori si rivolgono a figure educative non professionali con un coinvolgimento e un interesse più profondo di quello che dimostrano per chi viene pagato dallo Stato proprio per svolgere quelle funzioni (mi riferisco agli oratori, centri ricreativi, associazioni e tutto quel mondo di agenzie educative non istituzionali che ogni giorno cerca di colmare, non sempre con successo, le carenze istituzionali), ma è proprio per questo motivo che inizia ora a diffondersi il fenomeno di una scuola che nasce “dal basso”, ovvero gruppi di genitori che si organizzano per fare a meno degli organismi burocratici finanziati dalle loro tasse e scelgono insegnanti fidati per allestire a loro spese scuole non solo a misura di bambino, ma anche a misura della comunità come stanno facendo, ad esempio, i fondatori di Alleanza Parentale.

Qualcuno chiama questo fenomeno “homeschooling”, ma la “casa” non è la “residenza”, la casa è proprio la comunità che non consegna i suoi figli ad un'entità aliena ma se ne prende cura con le proprie risorse guidandoli nella scoperta del proprio mondo: un mondo reale, vivo, concreto. Riuscirà mai la Scuola finanziata dalle nostre tasse farsi espressione di una comunità? Per ora non ci riesce, e solo chi può permetterselo (purtroppo) risolve come crede, dando fiducia a chi sa ispirarla.

 

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